L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Un RE non fa una regina

di Giovanni Andrea Sechi

Edita Gruberova, tra le frequentatrici più assidue della “trilogia Tudor” donizettiana, è ancora una volta Elisabetta: la sua presenza permette all’Opernhaus di Zurigo di riprendere la produzione di Giancarlo del Monaco (creata nel 1997). Grande consenso di pubblico per lei e il resto della compagnia vocale, su cui svettano Pavol Breslik (Roberto) e Alexey Markov (Nottingham).

ZURIGO, 27 giugno 2014 ‑ L’idea che molti ascoltatori hanno del Roberto Devereux coincide, grossomodo, con la parte di Elisabetta. Si tratta di una semplificazione che non è priva di fondamento: il primato di Elisabetta sugli altri personaggi – compresa la parte eponima – è indiscutibile. Ella è insuperata nella varietà del canto – sia nell’espressione lirica sia nell’agilità ‑ nella nobiltà del gesto, nell’approfondimento psicologico del personaggio. Negli altri personaggi non è nemmeno abbozzata una tale ricchezza di risorse: al cospetto di Elisabetta essi appaiono quasi annichiliti e in sua assenza non accendono l’interesse dello spettatore perché si esprimono nei termini convenzionali del loro ruolo. Per esempio si confronti la reazione del Duca di Nottingham e quella di Elisabetta dopo aver scoperto il tradimento di Roberto. Solo la regina d’Inghilterra può permettersi un espressione lapidaria come la seguente: «Tal sepolcro t’appresta il mio sdegno | che non fia chi di pianto lo scaldi: | con la polve di vili ribaldi | la tua polve confusa ne andrà».

Una parte come Elisabetta è di assoluto richiamo per i soprani versati in questo repertorio – specie per chi ha già conquistato titoli come Maria Stuarda o Anna Bolena – e talvolta anche a prescindere dal “peso” e dalle caratteristiche specifiche della vocalità dell’interprete. E proprio in quest’ottica si può leggere la lunga frequentazione di Edita Gruberova con la parte di Elisabetta, iniziata nel 1990 (Barcellona, Liceu) ma più assidua – sempre e solo in paesi germanofoni – a partire dal 1997 (Zurigo, Opernhaus). Nell’odierna ripresa zurighese la Gruberova è l’unica superstite dalla creazione dell’allestimento. Oggi come allora il carisma dell’attrice è sempre trascinante anche se purtroppo le risorse della vocalista sono sempre più deficitarie. In questa sede non si vuole intentare un processo a un interprete di tale calibro, né sarebbe rispettoso farlo dopo una performance che cade nel 46° anno della sua carriera. A volte, però, la mancata comprensione del testo porta a scelte esecutive discutibili; tuttavia in questo caso sembra che il soprano voglia deliberatamente infrangere le convenzioni stilistiche che si è soliti osservare nell’esecuzione di questo repertorio, e con un certo compiacimento (per esempio: parlare nei recitativi, prestare scarsa attenzione per l’intonazione, legare il meno possibile qualsiasi enunciato musicale). Certo, un grande interprete fuori ruolo è pur sempre un grande interprete, e la sua prova – benché estrema – può far scuola. Ma una regina donizettiana non è fatta (solo) di sovracuti! Le tracce dell’antico splendore non compensano le mende di una performance pigra e carente, che si potrebbe giustificare solo con l’affetto di ha apprezzato il soprano in anni migliori.

I restanti membri della compagnia vocale non condividono il magnetismo della Gruberova, ma si distinguono per l’onestà e l’efficacia della loro prova. Debutta nel ruolo del titolo Pavol Breslik: il tenore slovacco è un Roberto appassionato, ma sempre rigoroso e appropriato nell’esecuzione (l’uso consapevole di abbellimenti e cadenze impreziosisce la linea vocale). La sua scena della prigione («Ed ancor la tremenda porta … Bagnato il sen di lagrime») è tutta improntata sull’eleganza del fraseggio e si distingue come uno dei momenti più riusciti della serata. Pienamente convincente è anche la coppia Sara-Nottingham: Veronica Simoneoni è generosa e coinvolgente nei panni della duchessa (non dispiacerebbe rivederla in un ruolo più incisivo), e ancor più prodigo di mezzi è il duca di Alexey Markov, che svetta per nobiltà e volume dell’emissione vocale (che, in un contesto assai contenuto come quello del teatro zurighese, non sarebbe necessario ostentare). Non convince totalmente la direzione di Andriy Yurkevich, preoccupato a riacchiappare Elisabetta tra le sue innumerevoli pause e a non perdere di vista il coro e la compagine strumentale della Philharmonia Zürich. La regia di Giancarlo del Monaco è funzionale ed efficace nel rappresentare il dramma pubblico e privato della regina tradita. Meno avvincente è la messa in scena firmata da Mark Väisänen: l’azione si svolge sempre nel medesimo ambiente: grigio e piuttosto spoglio (salvo l’aggiunta di un trono o di un letto all’occorrenza). Brillano, nella semioscurità della sala, i gioielli di Elisabetta che fa ingresso sulla scena: una regina a metà tra la barcollante Bette Davis (The Private Lives of Elizabeth and Essex, 1939) e una Zerbinetta d’altri tempi.

 


 

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