L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

.

 

 

 

 

Toréador, l'amour t'attend

di Andrea R. G. Pedrotti

Carmen celebra i suoi primi cento anni all'Arena di Verona con la ripresa dello storico allestimento di Zeffirelli, dominato dal carismatico Escamillo di uno strepitoso Carlos Alvarez, con la Micaëla di grande spessore resa con grazia e personalità da Irina Lungu e la Carmen originale e raffinata di Ekaterina Semenchuk. Fallimentare, invece, il Don José di Carlo Ventre.

VERONA, 26/06/2014 - Se lo scorso anno si celebravano i cento anni dalla prima stagione lirica ospitata dall'anfiteatro veronese, oggi è arrivato il momento di festeggiare i cento anni dalla prima rappresentazione della Carmen di Georges Bizet, nella splendida cornice scaligera. Superata l'incertezza metereologica dei giorni scorsi, l'Arena si è presentata al suo pubblico sotto un cielo che, a tratti, ha fatto intravedere frammenti d'uno stellato firmamento estivo. Festa già prima che avesse inizio lo spettacolo, rallegrata dall'ingresso in platea d'una giovane coppia di novelli sposi, che hanno potuto impreziosire il giorno delle proprie nozze con un applauso degli astanti, augurante, a loro come all'Arena, almeno un altro secolo di successi e prospera felicità.

La messa in scena era nello storico allestimento di Franco Zeffirelli; regia pomposa e coreografica, ricca di elementi riempitivi, specialmente nel corso del primo atto, tuttavia piuttosto dispersivi, rispetto al fulcro dell'azione, come le danze, ai lati del palcoscenico. Un horror vacui che sarebbe parso criticabile in un teatro tradizionale, mentre assume una sua dimensione sensata e apprezzabile nella cornice scaligera, offrendo un colpo d'occhio di sicuro effetto, nei grandi momenti corali: l'idea che il tutto possa apparire eccessivo e sovraccarico viene meno attraverso un gran crescendo, nel corso della serata, nell'ottica, non ingessata o stereotipata, che il festival estivo della Fondazione lirica Arena di Verona, rappresenti, in realtà, la festa della città e del suo pubblico. Drappeggi e costruzioni, perennemente presenti nel corso dell'opera, in altra sede, potrebbero apparire poco appropriati, se non caricaturali, ma, nella cornice veronese, assumono senso e dignità, sempre, tuttavia, subordinata agli artisti in scena, i quali devono dimostrarsi capaci di dare un significato compiuto a ciò che li circonda.

Entrando nel merito squisitamente artistico, il cast vocale ha saputo annoverare, fra i cantanti, una serie di interpreti che hanno spaziato dall'assoluta eccellenza, alla più grave insufficenza.

Ekaterina Semenchuck si dimostra un'ottima Carmen, la sua lettura del personaggio della sigaraia spagnola si discosta dall'idea irruenta che ci ha accompagnato per anni. Ella interpreta il ruolo in maniera più fedele al concetto che questa sia in realtà un'Opéra-comique, il canto è raffinato, senza eccessi e con una gran cura nel fraseggio, forte di un'emissione estremamente pulita; da sottolineare la perizia nella dizione francese, cosciente nei fatti e nelle intenzioni, della differenza di posizione e di pronuncia che differenzia la lingua d'oltralpe nella sua forma cantata e parlata. Molto probabilmente il repertorio d'elezione della Semenchuck, si accosta idealmente a un'idea di canto più raffinato e particolarmente adatto ad autori come Donizetti, comunque il modo di affrontare il personaggio fa della sua una Carmen di personalità non banale. La resa scenica è parallela a quella vocale, nonostante l'ingresso prima dell'Habanera “L'amour est un oisaeu rebelle” sia mal sottolineato dalla regia di Zeffirelli, affidando l'effetto dell'arrivo della femme fatale esclusivamente alla musica con l'unica sottolineatura data da un costume leggermente diverso da quello delle compagne.

Rimarchevole un fattore di eleganza interpretativa, raro, vista la volgarità del gesto: prima che Don José la colpisca a morte, la crudele e sventurata Carmencita, non getta l'anello addosso all'antico amante, ma con fare più regale e sprezzante, lo lascia cadere ai suoi piedi, sottolineando, in questo modo, con l'assenza dell'impeto e della rabbia nell'addio, il fatto che lei non l'abbia mai realmente amato. Un atteggiamento che più di altri può, di contro, scatenare l'impulsività dell'uomo tradito e schernito. Ottima anche la Micaela di Irina Lungu, cantante dal grande spessore interpretativo, dalla notevole grazia scenica. Forte di costanti miglioramenti nella tecnica vocale, si propone come uno dei migliori soprani degli ultimi anni: fanciulla innamorata, trasognata e disillusa, ma non sciocca o caricaturale, esibisce un'emissione morbida e corposa e un fraseggio mai banale, annullando quel tratto di insipidezza che spesso denota la giovane. Il soprano russo è capace di meritarsi l'applauso più convinto della serata, al termine dell'aria del terzo atto “Je dis que rien ne m'épouvante”, grazie a una interpretazione accorata, partecipata e carismatica.

