L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

 

 

 

la grande duchesse de gerolstein

Ah! Que j'aime les militaires

 di Andrea R. G. Pedrotti

J. Offenbach

La Grande-Duchesse de Gérolstein

Valentini-Terrani, Di Censo, Alemanno, Morris

direttore Emmanuel Villaume

Orchestra Internazionale d'Italia

Coro da Camera di Bratislava

Martina Franca, 20 e 22 luglio 1996

2 CD Dynamic, CDS 7764/1-2, 2016

In La Grande-Duchesse de Gérolstein di Jacques Offenbach ritroviamo già molto di quello che sarà l'operetta nella città che ne sarà indiscussa patria, Vienna. Questo perché La grande duchesse de Gerolstein non è, a differenza di altri lavori del compositore di Colonia, un'operetta breve e interamente burlesca, ma cela in sé quel sottile velo di malinconia, legato ad amori non realizzabili, condanne a morte, guerre e inganni fatti di serissimi dispetti. Il tutto inserito in una cornice che non vuol mostrare nulla di pienamente assurdo, ma solo le dinamiche di rapporti fra esseri umani. È l'antitesi del gusto wagneriano; molti dei protagonisti non sono altro che stereotipi (nei nomi e nel carattere) di personaggi assai realistici che non pretendono di appartenere a nessun “sublime”, a differenza di quelli decantati da Richard Wagner. In quest'operetta di Offenbach vive (esattamente come nell'operetta viennese) un intreccio relazionale quasi infantile nella sua cattiveria, l'ironia è noir, il ritmo incalzante e nulla si ripete mai, a differenza della scrittura wagneriana, fatta di ossessive ripetizioni drammaturgiche e di temi musicali, utili a mantenere desto il livello d'attenzione del pubblico per molte ore. La Grande-Duchesse de Gérolstein non è certo breve, ma è più geniale perché non “consente” di mantenere viva la mente del pubblico, bensì “obbliga” il cervello degli astanti a una concentrazione ininterrotta, grazie ad artifizi comunicativi (nel libretto e nella scrittura musicale) dall'efficacia - quella sì - sublime.

Prendiamo l'esempio dell'aria di sortita del Général Boum “À cheval sur la discipline”, ove l'ufficiale tedesco esalta le sue capacità militari in un attacco di stizza, nei confronti di Wanda, fidanzata di Fritz, causata dalla sua notevole attrazione nei confronti del gentil sesso. È una sottile nevrosi quella del generale, la cui carica idraulica è resa all'ascoltatore mediante una linea più marziale nel suo decantare le imprese militari di cui era stato protagonista, fino all'esplosione (preceduta da un attenuarsi della velocità e dell'intensità del suono) in una serie di onomatopee magistralmente concatenate. L'intensità del suo “Et pif paf pouf tara pa poum / je souis le Général Boum! Boum!”viene immediatamente raddoppiata dall'orchestra e dall'intervento del coro di soldati, che gli fa eco “Il est le Général Boum! Boum!”.

Notevole anche l'intuizione di far seguire il travolgente coro “À cheval, à cheval” da un entr'acte che altro non poteva essere se un incalzante Galop.

Fra gli artisti impegnati in questa produzione, andata in scena a Martina Franca nel luglio del 1996 non possiamo che ricordare per prima una delle artiste più grandi del XX secolo: quella Lucia Valentini Terrani che meno di due anni dopo avrebbe conosciuto la morte. La sua prova come Duchesse è emozionante e poco importa qualche difficoltà nei fiati nella sua prima aria “Ah! Que j'aime les militaires”, perché la grande classe dell'artista viene fuori prepotente sia nella recitazione sia in un fraseggio intenso che fanno di lei un'ottima interprete del ruolo, con punte d'eccellenza nel secondo e nel terzo atto.

Dietro a lei sono buone le prove di una frizzante Carla di Censo, Wanda, parimenti a quella di Carlo Alemanno come Fritz.

Come spesso accade nell'operetta di Offenbach i personaggi più irreali e stereotipati rappresentano il fulcro centrale della vicenda e ne sono forza motrice imprescindibile. Etienne Ligot è un Général Boum efficace sia nel suo essere militaresco d'ispirazione plautina, sia nel suo tessere trame guidato essenzialmente dalla brama del vizio, dei piaceri effimeri, di quelli carnali e, molto secondariamente, della gloria nell'arte della guerra.

Bene tutti gli altri, a partire da Thomas Morris (Le Baron Puck), Richard Plaza (Le Prince Puck), Bernard Imbert (Le Baron Grog), Frank Cassard (Napoumuc), Rosa Anna Peraino (Iza), Rossella Marcantoni (Olga), Maria Grazia Pani (Amélie) e Anna Laura Longo (Charlotte).

