L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Il mondo di Tamagno

 di Roberta Pedrotti

 

U. Piovano

Otello fu: la vera vita di Francesco Tamagno, il "tenore cannone"

687 pagine

Rugginenti Editore © 2005

RE 10173

ISBN 88-7665-524-7

Si può dire che Enrico Caruso segnò, nel canto, il passaggio dal mito alla storia e aprì il XX secolo intuendo e sfruttando le potenzialità e l'importanza del disco in una carriera al pari di quanto avrebbe fatto, qualche decennio dopo, Karajan fra i direttori.

Toccando gli albori pionieristici, ma convulsamente già attivi, della fonografia, Francesco Tamagno si colloca invece perfettamente a cavallo fra mito e storia: cantante schiettamente ottocentesco, formato nella vocalità nobile, dall'acuto argenteo e perentorio, degli eroi romantici, cui prestava un'ampiezza stentorea, un vigore imponente, altero, che nella produzione della fine del secolo troverà sempre più congeniali i drammi storici di quelli popolari e veristi. Cantante fra i primi a consegnare ai posteri un significativo lascito discografico, nonché, insieme con Victor Maurel, l'unico creatore di ruoli verdiani, preparati a stretto contatto con l'autore, di cui si possieda testimonianza acustica.

I motivi per cui Tamagno può essere considerato l'ultimo cantante dell'età del mito e il primo della storia sono innumerevoli, innumerevoli le ragioni che ne fanno il più noto fra gli artisti del XIX secolo. Così noto da essere circonfuso da un'aura di leggenda nella quale sembra difficile districarsi, testimoniato in una selva di documenti, aneddoti, informazioni che ne delineano l'eccezionalità della parabola umana e artistica, ma nella quale pare assai arduo orientarsi.

Ci prova Ugo Piovano, e lo fa con una caparbietà e un'acribia che non possono non destare ammirazione e confermare la bontà del consiglio di Giorgio Gualerzi, che ha spinto il concittadino a ordinare e portare a compimento le ricerche sul tenore torinese per dare alle stampe una biografia completa e attendibile.

Dal punto di vista documentario il lavoro è immenso. A tratti potrebbe sembrare perfino troppo minuzioso, come quando consacra pagine alla disanima della topografia storica del capoluogo sabaudo e dei registri delle locande e dei locali che avrebbero potuto essere ricondotti all'attività della famiglia Tamagno. Si condona comunque volentieri qualche divagazione che contribuisce comunque sia a restituire la passione e la completezza della ricerca sia a ricostruire in tutti i suoi aspetti il mondo in cui il tenore visse. Lo scopo di una buona biografia non dovrebbe, infatti, essere la compilazione di una cronologia, ma evocare la complessità della persona in rapporto all'ambiente che lo circondava. E da questo punto di vista la figura di Tamagno offre terreno fertile a un racconto avvincente, come a un vivido scorcio storico: padre single che seppe crescere con infinito amore una figlia senza mai rivelare il nome di colei che aveva amato e l'aveva data alla luce fuori dal matrimonio, divo affascinante, ma riservatissimo, collezionista di farfalle e animali impagliati, oculato amministratore dei suoi beni e generoso protagonista di infiniti concerti di beneficenza. Un uomo interessante, prima ancora che un tenore dalla carriera internazionale, fra i più pagati del suo tempo, la cui parabola artistica dipinge nei colori più vivi un mondo di impresari, teatri, musicisti in cui pare che tutto e nulla sia cambiato.

E, poi, Otello, per il quale la scelta del tenore – caldeggiata da Ricordi - mille perplessità destò in Verdi, che fino all'ultimo mise in dubbio l'opportunità di portare in scena la sua penultima opera, non scritta per nessun cantante in particolare (benché alcuni passi mostrino chiaramente revisioni pensate per i mezzi di Tamagno), ma allestita con una cura ineguagliata. Giustamente Piovano non sposta eccessivamente il baricentro del volume in favore delle traversie del Moro di Venezia, ma è inevitabile che le pagine dedicate al rapporto con Verdi, alla preparazione dell'opera, al suo debutto e alle sue riprese siano il cuore più avvincente, quasi commuovente.

Basterebbero queste pagine ad appassionare alla biografia di Tamagno, ma il racconto è denso e ricco di suggestione in tutte le sue parti, sia per le vicende personali, sia per il loro intrecciarsi con la Storia – non solo della musica – vissuta quotidianamente, sia per quanto emerge, interessantissimo, sulla prassi esecutiva e la percezione del canto, dello stile, dell'evoluzione della vocalità nelle parole dello stesso tenore e dei suoi contemporanei.

