L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Il suono come pensiero

di Roberta Pedrotti

Mariss Jansons - His last Concert

R. Strauss
Also sprach Zarathustra
Burleske

direttore Mariss Jansons
pianoforte Daniil Trifonov
Symphonieprchester des Bayerischen Rundfunks
Monaco di Baviera, Herkulessaal der Residenz, 10 e 13 ottobre 2017
CD BR klassik 900182, 2020 

L'incipit di Also sprach Zarathustra, il nulla che si fa suono e il suono che genera un universo. Eppure anche il piano più sottile che esce dalle mani e dalla bacchetta di Mariss Jansons attraverso la sua orchestra bavarese è subito denso di materia per quel miracolo dinamico che gli permetteva di plasmare le vibrazioni dell'aria controllandole all'estremo e mantenendone la sostanza in ogni sfumatura, come un pensiero fisico. Questo primo suono minuto e ben formato, denso, leggermente asprigno, che dà la netta sensazione di giungere da lontano incontra la pulsazione dei timpani, esatta quando inaspettatamente secca, perentoria, primordiale, così diversa dalla rotondità che gli stessi strumenti assumeranno di lì a poco in diverso contesto, o, meglio in una diversa fase dell'evoluzione del discorso. Il poema sinfonico di Richard Strauss, in effetti, può facilmente diventare banco di prova del virtuosismo del direttore e dell'orchestra. Qui come altrove (si pensi anche all'incisione della Alpensinfonie e di Tod und Verklärung che pure Jansons ha effettuato dal vivo con l'orchestra bavarese) il fulcro è il pensiero: del resto, già l'incipit non è che l'approssimarsi e il manifestarsi defragrante di un pensiero che prende via via diverse forme rielaborando il nucelo originario, in slanci pensosi o assertivi, in una danza estenuata, sensuale, affine a quella di Salome, o nello scintillio del Tanzlied, dove il primo violino della Sinfonieorchester des Bayerischen Rundfunks guizza formidabile per incisività di timbro e fraseggio.

L'accostamente con la Burleske per pianoforte e orchestra d'una decina d'anni precedente è dei più felici, perché sopraggiunge come solista Daniil Trifonov e l'opera giovanile che destò la perplessità di von Bülow, il quale di fatto la rifiutò, trova piena giustizia. All'asserzione felpata dei timpani, presenza ricorrente e cangiante, fa eco il luccicare leggero del primo tocco pianistico, che prende via via corpo nell'intreccio con l'orchestra, ora con gesti rapidi e ironici ora con accorati slanci cantabili o con repentini motti ctonii, a metà fra la stasi funebre e un incedere sarcastico, mefistofelico. Già prima di Zarathustra nel suono Strauss generava un universo intellettuale di caparbia vitalità, fra cielo e terra, fra l'irrisione di Till Eulenspiegel e la sublime trasfigurazione. L'accordo fra Jansons, l'orchestra e Trofonov dà esattamente forma a questo pensiero musicale, ciò che a von Bülow parve ineseguibile qui appare naturale. Il colore, la dinamica, l'agogica sono un tutt'uno logico e indispensabile, un'unica formidabile energia che si manifesta in un continuo movimento senza mai perdere di vista il filo del discorso, il motore immobile di un moto perpetuo.

Beati coloro che erano lì ad applaudire.


 

 

 
 
 

Utilizziamo i cookie sul nostro sito Web. Alcuni di essi sono essenziali per il funzionamento del sito, mentre altri ci aiutano a migliorare questo sito e l'esperienza dell'utente (cookie di tracciamento). Puoi decidere tu stesso se consentire o meno i cookie. Ti preghiamo di notare che se li rifiuti, potresti non essere in grado di utilizzare tutte le funzionalità del sito.