L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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La fredda Bohème

di Valentina Anzani

Al Festival Puccini di Torre del Lago, l’attesa – e timida – nuova regia di Ettore Scola per La bohème mette in rilievo l’esperta interpretazione di Armiliato e Dessì.

Torre del Lago, 2 agosto 2014 – L’annuale Festival estivo dedicato a Puccini nella sua 60° edizione si è valso della collaborazione di Ettore Scola, contestualmente alle celebrazione del 50° anno di attività del regista cinematografico, per l’attuale Bohème. Il nuovo allestimento era stato annunciato come eccezionale, ma la linea didascalica che il regista ha deciso di seguire l’ha reso di fatto incapace di amplificare le suggestioni della partitura. Scola ha mantenuto però le promesse di voler sottoporre al pubblico l’“intuizione ambientale di Puccini” – che a Parigi non c’era stato, ma aveva saputo dipingere alla perfezione la situazione di vita dei bohèmienne – suggerendo il contesto storico e restringendo spesso il campo sui dettagli. Alcuni espedienti erano più efficaci di altri, come lo specchio su cui convergono luci e attenzioni, che ha ben sottolineato l’importanza dell’acquisto della cara cuffietta per Mimì; al contrario è risultato inverosimile l’inserimento in un angolo di palco un Manet che crea Le déjeuner sur l’herbe: l’intuizione potrebbe essere efficace per richiamare e inquadrare immediatamente la Paris del Salon d’Art da cui i bohèmienne sono esclusi, ma è completamente avulsa dal contesto della festa vespertina al caffè Momus.

Il regista ha dimostrato anche di ben conoscere l’originale romanzo di Henri Murger, mettendo tra le comparse personaggi importanti delle Scènes de la vie de bohème che erano stati espunti dal libretto di Illica e Giacosa per motivi drammaturgici di soprannumero – come Carolus Barbemuche, ignoto osservatore del Caffè Momus che vorrebbe essere introdotto tra i bohèmienne – oppure svelando la natura di grisette di Musetta, vestendola con abiti sguaiati ben più simili a quelli delle prostitute sulla strada che alle signore benvestite che passeggiano intorno. Il maggiore valore dell’allestimento si riconosceva nelle capacità espressive degli interpreti, sostenuti dalla bacchetta del giovane direttore Valerio Galli. Se la struttura del teatro ha impedito di percepire al meglio le dinamiche dell’orchestra in buca, che sono risultate inevitabilmente appiattite dalla dispersione dell’ampio e suggestivo spazio aperto, i cantanti sono stati però perfettamente in grado di far percepire il testo cantato ed esaltare le potenzialità comiche – a detrimento forse dell’aspetto tragico – della partitura, come gli spassosissimi Marcello (Alessandro Luongo), Schaunard (Federico Longhi) e Colline (Marco Spotti), quest’ultimo applauditissimo dopo il sacrificio della sua vecchia zimarra. La voce pastosa di Daniela Dessì ben si adatta alla sartina malata Mimì. La Dessì, grande interprete del ruolo, ha dovuto fare i conti con alcuni cedimenti nei passaggi più acuti, che non hanno però reso meno apprezzabile la sua interpretazione: paradossalmente le debolezze vocali, che la cantante ha manifestato fin dalla sua prima aria, sono risultate efficaci drammaturgicamente nell’ottica in cui il suo personaggio è affetto da un male incurabile. La lunga esperienza e le sue capacità di gestire la gestualità in modo naturale e pur sempre coordinato con le climax musicali, l’ha resa poi padrona della scena. Al suo fianco il Rodolfo affettuoso di Fabio Armiliato fatica negli acuti, ma riempie la propria interpretazione di dolce patetismo. A spiccare per brillantezza è stata Alida Berti, una Musetta bellissima nel proprio abito, che entra in scena sommersa dal chiacchericcio concitato del caffè Momus, per poi librare la propria voce dal timbro pungente e con il giusto grado di malizia.

Tutti i personaggi erano così ben delineati, ma inseriti in un apparato scenografico che tratteggiava spazi ampi, muoveva grandi masse e allontanava inevitabilmente dall’intima vicenda; lo strazio si è disperso nella molteplicità dei dettagli visti e rivisti di una regia annunciata come eccezionale e che in realtà non ha fatto eccezione per quasi nulla.