Non entusiasma solo il concertatore Emmanuel Villaume, alla guida dell'Orchestra Internazionale d'Italia, che gestisce diligentemente il complesso a sua disposizione, ma la cui sua direzione appare anodina e avara nello sfruttare le genialità dinamiche offerte da Offembach, mantennendo dei ritmi troppo spesso accelerati.

Bene il coro da camera di Bratislava, guidato da Pavel Prochazka.

Ciò che delude per l'imperizia è l'opuscolo di accompagnamento, superficiale nella grafica che ignora la differenza fra preposizione e verbo in lingua francese, poiché ogni “À” maiuscola diviene nella grafica una “A”. Per chi non conoscesse la grammatica transalpina, sarebbe come non distinguere quando vada inserita l'acca in italiano.

Decisamente non all'altezza il saggio di Andrea Merli, per i numerosi errori e imprecisioni in esso contenute. Il Miles Gloriosus è stato certamente modello per le général Boum, che molto somiglia alla figura di Pirgopolinice, anche nell'ottica di un dichiarato scherno al militarismo germanico (patria d'origine di Jacques Offenbach), ma poco o nulla ha in comune con gli esempi enunciati da Andrea Merli, quali omologhi del carattere del personaggio plautino. Pirgopolinice comincia (nel primo atto della commedia latina) allo stesso modo del Général Boum (vantandosi di imprese mai avvenute) e poco si discosta nel prosieguo del testo. Nulla a che vedere con quelli che indica Andrea Merli quali epigoni dello stesso. Egli afferma che Guglielmo e Ferrando in Così fan tutte di Mozart scommettano riguardo la fedeltà di Dorabella e Fiordiligi guidati dalla “soldatesca arroganza”, ma questo non corrisponde al vero, poiché la scommessa è proposta dalla saggezza filosofica di Don Alfonso, mentre loro sono semplicemente sicuri (e si struggeranno nello scoprire d'aver sbagliato) dell'amore delle loro amanti. Si passa a Rossini e gli errori proseguono: non basta indicare che Il barbiere di Siviglia abbia una fonte ispiratrice francese per accomunare il personaggio del milite vanaglorioso di Offenbach e Plauto al travestimento del Conte d'Almaviva, soldato fasullo, eccessivo solo perché ubriaco, ma lontanissimo dall'idea di Plauto, poiché trattasi di un travestimento, di una simulazione. La vita militare descritta da Offenbach riguarda veri soldati in servizio che in Rossini, infatti, entrano in scena, al termine del I atto senza alcun riferimento caricaturale.

Assurdo paragonare l'arroganza militare di La grande duchesse de Gerolstein (sebbene intrisa di Alcol ed Eros) con i temi di Le Comte Ory. Nell'opera di Rossini possiamo molti elementi che saranno cari all'operetta, ma di militaresco non v'è proprio nulla: il conte e i suoi accoliti non sono militari, anzi si vantano di non essere partiti per la Crociata. Nemmeno l'aria di Raimbaud del secondo atto potrebbe indurre al dubbio (quando racconta come un'impresa aver scovato bottiglie nelle cantine della dimora della contessa), poiché anch'egli si vanta di non esser militare.

Nondimeno, gli ultimi due esempi di Merli sono errati, e anche qui non v'è spazio alla libertà d'interpretazione. Belcore non è un “Miles Gloriosus”: ama le donne, è vero, ma è un milite fedele ai suoi doveri di soldato. Si pavoneggia di imprese amorose, probabilmente reali, ma solo per conquistare Adina e glorifica la vita militare, ma non è mai eccessivo in questo.

In ultima battuta: perché mai sarebbe caricaturale l'inneggiare al matrimonio e alla vita militare di Tonio nella Fille du régiment di Gaetano Donizetti? È un'espressione di felicità e gioia che avranno un seguito, poiché egli non è affatto un personaggio libertino e ambisce semplicemente a coronare il suo sogno d'amore con Marie, senza considerare che come militare avrebbe fatto un'ottima carriera: è felice, non fanfarone.

Anche in questo saggio numerosi sono gli errori di battitura, sia in francese, sia in italiano, oltre che di stilistica base nell'uso dei corsivi e delle virgolette.

Considerata la buona qualità musicale del disco, sarebbe stata preferibile una maggior cura e una minor superficialità nella stesura del saggio, ampiamente insufficiente sia per nozione, sia per analisi. L'operetta meriterebbe certo maggior considerazione e studio.