L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Principessa di tuono

di Giovanni Andrea Sechi

Grande successo personale per Giovanna Casolla e Walter Fraccaro nella sontuosa ed eclettica produzione di Angelo Bertini: il soprano partenopeo si conferma interprete di assoluto riferimento nel ruolo del titolo.

TORRE DEL LAGO, 17 agosto 2014 – Turandot è la quarta e ultima opera nel cartellone del 60° Festival Pucciniano, per la quale, come di consueto, si è scelto il finale di Franco Alfano nella versione abbreviata.

In questa nuova produzione Angelo Bertini   già assistente alla regia in precedenti produzioni del Festival  (Madama Butterfly nel 2001, poi portata in tournée in Giappone) – firma per la prima volta regia, scenografia e costumi (luci di Valerio Alfieri, assistenza alla regia di Luca Ramacciotti). L’artista toscano risolve le peculiarità esotiche e spettacolari del libretto pucciniano con grande eleganza: la sua Pekino è uno spazio essenziale, quasi lunare, racchiuso in una gabbia d’oro che richiama la tradizione figurativa dell’Art déco. I classici apparati architettonici e decorativi cinesi sono qui contaminati con tradizioni remote come quella berbera e quella egizia (il gusto orientale, pur ingentilito, mantiene le sue fattezze e si ravvisa con facilità). La felice commistione di questi elementi, suggellata dall’oro degli sfarzosi costumi di Turandot e di Altoum, è di grande impatto e garantisce la riuscita della mise en scène (assolutamente affascinante è l’ingresso della principessa, celata all’interno della luna che sorge sul popolo orante: ella appare voluttuosamente sdraiata su un lato, altera e signorile come le modelle di Alfons Mucha). Una componente visiva così ricca e opulenta si unisce senza problemi alla regia: i movimenti e la gestualità semplice, non eccessivamente stilizzata, aiutano gli interpreti nella resa vocale e scenica.

Maggiori soddisfazioni arrivano dalla compagnia vocale, dove si distinguono soprattutto le parti femminili. Magnetica, incontrastata padrona della scena è stata Giovanna Casolla: con l’autorevolezza dell’interprete consolidata, e con la fierezza di chi possiede i mezzi vocali più idonei, la Casolla offre una Turandot da manuale. Il generosissimo volume vocale, lo squillo degli acuti, i pianissimi vellutati sono alcune delle qualità che la rendono interprete di assoluto riferimento nella tradizione esecutiva del titolo pucciniano, nonché un fenomeno di straordinaria longevità vocale. La sua Turandot – già immortalata su registrazione discografica e video - è un’esperienza che dal vivo acquista rinnovato fascino e credibilità. Degna di nota è stata anche la prova di Serena Farnocchia (Liù), voce dall’emissione pastosa e densa. Pur con qualche insicurezza, ella ha saputo rendere il carattere tenero e struggente della schiava innamorata, e ne ha offerto un ritratto genuino. Come le due interpreti femminili, Walter Fraccaro (Calaf) ha riscosso un caloroso successo personale. Sulla scena egli è stato spavaldo e risoluto come la parte del principe tartaro richiederebbe, ma purtroppo tali intenzioni non hanno trovato riscontro nella resa vocale. Senza dubbio il tenore veneto regge la tessitura vocale del ruolo (tanto da non rinunciare alla tradizionale puntatura in «ti voglio tutta ardente d’amor»), ma egli ha vestito i panni di Calaf con uno sforzo fisico tale da compromettere l’intera lettura del ruolo. Di sovente si vede compromessa l’intelligibilità della dizione e la stabilità dell’intonazione (nei momenti in cui la scrittura orchestrale si fa intensa la voce è spesso coperta dagli strumenti). Più a suo agio è parso invece il basso coreano In-Sung Sim (Timur): egli ha sfoggiato una vocalità nobile e importante, dall’emissione salda e limpida; farebbe piacere ritrovarlo in ruoli di maggior rilievo. Non memorabile è stata la performance di Marco Voleri (Altoum), spesso carente nell’intonazione e forse costretto in un ruolo che non si addice alla propria vocalità. Non del tutto soddisfacente è stata anche la prova di Park Joungmin (Ping), Nicola Pamio (Pang) e di Francesco Pittari (Pong); i tre buffi, pur non brillando dal punto di vista vocale, hanno compensato con una presenza scenica spiritosa e sempre pertinente.

La direzione di Marco Balderi, pur con occasionali sbavature, è stata funzionale e corretta per lo svolgimento della partitura pucciniana. Non sempre brillante è stata la resa dell’Orchestra e del Coro del Festival Puccini (preparato da Francesca Tosi), ma ampiamente lodevole la prestazione del Coro delle voci bianche (preparato da Sara Matteucci).