Tuttavia, se si parla di carisma, in questa fresca serata estiva, non si può non pensare che all'assoluto dominatore dello spettacolo. Carlos Álvarez è un Escamillo strepitoso: salendo alla ribalta della scena catalizza l'attenzione dell'intero anfiteatro, i movimenti sono minimi, essenziali, ma stilisticamente e simbolicamente perfetti, non una sbavatura, non una nota fuori posto, non un accento che non raggiunga l'eccellenza, sino a superarla grazie a un fraseggio memorabile. Álvarez coglie in pieno lo spirito dell'ubritico torero, probabilmente anche in relazione ai suoi ispanici natali; uomo dal grande successo amoroso e professionale, si approccia alle donne con la medesima spavalderia con cui trionfa sulla Plaza de Toros. Senza sforzo e con efficace misura lancia occhiate e accenti eroticamente ammiccanti, ma mai volgari, alle ragazze che gli vengano d'appresso. Abile scenicamente, quanto vocalmente anche nel duello con Don José: un cimento rusticano che fa di lui artista completo, capace di reggere e sollevare, solo, le sorti di un'intera recita, che, infatti, assume vera quota e linfa e amalgama, dal suo apparire in poi.

Molto ben eseguite la chanson bohéme e il quintetto “Nous avons en tête un affaire” (il momento registicamente più efficace), grazie anche all'ottima prova di Cristina Melis (Mércèdes) e Francesca Micarelli (Frasquita).

Buona la prova anche di Federico Longhi (Dancaire), Paolo Antognetti (Remendado), Seung Pil Choi (Zuniga), e Francesco Verna, ottimo Morales.

Non memorabili le coreografie di El Camborio (riprese da Lucia Real), se non nel quarto atto. Degna d'attenzione, comunque, la prova dell'ottimo corpo di ballo della Fondazione Arena di Verona, diretto da Armando Zanella, e dei primi ballerini Teresa Strisciulli e Antonio Russo. Le parti corali sono ottimamente eseguite, con ottima amalgama vocale, dai complessi, diretti da Armando Tasso e dal coro di voci bianche A.LI.VE., diretto da Paolo Facincani, entrambi salutati con grande entusiasmo dal pubblico con applausi a scena aperta. Di grande professionalità e precisione tutte le maestranze, le comparse e esemplari per capacità gli addestratori degli equini, artieri e cavalieri. Piuttosto dozzinali o eccessivamente carichi i costumi di Anna Anni.

La direzione di Julian Kovatchev risente molto della qualità degli artisti, infatti la concertazione (comunque in crescendo qualitativo, durante la recita), risulta discontinua, con poco mordente e con scarsa personalità propria. Al termine convinti applausi, specialmente per Semenchuck, Lungu e Alvarez.

Dopo quanto detto sinora ci si potrebbe immaginare di aver assistito a una messa in scena perfettibile, specialmente dal punto di vista registico, ma comunque di alto livello musicale. Questo sarebbe vero se non fosse che ha inficiare la resa dello spettacolo, è stata la completa assenza di Don José e la presenza di Carlo Ventre. Escamillo era privo di una antagonista e Carmen non aveva alcun amante da ferire. Il tenore sudamericano è gravemente insufficiente, sotto ogni punto di vista. Scenicamente impacciato, dai movimenti goffi, mette in difficoltà tutti i suoi colleghi, lasciati alla ricerca d'una personale interpretazione e abbandonati alla propria mercé in tutti i duetti. Sotto l'aspetto vocale è a tratti imbarazzante, perennemente alla ricerca vana di un'intonazione che non arriverà mai, si prodiga in stecche e spoggiature senza fine, pessima la dizione francese e squillo inesistente. Si potrebbe parlare di una interpretazione errata o piatta, se interpretazione vi fosse stata; censurabile il tentativo di falsetto nel duetto con Micaela “Parle-moi de ma mère”. Ventre riesce a guastare l'intera atmosfera di tutto il primo atto, ma il punto più basso risulta “La fleur que tu m'avais jetée”, non solo eseguita fuori stile, ma inaccettabile anche dal punto di vista del più elementare solfeggio. Don José è uscito dalla prigione, per Carmen ha rinunciato a tutto, in nome del fiore del male lanciato da quella sfrontata ammaliatrice, ma Carlo Ventre, non riesce neppure a far intuire lo stato d'animo del momento, riscuotendo timidi applausi di cortesia, trasformatisi in qualche meritata contestazione nel corso delle uscite finali.

foto Ennevi