L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Stravinskij ritrovato

 di Roberta Pedrotti

I. Stravinskij

Chant funèbre e altre opere giovanili

Le sacre du printemps

Sophie Koch, mezzosoprano

Riccardo Chailly, direttore

Lucerne Festival Orchestra

registrato a Lucerna, agosto 2017

CD Decca 432562, 2017

L'archeologia, quella vera, non è un'avventura di Indiana Jones. Le grandi scoperte si basano su ore estenuanti di rilievi scientifici, pazienti ripuliture centimetro per centimetro, ricerche di riscontri documentari, e via di questo passo. Così pure nella ricerca musicologica e filologica: archivi passati al setaccio, analisi incrociate su carte, inchiostri, documenti ed epistolari... Poi però, capita anche il colpo di fortuna inaspettato ed eclatante. Un esuberante avventuriero che si divideva fra l'ingegneria idraulica e l'attività circense come Giovanni Battista Belzoni diviene una pietra miliare dell'egittologia con le sue audaci intuizioni. Così, ma con attori accademicamente più qualificati, nel riorganizzare l'archivio per un trasloco temporane sotto la guida di Natalia Braginskaja, prorettore del Conservatorio di San Pietroburgo, la bibliotecaria Irina Sidorenko si trova tra le mani un tesoro inestimabile. Si tratta delle parti del Chant funèbre (Pogrebalnaya pesnya) op. 5 di Stravinskij, lavoro giovanile dedicato alla memoria di Rimskij-Korsakov e di cui si erano perse le tracce dopo la prima esecuzione nel 1908.

Ritrovata nel 2015, la partitura torna a essere eseguita nell'agosto del 2017 a Lucerna, e il concerto prontamente inciso da Decca, che mette così a disposizione un'inaspettata quanto gustosa primizia di uno dei titani del XX secolo.

È davvero una piacevole sorpresa immergersi in questo Stravinskij giovanile, così saldamente ancorato a umori slavi che si dipanano nelle tessiture più gravi, in timbri plumbei, in modi che oltre al maestro amato e compianto rievocano Musorgskij. La rielaborazione di queste radici e di questi modelli, dei suoi spigoli e nei suoi meandri sinuosi, rivela però già la spiccata personalità di un autore che cesserà di lasciare il segno nell'espressionismo come nel neoclassicismo o nella dodecafonia. Si avverte un'asciuttezza analitica nello sviluppo del discorso, una sensibilità armonica capace di destreggiarsi fra modalità e cromatismo con maestria e decisione. Insomma, a ventisei anni Stravinskij non è ancora un titano, ma nel suo sguardo scintilla già il genio e baluginano i traguardi imminenti.

Difatti il seducente Chant funèbre fa degnissima figura in un programma che gli affianca tre lavori precedenti concepiti sotto l'ala di Rimskij-Korsakov per poi culminare con l'eclatante affermazione del Sacre du printemps (1913).

Il ritratto dell'artista da giovane si compie con lo scintillante Feu d'artifice, op. 4, con lo spiritoso Scherzo fantastique op.3, una guizzante féerie debitrice della tradizione russa (e di tutto il fiabesco messo in opera e in balletto) come della Francia di Dukas. E alla Francia guarda, non solo per il testo, anche la suite per voce e orchestra Le Faune et la Bergère, seducente sintesi fra il fantastico russo, i colori della tradizione slava e il simbolismo transalpino, fra dramma sensuale e incanto trasognato. Gli dà voce Sophie Koch, con dizione prevedibilmente eccellente, sensibile partecipazione, affinata varietà espressiva, musicalità immacolata, in perfetta sintonia con la concertazione di Riccardo Chailly. Il Novecento si addice al maestro milanese, lo conferma la cura cristallina con cui delinea le opere del giovane Stravinskij nella loro già lucidissima sintesi stilistica. L'Orchestra del Festival di Lucerna, poi, è meravigliosa come da copione nella sua precisione strumentale, nella sua trasparenza cameristica, nella sua plastica adesione a partitura e bacchetta. Lo ribadisce, dopo le quattro opere della formazione, la sfolgorante maturità del Sacre, restituito con un amplissimo spettro dinamico, con un fraseggio agile, mobilissimo ma sempre ritmicamente ben definito. La forza della pulsazione vitale di questa musica si accompagna a un disegno metrico sempre riconoscibile, ma che non scade mai nella meccanicità, né soffoca il gioco anche melodico, oltreché timbrico, che, al contrario, pare trarne anche nel rigore un vivido slancio, un gioco mozzafiato di tensioni e languori, parossismi e stasi.

L'eccellente esecuzione è resa in un'incisione eccellente, corredata dalle esaustive note di Stephen Walsh, sì da rendere piena giustizia alla prima documentazione sonora dello Stravinskij perduto e ritrovato.


 

 

 
 
 

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