L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

La voce del basso

 di Roberta Pedrotti

Rossini, Verdi, Massenet, Wagner

Great Opera Scenes

basso Carlo Colombara

direttore Marco Boemi

Philharmonisches Orchester Graz

registrato all'Opera di Graz nell'agosto 2013 e nel gennaio 2014

CD Decca 481 1888, 2015

 leggi anche l'intervista a Carlo Colombara

Con una raccolta di grandi scene che riassumono idealmente la storia ottocentesca della sua corda, Carlo Colombara dedica il suo recital d'esordio per la Decca all'indimenticato maestro Paride Venturi. Dedica quanto mai azzeccata, che rende merito alla memoria del tenore bolognese, a sua volta allievo di Melocchi, dimostrando il valore di una buona tecnica a prescindere dalla specializzazione, in un vasto repertorio che spazia da Rossini a Wagner.

L'apertura è affidata, e non potrebbe essere altrimenti, alla gran scena di Assur dalla Semiramide rossiniana, pagina simbolo del belcanto primottocentesco in chiave di basso, ma anche di prepotente influenza sugli anni a venire (difficile immaginare i deliri e i cantabili di Nabucco e, soprattutto, Macbeth senza quelli del principe babilonese). Quello di Colombara è un Assur ben cantato, il disco lo coglie in buona forma e l'autorità di un'autentica voce di basso già di per sé conferisce solennità e spessore al personaggio e alla situazione. Certo, non vogliamo paragonare la fluidità dei passi di coloratura, pur risolti puntualmente e con convincente souplesse, a quella di chi con il ruolo si è identificato e ha costruito la sua carriera cantando Rossini quasi ogni giorno, ma questa esecuzione non solo regge il confronto, ma si fa spesso anche nettamente preferire rispetto ad altre ascoltate in contesti segnati da imprimatur specialistici.

Quel che manca è la bacchetta, e si tratta di problema non indifferente anche in un recital solistico, nel quale ingenuamente qualcuno potrebbe pensare che il ruolo del podio sia solo di supino accompagnamento. Eppure, basta confrontare l'apporto di diversi direttori in diversi recital per chiarire che così non è. In questo caso già l'assenza del coro è un limite abbastanza sensibile, sia dal punto di vista drammatico (si tratta, è vero, di un delirio, ma sentire Assur dialogare da solo senza interagire con i suoi fidi satrapi non sortisce un bell'effetto) sia dal punto di vista musicale (il vuoto si sente eccome). Mentre apprezziamo la caratura della voce, la cura del canto e la saldezza dell'emissione, non potremo lamentare ancor più i limiti della direzione di Marco Boemi, che, lungi dal colmare l'assenza del coro, suona bandistica nel finale, nel complesso impari alla resa delle atmosfere della monumentale tragedia rossiniana, alla plasticità delle dinamiche, alle sottigliezze della strumentazione.

Boemi non brilla per finezza e intuizioni nemmeno nelle pagine seguenti, ma, fors'anche per una maggiore sintonia fra la Philharmonisches Orchester di Graz e il repertorio più propriamente romantico, l'ascolto procede senza intoppi.

Con Philippe II (“Elle ne m'aime pas”) e Procida (“Et toi, Palerme”), poi, Colombara si trova a casa sua, e conferma la sua confidenza con Verdi, la dignità espressiva, la giusta cavata. Certo, ascoltando Don Carlos e Les vêpres siciliennes nell'originale francese, è difficile non rammaricarsi della loro pervicace rarità nel corrente repertorio. Un peccato grave ancor più oggi, quando una moderna consapevolezza dovrebbe indirizzarci ancor più verso l'esplorazione dello stile e della teatralità insiti nel rapporto fra la musica e la parola, non solo nel senso ma anche nella sua intima musicalità fonetica, impresso da Verdi.

Nel caso dell'aria di Procida l'assenza del coro, drammaticamente e musicalmente assai meno importante che in Semiramide, passa più inosservata, sopravanzata dalla sicurezza e dall'esperienza dell'interprete.

Questi, tuttavia, ci pare ispirato soprattutto dalle pagine del Don Quichotte: ma come dargli torto? Senza nulla togliere all'immensità delle creazioni verdiane, a tanti capolavori inarrivabili della letteratura musicale alla cui poetica il basso bolognese aderisce senza problemi, l'opera di Massenet è un piccolo trionfo poetico per le voci gravi che non possono non innamorarsene. Tra l'altro ascoltando Colombara nella parte baritonale di Sancho colpisce come la bontà della tecnica gli permetta di gestirla senza sforzi, cogliendo anzi un colore e un tono diverso e complementare rispetto a quello del suo signore. L'idea discografica del duetto o della scena in cui uno stesso cantante si sdoppia grazie alla tecnologia può destare perplessità legittime, ma ha una tradizione ormai consolidata e anche con tutti gli scetticismi preliminari dobbiamo ammettere che entrambi i ruoli, nella scena della morte di Don Quichotte (cui contribuisce Katarina Hal'kova come Dulcinée), son cantati bene, ben differenziati e che l'ascolto funziona, ribadendo l'efficacia e il potenziale di una corretta emissione.

Funzionano pure l'Addio di Wotan e l'Incantesimo del fuoco che chiudono Die Walküre. Anche qui si fanno valere la voce sana impostata all'italiana – cioè come Wagner voleva, prima che Cosima imprimesse un nuovo corso all'interpretazione in quel di Bayreuth – e la misura di un interprete accurato che ammorbidisce l'impatto delle allitterazioni wagneriane sì da favorire il cantabile rispetto al declamato e ai relativi rischi di sovrainterpretazione che sacrifichino la musica e la qualità vocale. Non che un fraseggio analitico sbalzato con la profondità del madrelingua sia di per sé un disvalore, ma s'intende bene come la scelta di valorizzare al massimo l'emissione e il canto, con un fraseggio di nobile tradizione, sia volta all'affermazione di un ideale artistico ben preciso in cui la voce è al primo posto, è protagonista indiscussa.

Interpretare Wagner all'italiana si può, anche nei modi più diversi, con la medesima impostazione con cui si affrontano Rossini, Verdi e Massenet. Anzi, verrebbe da definirlo un dovere, più che una possibilità. Un dovere che non esclude affatto le più estreme scelte interpretative (anzi, offre i mezzi per esprimerle al meglio) e orienta la scelta del repertorio, invece che sulla tecnica, sulle qualità intrinseche della voce e della personalità dell'interprete, con il punto fermo imprescindibile, sempre valido, della solida e affidabile base del belcanto all'italiana.


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