L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Laboratorio rossiniano

di Roberta Pedrotti

G. Rossini/ G. Pacini
Matilde di Shabran
Angelini, Blanch, Yarovaya, Mastrototaro, Zong, Franco, Seguel, Beuque, Henao
direttore José Miguel Pérez-Sierra
Górecki Chamber Choir
Passionart Orchestra
registrazione effettuata nel luglio 2019 a Bad Wildbad
3CD Naxos, 9.660492-94, 2021

L’ultimo impegno operistico romano è per Rossini particolarmente faticoso. La scelta del soggetto e la gestazione del libretto è fra le più travagliate, attraversa varie ipotesi e diversissime, da un impianto decisamente cupo e gotico acquisisce via via tratti surreali, un contrasto sempre più acceso fra comico e tragico che trascende i normali equilibri del genere semiserio. I tempi di composizione di Matilde di Shabran si stringono e l’opera debutta in modo un po’ avventuroso (per fortuna c’è l’amico Paganini a sostituire il primo violino concertatore indisposto e suonare alla viola l’assolo del corno del secondo atto), prima di essere revisionata con una nuova compagnia di canto per il pubblico partenopeo. Così, inevitabilmente, la rinascita dell’opera irraggiata da Pesaro non può che basarsi sulla versione napoletana, tutta di pugno rossiniano, mentre l’ascolto di quella romana sembra una caccia al tesoro fra incisioni pionieristiche non sempre affidabilissime. Per il festival Rossini in Wildbad, Florian Bauer cura una nuova edizione sulle fonti dell’epoca e si propone di fare un po’ d’ordine, finalmente.

Oltre alla parte di Isidoro, in italiano a Roma e poi tradotta in napoletano, e senza contare pur presenti varianti nel testo e in alcuni dettagli musicali, le differenze si notano già nell’Introduzione, con battute diversamente distribuite fra Egoldo, Ginardo e Aliprando. Nel primo atto c’è poi, fra il Quintetto e l’immenso Finale primo (che al pari del Terzettone di Maometto II include un cambio scena fra il grande duetto d’amore con pertichini e il finale vero e proprio), un coro di armigeri tratto da Ricciardo e Zoraide, mentre l’aria di Aliprando “Giove un dì fremendo in collera”, che avrebbe dilatato troppo una prima parte già abnorme, pare non sia mai stata musicata. Il secondo atto comprende ben tre numeri affidati a Giovanni Pacini: l’introduzione con la cronaca della battaglia da parte di Isidoro (molto più stringata rispetto al libretto originale), il terzetto fra Corradino, Raimondo ed Edoardo, il duetto fra Edoardo e Matilde. A Corradino spetta quindi un’aria tratta ancora da Ricciardo e Zoraide. Ovvio che, nel riprendere l’opera per Napoli due brani provenienti da un titolo che proprio al San Carlo aveva debuttato tre anni prima non sono più opportuni e vengono cassati. Parimenti, Rossini ha agio per attendere alla risistemazione della propria opera e può tornare sulle pagine affidate al collega: il secondo atto si apre con la nuova ed estesa aria con coro di Isidoro, scompaiono anche il terzetto e il duetto, ma viene introdotto un delizioso coro femminile in modo minore, mentre Edoardo e Corradino sono risarciti delle perdite con il duetto “Fra cento smanie e cento”. Edoardo, peraltro, vede ampliata la sua parte conquistando l’aria “Ah perché, perché la morte” che a Roma era affidata a suo padre Raimondo: la situazione è la medesima, cambia il punto di vista nel ricongiungimento.

Certo, per molti versi, questa prima Matilde si può considerare una curiosità storica al pari del primo Stabat Mater musicato solo per metà da Rossini e completato da Tadolini [CD, Rossini/Tadolini, Stabat Mater - Giovanna d'Arco]. Tuttavia, non conoscerla è un gran peccato, perché non solo si tratta della forma con cui Matilde di Shabran si presentò per la prima volta al pubblico, ma si tratta anche di un esempio di lavoro di bottega, di collaborazione fianco a fianco di compositori in un tempo in cui Rossini era una già star conclamata, ma non destava certo scandalo se sotto la sua firma e supervisione andavano in scena note non sue. Come in una pala d’altare in cui il maestro imposta la composizione e si occupa della Madonna, mentre qualche putto o pastorello spetta a un allievo. 

