L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Il suono di Schumann

 di Andrea R. G. Pedrotti

R. Schumann

Concerto in la minore per violoncello e orchestra, op. 129

Sinfonia n. 2 in do maggiore op. 61

Violoncello Jan Vogler

direttore Ivor Bolton

Dresden Festival Orchestra

CD Sony B01K8VRBDE, 2016

 

Per preservare in vita un testo musicale è necessario che questo non giaccia in un museo di suoni nell'etere, con esecuzioni sempre uguali, o viziate dalla tradizione, troppo spesso figlia della cattiva abitudine.

L'operazione dell'orchestra del Festival di Dresda è quella di cercare una nuova via di riscoperta, la riscoperta d'un suono antico, probabilemente quello che lo stesso compositore avrebbe voluto. Una corda di metallo non avrà mai le medesime risonanze di una corda di budello e un timpano in membrana sintetica non può avere quelle di uno in membrana naturale: per avere riprova di questo, basterebbe ascoltare le esecuzioni dei Wiener Philharmoniker, i quali, giustappunto nei timpani, non sono mai passati a materiali artificiali.

La ricerca di un suono antico, inoltre, aiuta a innovare e ariscoprire alcune finezze esecutive, soprattutto per quel che riguarda un disco dedicato esclusivamente a un compositore emblema del romanticismo, come fu Robert Schumann.

Il CD è strutturato come un normale programma sinfonico che persegua un linea complessiva unitaria e funzionale a un'idea o a un progetto.

Primo brano è il Concerto in la minore per violoncello e orchestra, op. 129.

L'esecuzione dei tre movimenti è eccellente già dal primo Nicht zu schnell con un ottimo scambio fra il solista  Jan Vogler e i professori della Dresdner Festspielorchester. Il suono pastoso e la rotondità degli strumenti originali esalta la linea musicale conferendo notevole espressività al fraseggio.

Ottima la prestazione del violoncellista, che nel secondo movimento Langsam non tradisce l'indicazione del compositore (lentamente, nella traduzione italiana), bensì, trasmette notevole intensità. Nel terzo, Sehr lebhaft, la tonalità torna al la (sia maggiore sia minore) e abbandona il fa maggiore e il connubio fra Vogler e il direttore Ivor Bolton palesa un'intesa ancora maggiore.

Fa riflettere che Jan Vogler sia anche l'intendente del prestigioso Dresdner Festispiele [leggi la recensione del concerto del 20/05/2016 e del 21/05/2016] e del Festival di Moritzburg [leggi il servizio sull'edizione 2015], a riprova di come una gestione non affidata a contabili e funzionari, ma a musicisti esperti sia per pratica diretta sia per competenze speculative, possa essere garanzia di successo artistico. Jan Vogler ha, ovviamente, un'attività concertistica anche al di fuori della delle realtà da lui amministrate e ricordiamo ancora con piacere la sua apparizione veronese nella primavera del 2015 [leggi la recensione].

Successivamente si ascolta la Sinfonia n. 2 in do maggiore per orchestra, op. 61. Già la tonalità suggerisce un'atmosfera tendenzialmente più viva e solenne. È sempre interessante notare come nelle composizioni di Robert Schumann manchi quel senso di una morte imminente che incombe, viceversa, in altri compositori romantici, come nel caso dello struggente appropinquarsi della Signora con la falce quasi onnipresente in Franz Schubert. Ancora più interessante notare che Schumann, che non canta la morte, segnò con gesti autodistruttivi la fine dei suo giorni. Questo riprova ancora una volta quanto l'intimo e il carattere di molti artisti, e non solo, sia opposto all'espressione che pongono in essere.

L'utilizzo di strumenti originali rende il suono meno penetrante, ma più pastoso, avvantaggiando, ancora una volta, il fraseggio. Se di gran qualità esecutiva sono i primi due movimenti Sostenuto assai/Allegro ma non troppo e Scherzo. Allegro vivace, il migliore risulta senz'ombra di dubbio il terzo, Adagio espressivo, per pienezza del suono e ricchezza di significati nella linea musicale

Il direttore, Ivor Bolton sfrutta con abilità le sonorità di tutte le sezioni dell'orchestra di Dresda, che si dimostra eccellente in particolar modo, senza scordare i colleghi, nei legni e negli archi, i quali regalano all'ascoltatore alcuni arpeggi di altissima levatura tecnica, indispensabili nel quarto movimento Allegro molto vivace, con il quale si conclude la Sinfonia e l'incisione.

Ottima la qualità della registrazione in un disco che sa abbinare la filologia al piacere d'ascolto.

Pregevoli anche gli approfondimenti di Bernhard Hentrich e l'intero libretto d'accompagnamento, recante i nomi di tutti i professori d'orchestra e un'introduzione di Jan Vogler.