L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Nella rete del suono vivo

di Roberta Pedrotti

Sofija Gubajdulina è a Bologna per un incontro pubblico e per assistere alla prima italiana del suo Trio per archi. Una composizione di grandi fascino e profondità, iscritta in un programma costruito con intelligenza per suggerire percorsi ed esperienze sonore che lasciano il segno, in una serata difficile da dimenticare.

BOLOGNA, 9 ottobre 2013 -Sofija Gubajdulina è in Italia e, dopo aver ricevuto un meritatissimo Leone d'Oro alla Biennale di Venezia, fa tappa a Bologna per assistere alla prima esecuzione nel nostro Paese del suo Trio per archi del 1988 in un concerto promosso da Bologna Festival e preceduto da un incontro con la stessa compositrice presso il Museo della Musica. Per quanto interessante, la prolusione introduttiva di Enzo Restagno, biografo della Gubajdulina, è risultata invero un po' prolissa, essendo il tempo tiranno, nel tardo pomeriggio a solo due ore e mezza dall'inizio del concerto, l'universal desio era in primis d'ascoltare le parole della stessa artista, che non ha mancato di rispondere comunque ampiamente alle questioni poste dallo stesso Restagno, con la partecipazione quali interpreti d'eccezione del pianista Boris Petrushansky e della di lui moglie, la musicologa Elena. È il momento del concerto, all'Oratorio di S. Filippo Neri s'affolla il pubblico e si contano presenze e assenze della Bologna musicale e accademica. Apre la serata proprio il Trio in prima italiana e per quanto bastasse youtube, ormai, per accedere comodamente all'ascolto, vibra nell'aria un'emozione particolare: il pezzo a venticinque anni, ma questo resta tuttavia un vero debutto, e alla presenza dell'autrice, che ha seguito personalmente le prove e consigliato gli interpreti. L'attesa non è vana, perché il Trio è veramente un'opera bellissima, ispirata, esemplare dell'approccio fisico, completamente libero allo strumento, piegato alle intenzioni dell'autrice in un'esplorazione totale delle sue potenzialità sonore. Le corde sono pizzicate, sfregate, percosse; su queste e sulla cassa si usano sia il crine sia le bacchette degli archetti, ma la sperimentazione non è fine a se stessa. È la sorta di amplificazione di un mondo sonoro che esiste anche nel silenzio ed emerge come pulsazione naturale, materica e metafisica, nella quale le stesse fasi cantabili centrali non appaiono come una conquista, quanto come fase di una sorta di onda sonora macro e microcosmica, destinata ciclicamente a parcellizzarsi ricondensarsi senza posa. Rispetto all'equilibrio quasi sacrale della formazione in trio, il quartetto del 1987, non inedito nelle sale italiane, non trova la stessa perfetta sintesi, ma resta ugualmente un brano di grandissima qualità compositiva, con una prima sezione in pizzicato (come non pensare allo Scherzo della Quarta di Čajkovskij? O anche alle Quattro stagioni dai Vespri siciliani di Verdi) piuttosto lunga, ma perfettamente costruita con una progressione ritmica basata sul rapporto aureo e sulla serie di Fibonacci, ovvero su astrazioni matematiche che riflettono una moltitudine di fenomeni naturali. Il resto del programma è assortito con intelligenza per suggerire una rete di reciproci riferimenti e rispecchiamenti, per mostrare ogni partitura sotto diverse prospettive. Di Berg si ascoltano, così, i Quattro pezzi per clarinetto e pianoforte op. 5, motti sospesi, quasi a esplorare un ignoto angoscioso, eppure perfettamente compiuti, definitivi, capaci di descrivere uno spazio sonoro intangibile e inconoscibile. Per clarinetto, violino e pianoforte sono i Contrasti che Bela Bartok scrisse su commissione di Benny Goodman (il quale li incise in una magnifica registrazione con il compositore stesso alla tastiera) e la cui inesausta, profonda e plastica, elaborazione ritmica costituisce un ulteriore cadine di questo sintetico quanto affascinante percorso nella musica da camera del XX secolo, fra autori nati ancora negli anni '80 dell'800 e un'autrice vivente e presente. Chiude il nostro cammino il Quartetto n. 13 in si bemolle minore op. 138 di Šostakovič, un punto di riferimento e quasi un mentore per la giovane Gubajdulina. E in effetti sembra che a distanza di quasi quarant'anni (il Quartetto è del 1970) i fili sospesi si riallaccino, che uno stesso discorso si evolva naturalmente nelle voci di diversi artisti, non con un progresso teleologico, per forza di cose verso un miglioramento, bensì con uno sviluppoche, anche a parità di qualità e d'ispirazione, si dipana nella storia, per rispondere ai tempi, o porsi in rapporto dialettico con essi. Evolversi, d'altra parte, non significa migliorare; nulla può farci pensare che una creatura contemporanea sia preferibile a una sua antenata di qualche milione d'anni fa: ciascuna è in relazione con l'ambiente in cui vive, che l'ha prodotta e con il quale è in relazione. Così la creazione artistica è parte ed espressione della vita, in ogni tempo e in ogni luogo, non può mai presentarsi totalmente irrelata dal contesto e del passato, ma nemmeno riprodursi uguale a se stessa. Così la creazione artistica va vissuta direttamente come esperienza concreta, che ci renda anche esseri umani più ricchi e completi in una continua esplorazione condivisa con gli altri spettatori, con la stessa artista (quando, come in quest'occasione, abbiamo la fortuna di averla presente con noi), con gli esecutori cui l'ha consegnata. Questi sono i giovani musicisti del mdi ensemble: Paolo Casiraghi al clarinetti, i violinisti Lorenzo Gentili Tedeschi e Clara Franziska Schoetensack, il violista Paolo Fumagalli, con Giorgio Casati (violoncello) e Luca Ieracitano (pianoforte), tutti preparati, attenti e attenti agli equilibri fra slanci emotivi e cantabili e scientifiche astrazioni.

Buon successo, meritatissimo, e una grande emozione nelll'applaudire, insieme con i ragazzi del mdi ensemble Sofija Gubajdulina, elegante, semplice e magnetica, nello sguardo mobilissimo e vivace dei suoi occhi tartari.


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