L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Lessico famigliare

 di Roberta Pedrotti

V. Poggiali

Nonno, mi racconti l'opera?

pagine VIII+326

Zecchini Editore, 2015

ISBN 9788865401323

Ogni famiglia ha le sue storie musicali. Io, per esempio, non ho assimilato l'opera fin dalla culla per osmosi familiare, pur crescendo circondata da musica di qualità, fra il cantautorato e gli LP classici che giungevano desiderati e graditi a ogni Santa Lucia. Quando, qualche anno dopo, è arrivata anche l'opera, è arrivata la scoperta degli aneddoti e delle esperienze di nonni e bisnonni, anche se lentamente, perché i primi furibondi amori furono per quei Rossini riscoperti negli ultimissimi decenni, non per il grande repertorio che potevano frequentare i miei ascendenti. Sono venuti, per forza di cose per via indiretta, i ricordi della bisnonna che danzò come moretto in un'Aida a Brescia, che detestava la stazza e la staticità di Gigli e Pagliughi, amanti incredibili e inverosimili, e che raccontava del tenore Dolci e del suo fastidioso sputazzare sulla scena. Sono venute di prima mano le esperienze del nonno veronese, che vide Pertile nell'Africana all'Arena ma, ragazzino, fu più colpito dalla ricostruzione della nave e delle onde dell'Oceano, che conobbe a Brescia Rossi Lemeni con i suoi occhi “tagliati da vero diavolo” e la bellissima consorte. Ho realizzato che prima di ascoltare per intero un'Aida avevo sentito il nonno cantare “Rivedrai le foreste imbalsamate” e ridevo, bambina, pensando fosse una specie di invenzione scherzosa. Ancora oggi mi beo in silenzio, senza interromperlo, se il nonno attacca “A te l'estremo addio, palagio altero” o “Pari siamo”, magari rimescolando qualche verso, ma sempre con bella voce intonata.

Incontrandoci quasi alla pari, anagrafe permettendo, a passione già autonomamente formata, la trasmissione cede il passo alla condivisione, allo scambio di opinioni, alla ricerca reciproca di aneddoti. Commentiamo le prime della Scala, o le trasmissioni di Rai 5, se l'opera è di loro gusto (mio nonno conosce molti titoli a memoria, la nonna ama ascoltare con più disimpegno, entrambi preferiscono il grande repertorio italiano e hanno molto gradito il consiglio di scoprire la Lucrezia Borgia con Devia e Pertusi). E, del rapporto con i nonni, quel che più amo è l'apertura mentale, il motto “Se gli antichi non avessero avuto fantasia oggi non avremmo i classici” che fa guardare ad ogni spettacolo senza pregiudizi, senza porre paletti di sorta, ma giudicando di volta in volta, secondo l'istinto gli spettacoli, gli allestimenti, i direttori e i cantanti. Con i loro gusti, certo, ma dell'ultima Traviata scaligera ricordo lamenti più per il canto che per il minestrone di Beczala, e riferimenti ai “brutti costumi” chiusi con un “alla fine ho pianto lo stesso”.

Amo parlare d'opera con i miei nonni, fra le persone più intelligenti e acute che io abbia mai conosciuto.

La stessa età di mio nonno ha il signor Armando di Bologna, fedelissimo anche del Rossini Opera Festival. Magari non avremo sempre le stesse opinioni, ma è sempre piacere conversare con una persona che tanto ha visto e tanto continua a vedere, sempre con curiosità.

E più o meno coetanea è pure la signora Annamaria, la vedova del tenore Giacinto Prandelli, che mi onora del suo affetto e che dimostra sempre un acume, una lucidità, una competenza per cui la conversazione è sempre un piacere. E, a turbare tanti ortodossi custodi della tecnica antica, lei, allieva della Arangi Lombardi, amica di Callas, Tebaldi e Carteri, ammira molto Jonas Kaufmann. Un po' intenerisce, ma una volta il personaggio s'intendeva così, quando sostiene l'assoluta ingenuità di Zerlina.

Ricordi personali di una passione che unisce le generazioni. Una passione che germina nei luoghi e nei momenti più impensati, talora si semina e si coltiva in famiglia, ma non sempre con eguale profitto.

Questa lunga premessa può sembrare, forse, una divagazione superflua, ma di fronte a questo volume del collega giornalista Vieri Poggiali è impossibile non riflettere sulla sua precisa contestualizzazione: lo scambio generazionale e familiare nel tramandare e condividere una passione. Un testo dal carattere, quindi, assolutamente privato, che al momento della pubblicazione si trova sul crinale ambiguo fra esoterico ed essoterico. La franchezza con cui l'autore ce ne racconta la genesi – una sorta di epistolario operistico rivolto alla nipote – senza alcuna pretesa scientifica ed esegetica, con molto realismo e molta umiltà, ci fa guardare con benevolenza a questo scritto.

Si tratta, in definitiva, del racconto delle trame di opere eterogenee, seguendo il filo delle occasioni d'ascolto della nipote, con chiose specifiche sui singoli titoli e sugli allestimenti, recenti e per lo più scaligeri. Certo, potremmo metterci a discutere su questa o quella osservazione, su qualche ingenuità esegetica (Verdi che in Aida raccoglierebbe la lezione wagneriana, per esempio), ma si tratta dopotutto di un dialogo privato fra nonno e nipote, nel quale il nonno non si pone su un piedistallo, ma semplicemente condivide la sua esprienza, con alcuni aneddoti di prima mano (l'amicizia con la Callas propiziata dalla madre greca, Gigli che a Berlino rischia l'arresto per aver cantato un'aria dell'ebreo Meyerbeer) a dare un po' di condimento a un piatto senza dubbio genuino ma non particolarmente appetitoso fuor dalla cerchia familiare. Si sa che il lessico famigliare è tale perché la sua forza comunicativa e affettiva, l'intreccio di sensazioni e riferimenti, resta inesorabilmente circoscritto a chi lo condivide per antica, intima consuetudine.

Potremmo commentare e ribattere su alcuni punti, potremmo notare come – pur dichiarando saggiamente che non la ualità di uno spettacolo prescinde dall'adesione o meno a una tradizione iconografica – alla tentazione a rivolgere una particolare attenzione alla regia e a voler porre dei criteri di accettabilità o inaccettabilità sia difficile resistere. Sarà che il canto, la concertazione, il suono nasce e muore in un istante impalpabile, mentre video e fotografie, la sola materialità di scene e costumi, visibilità degli elementi offrono l'illusione di una possibile oggettività, di un'ideale definizione di un limite e di un principio cui i registi, i drammaturghi, i costumisti, gli scenografi dovrebbero attenersi. Purtroppo nell'arte non può essere così. L'arte è libertà e non possiamo che giudicare il risultato ovviamente secondo la nostra soggettività, i nostri gusti, la sensibilità, la cultura, l'esperienza, in maniera istintiva nell'appassionato, più strutturata e meditata nel critico professionista, ma senza mai poter cogliere una verità. Semplicemente perché nell'arte e nella sua interpretazione non è possibile definire regole e verità assolute. "Se gli antichi non avessero avuto fantasia oggi non avremmo i classici".

Ciò non toglie che, nel lessico famigliare, un nonno possa raccontare alla nipote tutto ciò che crede o sente di fronte all'Opera.

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