L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Il factotum della tv

di Francesco Bertini

Convince poco l'ambientazione televisiva realizzata dal regista Francesco Esposito per il capolavoro rossiniano. Il cast, fra i quali spiccano alcuni prestigiosi provetti rossiniani, offre qualche soddisfazione, nonostante gli ostacoli della concertazione.

PADOVA, 26 settembre 2014 - Inaugura la stagione lirica del Teatro Verdi di Padova Il barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini. A fare la differenza, al cospetto di titoli così rappresentativi, è, oltre alle potenzialità interpretative del cast e del concertatore, l’allestimento che ha la possibilità di veicolare, valorizzandoli, i significati e i messaggi contenuti nell’opera. In occasione della produzione patavina, la regia è affidata a Francesco Esposito al quale su uniscono lo scenografo Tommaso Lagattolla, la coreografa Gabriella Furlan Malvezzi e il light designer Bruno Ciulli.

Esposito, sempre interessato a sottolineare gli aspetti fondamentali di partitura e testo, propone una personale rilettura del Barbiere. L’idea alla base di questa produzione è, sulla carta, particolarmente stuzzicante: la vicenda si svolge negli studi RAI durante i frenetici anni settanta del secolo scorso. Purtroppo non è sufficiente una brillante intuizione per reggere sensatamente l’intero spettacolo. Lo snodarsi fluido delle scene rossiniane si contrappone all’allestimento farraginoso che rende poco coesa l’opera. Tutto si svolge su una pedana girevole (potrebbe essere la medesima utilizzata da Poda nel Rigoletto) la quale ospita i vari ambienti ricreati dallo scenografo con gusto e compiutezza. Il ripetersi di trovate, perlopiù banali, rischia di travolgere anche quanto potrebbe risultare ben strutturato. È così che i personaggi, trasformati in tipi televisivi, recitano una parte inefficace ai fini drammaturgici: a poco valgono le trasformazioni di Don Bartolo, produttore e scopritore di talenti, e di Rosina, giovane star del piccolo schermo, affiancati dal Figaro acconciatore di lusso, dal Conte mutato in cantante in voga, e dalla Berta aspirante artista con evidenti rimandi al cinema muto, probabile memoria dell’infanzia. Nel concepire i vari siparietti, sempre legati a particolari programmi televisivi, il regista chiama in causa noti personaggi, dei quali vengono proiettati i volti, temendo forse che la propria intuizione non sia compresa dal pubblico il quale di fronte alla scelta discutibile di far psicanalizzare il tutore e la pupilla deve sorbirsi l’immagine enorme di Sigmund Freud. Dal marasma generale emergono i sei ballerini, mossi dalle abili coreografie di Gabriella Furlan Malvezzi, e il mimo. Quest’ultimo rappresenta un anziano Gioachino Rossini, vestito però in pieno stile settecentesco, catapultato sul palcoscenico per commentare silenziosamente la rappresentazione: l’interpretazione di Giuliano Scaranello è una vera perla, soprattutto se si considera quanto l’attore (notevole interprete d’operetta) aggiunge un tocco personale nel cercare di dar vita ad un personaggio voluto dal regista ma dallo stesso assai trascurato.

Tra i solisti spiccano alcuni nomi legati da lunga e proficua frequentazione del repertorio rossiniano. Si apprezza la prestazione di Paolo Bordogna, Don Bartolo. Il baritono italiano gioca la carta vincente della sapida e sempre naturalissima presenza scenica, ulteriormente potenziata da fraseggio efficace e tangibile maturità artistica. Delude, al contrario, Laura Polverelli. La sua Rosina è certamente spiritosa ma poggia su una vocalità parzialmente inaridita che, oltre a non sfogare pienamente l’acuto, denota alcune disomogeneità, specie in zona grave. L’emissione stentorea di Nicola Alaimo delinea un Figaro dai tratti vivaci e al contempo altisonanti. La spavalderia scenica del baritono italiano contrasta con una resa vocale alterna e non sempre accurata. Anche Riccardo Zanellato, veterano del ruolo di Don Basilio, risulta abile e coinvolgente per quanto attiene la recitazione tuttavia risente di una lieve usura del proprio strumento che ha perso smalto e vigore. Nuovo alle scene, il tenore Matteo Macchioni veste i panni del Conte d’Almaviva. Il timbro del cantante è significativo ma il percorso appare lungo per migliorare le doti sceniche e supplire ai deficit d’intonazione, alla scarsa proiezione e all’affaticamento crescente durante la recita. Merita tuttavia un elogio per il lavoro fin qui svolto. La buffa Giovanna Donadini, Berta, sfodera le armi attoriali per tratteggiare compiutamente un personaggio che frequenta costantemente. Donato Di Gioia, Fiorello e Un ufficiale, non brilla per correttezza esecutiva.

La tensione che talvolta traspare dal volto degli artisti esprime il disagio causato dell’ordinaria concertazione di Gianluca Marcianò. Il giovane direttore, impegnato perlopiù all’estero, pare completamente estraneo e disinteressato alle epocali svolte apportate dalla cosiddetta Rossini renaissance. La concertazione si rivela scontata, priva di dinamiche, incapace di evidenziare le caratteristiche peculiari dello stile rossiniano. La vivace comunicativa della partitura cede il passo ad un’esecuzione piatta e incolore, disinteressata al dialogo col palcoscenico. L’Orchestra di Padova e del Veneto risponde alle indicazioni direttoriali inizialmente con udibili sbavature che s’attenuano nel secondo atto, quando viene raggiunta una certa omogeneità. Del Coro Città di Padova, preparato dallo zelante Dino Zambello, si apprezza la buona volontà, non sempre ripagata da una resa impeccabile.

Buone accoglienze finali, dopo una recita accompagnata dal poco calore del pubblico.

foto Giuliano Ghiraldini


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