L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Le stelle e le nubi

di Andrea R. G. Pedrotti

Lo spettacolare perigeo lunare non offusca lo splendore delle stelle che rifulgono in questo Ballo in maschera areniano: Francesco Meli, Riccardo, Hui He, Amelia, Luca Salsi, Renato, e Serena Gamberoni, Oscar. Penalizzante, purtroppo, la concertazione disastrosa, incoerente e scoordinata di Andrea Battistoni, e deludente la nuova produzione di Pierluigi Pizzi, prevedibile e senza idee.

VERONA, 11 luglio 2014 - Un pallido e incerto sole estivo, si cela timido dietro le secolari pietre areniane, per lasciar posto alla bianca luna; anch'essa affacciatasi nel plumbeo cielo veronese, nella speranza di riveder nell'estasi Un ballo in maschera, raggiante di pallore al suo pari. Selene attendeva le stelle del cast, interpreti capaci di brillar di luce propria e non di splendore riflesso come lei; pareva studiato il suo dissimularsi timidamente dietro una sottile coltre di nubi, nel corso degli intervalli, per tornare raggiante, quando le note di Giuseppe Verdi stavano per riecheggiare nell'anfiteatro scaligero, fino a godersi il meritato riposo, celata da un grande sipario grigio, quando le nubi che si apprestavano ad avvincere la città di Cangrande. Tutto era predisposto: atmosfera, presenza di pubblico, attesa, ma la speranza del gelido corpo celeste è stata delusa. La serata poteva contare su una compagnia di canto fra le migliori possibili, ma il tedio di una regia prevedibile e senza idee, unita allo scempio che Andrea Battistoni ha saputo fare della partitura, hanno vanificato gli sforzi dei cantanti, comunque usciti vittoriosi dalla tenzone che veniva loro affidata.

Il palco è suddiviso in tre settori rotanti, sulla destra la casa di Renato, sulla sinistra lo studio di Riccardo, mentre al centro sta un grande porticato neoclassico; il tutto caratterizzato da una deprimente monocromia bianca. L'azione viene trasposta dal XVII secolo al termine del XVIII, le masse sono statiche nelle loro posizioni per tutto il primo quadro, dove l'unico accenno di colore è il rosso abito del paggio Oscar. Battistoni attacca mollemente l'introduzione, le sezioni orchestrali sono pesantemente slegate fra loro, perennemente le percussioni perdono l'unisono e sovrastano gli archi, mentre dei disordinati ottoni tentano invano di seguire la bacchetta confusa che li comandava dal podio. Francesco Meli dà subito grandissimo sfoggio della sua classe con un “La rivedrà nell'estasi” memorabile per linea di canto, fraseggio e interpretazione, ben seguito dal sontuoso Oscar di Serena Gamberoni, nella ballata “Volta la terrea fronte alle stelle”. La bellissima stretta dell'introduzione è gettata al vento da Battistoni, con uno squilibrio completo fra buca e palcoscenico. Solo il coro riesce a mantenere un discreto amalgama, anche grazie al sempre prezioso lavoro di Armando Tasso.

L'antro di Ulrica è probabilmente la scena visivamente peggiore dell'intero allestimento: la casa di Renato e lo studio del governatore di Boston ruotano, mutandosi in due cilindri nero carbone, utili soltanto a limitare la visibilità dei lati più estremi dell'anfitetro - saggiamente non messi in vendita dalla Fondazione - e il porticato centrale si apre nel mezzo, liberando uno spazio centrale poco evocativo. Coro e corpo di ballo sono costretti a movimenti che nulla hanno a che fare con il contesto, celati dietro a maschere malamente ispirate a quelle del carnevale italiano. Silvano è vestito da marinaretto, con tanto di solino sulle spalle, in contrasto con tutto ciò che lo circonda. Elisabetta Fiorillo (Ulrica) interpreta correttamente il ruolo, con appropriato fraseggio, ma la voce balla pericolosamente in più di un'occasione: lo strumento è, ormai, purtroppo usurato. La sua prova avrebbe potuto essere migliore se non fosse stata messa in perenne difficoltà da Battistoni. Tutti gli altri si rendono capaci di superare con onore lo scoglio della direzione d'orchestra, risolvendo la scena con classe ed eleganza. Francesco Meli, in particolare, si dimostra sempre più Riccardo di riferimento fraseggiando con gusto, partecipata interpretazione e sopperendo con la sua abilità di attore alle carenze registiche. Carenze registiche palesi nel finale primo, quando la scena si ricompone, tentando vanamente di offrire un effetto spettacolare al pubblico, con l'apparizione dall'alto di drappeggianti vessilli del Regno Unito.

