L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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O Sole! Vita! Eternità!

di Andrea R. G. Pedrotti

Quando ancora la città di Verona era sfiorata dall'estremo ardente bacio di un timido disco solare, sorge la Luna di Turandot, ma non è "esangue, squallida, smunta" come nei versi di Adami e Simoni. Al contrario, la prima del capolavoro incompiuto di Puccini per il festival areniano 2014 è un pieno successo in cui splende la Liù di Maria Agresta.

VERONA, 5 luglio 2014 - Quarto titolo in cartellone per il festival del nuovo secolo, Turandot di Giacomo Puccini, nell'insostituibile allestimento di Franco Zeffirelli, rinnova, ancora una volta, la lieta atmosfera di festa che contraddistingue da oltre un secolo l'anfiteatro scaligero. L'Arena gremita saluta uno spettacolo di successo, apprezzato da un pubblico che ancora sa che il vero senso d'una rappresentazione sia trasmettere emozioni e divertimento a chi vi assista.

Daniel Oren si presenta sul podio in perfetto orario, facendo vibrare il primo veemente colpo di bacchetta allo scoccare delle ventuno precise, quando ancora la città di Verona era sfiorata dall'estremo ardente bacio di un timido disco solare. Allestimento noto e collaudato, non presenta alcun segno del tempo; il primo atto è giostrato nella parte bassa del palcoscenico (sapientemente diviso in due parti, in modo da favorire celeri cambi scena), col popolo di Pechino sottomesso, indistinto in un'unica macchia color cenere, a far da contraltare allo sfarzo cromatico della corte e, in particolar modo, di Ping, Pong e Pang. Di sicuro effetto anche il secondo atto, che ha il suo inizio visivamente similare a quello che lo aveva preceduto, ma capace di regalare attimi di autentica magia, propria di chi sappia ancora sognare, seppur giunto all'età adulta, nel disvelarsi del palazzo imperiale: qui grande merito va dato al progetto luci di Paolo Mazzon, che, unitamente al maestoso impianto scenico dello stesso Zeffirelli, rimarca il diaframma che allontana la ricca, divina e irraggiungibile società, di cui Turandot è umana incarnazione, dal palazzo del potere. Il popolo minuto rimane timoroso nella medesima porzione di palcoscenico, mentre la parte alta (disvelata improvvisamente con grande effetto comunicativo, tale da scatenare un entusiatico applauso a scena aperta) è illuminata e solare. L'effetto è esaltato, inoltre, dai bei costumi di Emi Wada. Terzo atto in linea con i primi due, anche se l'atmosfera va progressivamte scemando, dopo la morte della sventurata Liù, a causa della mediocre scrittura musicale del finale a firma di Franco Alfano. Tuttavia sono da segnalare ottime idee registiche, nel confronto fra Turandot e Liù stessa, le quali si rendono protagoniste di una mimica gestuale notevolmente densa di significati e simbolica, pur restando raffinata e mai eccessiva, come lo scambiarsi un cenno, repentinamente interrotto, appena prima che la giovane si trafigga fatalmente.

A interpretare il ruolo eponimo Iréne Theorin, è una principessa di gelo ben inquadrata scenicamente e efficace vocalmente, di grande proiezione si destregga senza difficoltà nei momenti più cantabili, specialmente nel duetto con Calaf del terzo atto. Impetuose nel fraseggio l'aria “In questa reggia” e la scena degli enigmi, al termine della quale si esibisce in un acuto abilmente centrato e capace di passare senza sforzo coro e orchestra. Walter Fraccaro giunge in sostituzione dell'annunciato Carlo Ventre, come Calaf. Il tenore affronta il ruolo con grande mestiere, dimostrandosi padrone della parte, facendosi preferire nei momenti più lirici e emozionali. Porge molto bene momenti come “Non piangere, Liù” e entrambi i duetti con la Theorin. Risolve con professionalità “Nessun dorma”, la pagina, probabilmente, più popolare dell'opera, suscitando l'entusismo del pubblico con un si naturale sicuro e squillante. A primeggiare su tutti gli interpreti è Maria Agresta, come Liù, capace di filati, mezze voci e sfumature di altissimo livello, nonché propria di un fraseggio raro, accompagnato da una tecnica perfetta, che faceva giungere il suo canto in ogni angolo dell'anfiteatro. Splendido il suo “Signore, ascolta!” e la sua magistrale interpretazione di “Tu, che di ciel sei cinta”, che dona agli spettatori il miglior momento dell'intera rappresentazione, in quello che rimane l'attimo più bello di tutta l'opera, ma solo quando si può contare su una cantante del livello di Maria Agresta. Degno di lode Mattia Olivieri, sontuoso Ping ha voce ottimante posizionata e proiettata, supera ogni scoglio della parte con abilità. Attore disinvolto e spigliato, accompagna l'ottima resa musicale con una prestazione scenica splendida, autentico connubio di freschezza giovanile e sicurezza propria della miglior esperienza, denotando quanto sia già presente in lui il giusto atteggiamento da tenere quando si calchi uno dei più importati palcoscenici lirici internazionali. Buona la prova di Saverio Fiore (Pang) e Francesco Pittari (Pong). L'anziano Timur era un bravo Marco Vinco, sicuro vocalmente e efficace scenicamente, l'imperatore Altum Antonello Ceron e il mandarino Gianfranco Montresor.

A far da collante dal podio Daniel Oren, conferma come l'anfiteatro veronese sia il suo habitat naturale: palco e buca sono perfettamente equilibrati, i tempi sono adeguati e le dinamiche eccellenti. Il maestro israeliano è bravissimo nel conferire veemenza alla partitura, senza mai trascendere da un'estrema raffinatezza, sostiene perennemente i cantanti, senza mai porli innanzi all'obbligo di forzare il suono, ma mantenendo una costanza vibrante e travolgente. Questo non sarebbe stato possible se nel golfo mistico non vi fosse stata l'ottima orchestra della Fondazione Arena di Verona, che, una volta di più, dimostra di sapersi distinguere per qualità, se diretta come in quest'occasione. Magistrale la prova del coro, sotto l'abile e consueta guida di un applauditissimo Armando Tasso, al pari delle voci bianche A.d'A.M.US di Marco Tonini. Come sempre di grande professionalità maestranze, tecnici, comparse e corpo di ballo. Al termine convinti applausi per tutti, con ovazioni per Maria Agresta e Daniel Oren.

foto Ennevi