Piovano, però, è un ricercatore ma non un narratore, e se la vicenda di Tamagno è avvincente di per sé, dati, fatti e documenti possono ciò che non può prosa.

Purtroppo, infatti, il volume non è esente da difetti, in rimo luogo stilistici. È comprensibile che in 687 pagine qualche refuso possa sfuggire, ma, per esempio, l'oscillazione della dizione corretta “il soprano/i soprani” con quella scorretta “la soprano/le soprano/i soprano” è davvero fastidiosa. Così come l'abuso, talora quasi compulsivo, di puntini di sospensione. Il correttore automatico trasforma quasi sempre Giacosa in Giocosa (a meno che non si parli di un semi-omonimo), mentre non può far sorridere l'annotazione in una citazione “Signora Calvet [recte Calvé]” quando Calvet era effettivamente il cognome anagrafico della cantante, e Calvé un nome d'arte. Così si segnalano, anche a distanza di poche righe, ripetizioni, difformità di grafia in molti nomi, elisione di articoli nei titoli di molte opere, allusione ripetuta a un fantomatico “terzetto della congiura del III atto” del Guillaume Tell senza opportune delucidazioni.

Non intendiamo annoiare con l'elenco delle sviste formali, e non concettuali, che malauguratamente costellano il volume, né soffermarci su alcune notazioni critiche personali sulla storia della vocalità che non ci trovano perfettamente d'accordo. Piuttosto, ci ha stupito non poco leggere che il primo assolo del protagonista in Andrea Chénier «venne subito battezzato dalla critica “Improvviso”, termine che non compare assolutamente nella partitura e che denota la necessità di superare i termini soliti quali “Aria” e “Romanza”, proprio per far capire che Chénier, colpito da Maddalena, le si rivolge all'improvviso manifestandole liberamente i suoi pensieri». Non ho potuto consultare l'autografo di Giordano, ma in tutte le fonti a mia disposizione “Un dì all'azzurro spazio” è definito “Improvviso” e, soprattutto, è dato oggettivo e indiscutibile che tale nome non derivi da un rivolgersi “improvvisamente” di Chénier a Maddalena, ma dall'esplicita richiesta di “un'egloga da voi o una poesia”, ovvero di un'improvvisazione poetica (genere ben preciso), ovvia ragione perché il fatuo congresso aristocratico si compiacesse della presenza del promettente verseggiatore.

Più interessante la questione filologica in cui il termine scelto da Piovano tradisce un pregiudizio che sarebbe bene sfatare. A pagina 495, commentando le incisioni di Tamagno, nota come il tenore nell'”Esultate” esegua un'appoggiatura al Sol#3 prima del Si3-La3 sulla u di uragano. Un rilievo che permette il riferimento agli studi preziosi Will Crutchfield in merito alla prassi esecutiva dell'epoca e la constatazione che anche Vinay chiudesse la sortita alla stessa maniera sotto la direzione di Toscanini. Risulta dunque incomprensibile che Piovano concluda che nel 1941 Lauri Volpi “era già passato all'esecuzione corretta” ovvero alle sole due note scritte senza l'appoggiatura al Sol#: Verdi scrisse Otello nell'ambito di una prassi esecutiva che prevedeva quel tipo di abbellimento, quindi non lo indicò esplicitamente proprio perché riteneva naturale che il cantante lo eseguisse, tant'è vero che è presente nelle registrazioni dirette da un concertatore scrupoloso come Toscanini, che suonò come violoncellista alla prima assoluta dell'opera e che, in occasione di un diverbio con Tamagno in merito ai tempi da staccare (il tenore li preferiva sempre più distesi), fu lodato da Verdi per la perfetta memoria e adesione alle sue indicazioni. Dunque è filologicamente evidente la correttezza della soluzione di Tamagno, al contrario di quella di Lauri Volpi, che denota semplicemente il decadere di una prassi e l'impoverimento della linea vocale (cos'erano Mozart e il Belcanto, nei recitativi e non solo, prima che si ricostruisse la corretta prassi delle appoggiature?). [a tal proposito guarda il VIDEO e leggi la cronaca della conferenza di Will Crutchfield nel 2015 a Pesaro]

Tanti i rilievi, dunque, ma, se circoscritti con ponderato spirito critico, anche molti stimoli, perché la vita e l'arte di Francesco Tamagno non sono solo un'appassionante raccolta di aneddoti attorno a Otello o reperti d'archeologia vocale, tutt'altro.


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