Meglio riuscito, forse, il secondo atto: l'orrido campo è un semplice cortile ornato di cipressi e i due cilindri laterali rimangono grigi, parimenti al quadro precedente. Qui Hui He si conferma un'Amelia, dopo il suo primo apparire, in una magnifica scena d'apertura e in un bellissimo duetto “Teco io sto” con un Meli che offre il meglio di sé, mettendo in luce la sua arte tenorine nei passaggi musicalmente più scoperti. Il terzetto successivo sarebbe potenzialmente uno dei migliori che si possano desiderare; il giungere di un ottimo Luca Salsi dovrebbe accrescere il momento, che già di per sé è un grande crescendo drammaturgico, ma Battistoni perde completamente il controllo dell'orchestra e del palcoscenico, i cantanti sono abbandonati a loro stessi, costretti a gestire da soli attacchi che dovrebbeto essere dati dal direttore, e il risultato è pesantemente anarchico, con gli interpreti intenti a rincorrersi, nella speranza di trovare un giusto assieme. Il finale secondo è un momento intimamente drammatico per Amelia, l'ironia del coro, di Samuel e Tom dovrebbe essere contraltare all'imbarazzo dei due platonici amanti, ma qui nemmeno i complessi di Armando Tasso riescono a garantirne l'atmosfera, tanto la direzione di Battistoni risulta avulsa dal più elementare concetto di dinamica. 

Terzo atto in linea con il primo. L'azione è troppo defilata e si perde il pathos sia dell'aria di Amelia “Morrò, ma prima in grazia”, vanificando la bella interpretazione di Hui He, sia di quella di Renato “Eri tu che macchiavi quell'anima”, dove Luca Salsi è costretto a rincorrere l'orchestra, ma capace di portare a termine la scena con ottima resa. Gli interpreti della seccessiva congiura e del quintetto, dovrebbero far presagire il meglio, specialmente dopo il giungere di Serena Gamberoni, ma la direzione scialba di Battistoni spegne qualunque tensione drammatica. Il tutto porta al finale del terzo atto, aperto dall'eccezionale interpretazione di “Forse la soglia attinse” da parte di Francesco Meli. Il tenore genovese qui scocca ogni freccia al suo arco, con una lettura nobile e partecipata, caratterizzata da un portamento vocale di altissimo livello, sfruttando con intelligenza e rara capacità tecnica il bellissimo colore vocale che la natura gli ha donato e che lui rende al pubblico, onorandolo al meglio. L'ultima scena, quella del ballo, pone il coro ai lati, in posizione inutilmente statica e con vistosi costumi, tanto sgargiati, quanto insipidi. Brutte le coreografie di Renato Zanella, tuttavia ben eseguite dal corpo di ballo dell'arena, con i primi ballerini Alessia Gelmetti e Evghenij Kursten. Nemmeno i fuochi d'artificio dopo le danze riescono a scaldare gli spettatori.

 Serena Gamberoni canta con l'arte che le è propria la canzone di Oscar “Saper vorreste”, conferendo l'unico momento di dinamicità all'intera serata, grazie a una acrobatica ruota, nel centro del palcoscenico. Il finale è mollemente statico: il paggio nemmeno considera Riccardo ferito a morte e il coro resta immoto nella sua posizione. Per fortuna c'è Meli e il suo commuovente “Ella è pura”. Lo spettacolo si chiude con un grande telo nero posto sul cadavere di Riccardo, quale sudario.

 Tutti gli intepreti vengono salutati con applausi convinti, compresi gli ottimi Seung Pil Choi (Samuel) e Deyan Vatchkov (Tom), con qualche eccessivamente severa contestazione per Elisabetta Fiorillo e meritatissimi dissensi per la disastrosa concertazione di Andrea Battistoni. Completavano il cast Antonio Feltracco (Un giudice), Saverio Fiore (un servo di Amelia) e William Corrò (Silvano). Regia scene e costumi di Pier Luigi Pizzi, progetto luci di Vincenzo Raponi.

foto Ennevi (per Pier Luigi Pizzi foto Crosera)