La musica di Pacini, peraltro, è di alta qualità, non sfigura affatto accanto a quella del Pesarese, anche se non passa inosservata la differenza fra l’ottimo professionista e il genio; si mette in luce  la continguità di stile, ma anche come questo nella penna rossiniana, ed è evidente a Napoli, tocchi vertici trascendentali. La prova viene dalla stretta del terzetto fra Corradino Edoardo e Raimondo: il tema di “Oh qual segreta smania” verrà ripresa a Napoli nella stretta del duetto Corradino Edoardo “Oh ciel chi può resistere”. Potrebbe essere stato già in origine suggerito da Rossini, ma più probabilmente può essere di Pacini e volentieri accolto e sviluppato dal più celebre collega nel nuovo numero. D’altra parte, non è il tema di per sé a far la differenza, né la sua originalità, bensì l’uso nel contesto. 

Sono davvero molti gli elementi che solleticano l’interesse dell’ascolto di questa Matilde romana e si comprendono e condonano volentieri eventuali sbavature nella registrazione effettuata dal vivo nell’ambito di un festival di tante idee e mezzi non altrettanto ampi qual è quello rossiniano di Wildbad. Per di più, dobbiamo riconoscere che l’amore dei rossiniani per quest’opera è stato consacrato da una serie di riprese dai contorni spesso lussuosi, che hanno abituato assai bene l’orecchio. Ora, se dovessimo attribuire la palma del migliore, potrebbe andare a Victoria Yarovaya. Pazienza se Edoardo qui è orbato di un’aria: oltre alla tremenda cavatina, il terzetto e il duetto permettono di apprezzare la morbidezza e l’omogeneità dell’emissione, la chiarezza dell’articolazione, la confidenza con lo stile (ascoltate l’accorata strofa paciniana “Matilde ha bella l’anima”). Anche Sara Blanch si fa valere come protagonista, soprano leggero sicuro, espressivo, sempre di buon gusto. Lamia Beuque completa con efficacia il panorama di voci femminili quale Contessa d’Arco. Fra le voci gravi maschili Giulio Mastrototaro ha il vantaggio della lingua madre nei panni del buffo Isidoro, per il quale il lavoro sulla parola è più che mai fondamentale (una curiosità, i primi interpreti della parte a Roma e a Napoli erano due veterani come Antonio Parlamagni e Carlo Casaccia, in ossequio all’età dei quali il poeta proclama rispettivamente “sessant’anni” o “cinquant’anne”). Da notare che nella cavatina, rispetto alla versione partenopea, i vari “laralalà” di Isidoro ricordano da vicino quelli di Figaro, che a Roma aveva debuttato cinque anni prima. Talora, invece, l’eloquio di Shi Zong (Raimondo), Emmanuel Franco (Aliprando) e Ricardo Seguel (Ginardo) può risultare meno fluido, ma le loro prove sono comunque puntuali e una menzione d’onore andrà senz’altro riservata al basso cinese cui spetta l’onere di farci scordare “Ah perché, perché la morte” nella riscrittura per contralto, riscoprendone la prima destinazione. Nell’improba parte di Corradino, Michele Angelini si getta con ammirevole coraggio, anche se l’emissione non è sempre ben sostenuta e non manca qualche impiccio nelle fittissime e complesse colorature di forza con cui il misogino corretto esprime la sua ragion d’essere sempre sopra le righe. 

José Miguel Pérez Sierra non ci fa gridare al miracolo, talora imbastisce tempi un po’ rigidi, ma tiene tutto sommato bene le redini di un’opera di tali proporzioni e di forti contrasti, seppur non ai livelli parossistici della revisione. Il risultato ha la sincerità del live che ora tanto ci manca trasmette la dedizione appassionata del Rossini nella Foresta Nera. 

L'impaginazione fittissima del libretto d'accompagnamento può anche affaticare l'occhio, ma non si può non essere grati per la caparbietà nel presentare lista tracce e trama (a cura di Reto Müller) dettagliatissime, un corposo saggio di Annalisa Bini e le biografie con foto di tutti gli interrpeti.

 

 


 

 

 
 
 

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