L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Temi e variazioni

di Roberta Pedrotti

Omer Meir Wellber
Storia vera e non vera di Chaim Birkner
traduzione di Margherita Carbonaro
238 pagine
ISBN 88 389 4098 3
Sellerio Editore Palermo, 2021

Di fronte a un romanzo scritto da un musicista, molti si aspetteranno facilmente che alla musica si faccia spesso e volentieri riferimento. Invece, di esplicito non c'è molto, per quanto importante in un romanzo dove ogni dettaglio è fondamentale: Lea, il puro amore d'infanzia che il protagonista soprannomina Leon per l'abitudine inconsueta nell'Ungheria degli anni Trenta e Quaranta di indossare sempre i pantaloni, è una violinista; si citano i Vier letzte Lieder di Strauss e il Concerto per due violini di Bach. Il folgorante esordio narrativo di Omer Meir Wellber, però, condivide con il linguaggio musicale logiche e strutture ben più profonde, a partire dal concatenarsi di temi e ricordi che si agganciano e si intersecano l'un l'altro sul perno di un'idea o una parola come di un accordo o una nota. Il filo della memoria di Chaim Birkner, nato in Ungheria e nel 2038 a centootto anni l'uomo più anziano di Israele, non segue una linea cronologica, ma si muove per associazioni e combinazioni fra diversi elementi, ora a ritmo serrato, ora dilatandosi per lasciar spazio a sviluppi e variazioni, in un'arcata dinamica ancora una volta musicalissima nelle sue alternanze e nel suo aprirsi e chiudersi fra ampi episodi centrali e frenetiche sovrapposizioni in apertura e chiusura.

Il filo della memoria di Chaim Birkner non seguirà una linea retta, ma il suo meccanismo è lucido e rigoroso e viene a capo del labirinto senza lasciare che i percorsi sospesi cadano nel vuoto, senza perdere il senso di ogni variazione. Perché, lo annuncia già il titolo italiano (quello originale è Die vier Ohnmachten des Chaim Birkner, Gli ultimi svenimenti di Chaim Birkner), questa storia è vera e non vera. Il nostro protagonista mente con straordinaria disinvoltura, talora per seria necessità, talatra per cortesia o per evitare un imbarazzo, in qualche caso perfino senza alcun motivo comprensibile, quasi per naturale vezzo o abitudine. D'altra parte, non è solo lui a proporre variazioni sulla realtà: la storia della sua famiglia si muove sul labile confine di interpretazioni diverse, piccole e grandi bugie, verità nascoste, nomi cambiati, pettegolezzi. Il racconto narra sé stesso e mille possibili varianti, ricerche, percorsi alternativi.

Difatti, se ogni episodio, esteso o minimo che sia, ha una sua importanza nei lucidi equilibri del romanzo, pare cruciale quello dell'incontro mancato con il misterioso vecchio collezionista di libri che spera di scovare chi abbia già raccontato la storia della sua vita. Anche qui, piccoli elementi (uno di questi è Stefan Zweig) ricorrono e si riagganciano ad altri ricordi dando corpo a quella che è la componente filosofica che permea il libro, la sua concezione del tempo, della memoria, della coscienza di sé e dell'identità.

Gli svenimenti del titolo originale sono la manifestazione concreta della fragilità dell'uomo Chaim, e di ogni essere umano, di fronte alla ricerca di una verità e di una identità, di fronte alla costruzione della propria vita, dei rapporti familiari, delle responsabilità e delle scelte che la Storia ci impone e che sia il coinvolgimento nel caso Kasztner sia l'episodio della traduzione per l'anziana ungherese portano alla ribalta. Tuttavia, in puro spirito ebraico ma non senza qualche sfumatura pirandelliana, molti momenti altamente drammatici, quando non tragici, si pennellano di umorismo: leggere per credere la scena della traduzione simultanea. Oppure, basti pensare a come i rotoli della Torah eroicamente salvati nelle prime pagine si trasformino in veri e propri personaggi, fra comicità e violenza non necessariamente contrapposte. Tanto è densa la materia, fitta di richiami e legami interni, simboli, fatti veri o verosimili, tanto la penna di Wellber sa trattarla con franca umanità e leggerezza, guardando sia alla grande narrativa del Novecento e alle radici mitteleuropee, sia, specie per le avventure di genitori, nonni e vecchi rabbini ungheresi, alle tradizioni della fiaba e del racconto popolare yiddish (non si spaventi il lettore: i riferimenti più stretti alla cultura ebraica o alla politica israeliana sono ripresi in un breve glossario).

La questione dell'identità, dei rapporti, del tempo diventa anche questione politica. La solitudine di Chaim si scontra con un'attualità che l'ambientazione di parte del racconto in un prossimo futuro rende distopica in senso quasi orwelliano. Emerge il dramma irrisolto della politica israeliana, che Wellber stigmatizza con la chiarezza di valori universali, ma anche particolari e che colpiscono evidentemente nel segno se nel paese natìo dello scrittore a tutt'oggi nessun editore ha ancora accolto le memorie di Chaim Birkner. D'altra parte, Chaim stesso rigetta l'affermarsi di una mentalità e di una tendenza politica fino a prendere, a centootto anni, una decisione estrema, lucida e istintiva, un fragile eroe del Secolo breve e del contemporaneo, puro spirito polemico e ribelle di fronte a un mondo che non riconosce e non vuole riconoscere, di fronte a un'idea di identità che non è quella che aleggia nella sua eterna ricerca di storie e vite vere e non vere, del racconto, finalmente, della propria esistenza.


 

 

 
 
 

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