L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Sacro antico

 di Roberta Pedrotti

 

C. Gounod

Saint François d'Assise; Hymne  Sainte Cécile

F. Liszt

Légende de Sainte Cécile

Stanislas de Barbeyrac, tenore

Florian Sempey, baritono

Karine Deshayes, mezzosoprano

Deborah Nemtanu, violino

Orchestre de Chambre de Paris

Accentus

Laurence Equilbey, direttore

CD naïve V 5441, 2018

Creduto a lungo una partitura perduta, forse addirittura mai esistita, il Saint François d'Assise di Charles Gounod fa finalmente il suo debutto discografico in una bella edizione cantata con pathos mistico dal tenore Stanislas de Barbeyac (che cede alla moda recente di arrotare le R anche nel francese cantato, prassi orma diffusa ma sempre discutibile) nel saio del Poverello e dal baritono Florian Sempey, la cui evoluzione artistica lascia sempre meglio sperare per il futuro, a dar voce al Crocifisso. Poco più di venti minuti e due pannelli d'ispirazione pittorica (Murillo e Giotto) a delineare la vocazione e la morte del Santo secondo il gusto arcaizzante che si fa strada parallelamente ai movimenti pittorici preraffaelliti. Come nel mascheramento, decisamente più variopinto, del miracle massenetiano Le jongleur de Notre Dame, non privo di suggestioni francescane con la sua esaltazione della pura e ingenua fede di un cantastorie e giullare analfabeta, così nel piccolo oratorio di Gounod risuona una delicata astrazione nell'economia di mezzi che ricalca idealmente modelli medievaleggianti. Tutto misurato, intimo, introspettivo, ma permeato da quel lirismo sacro e sensuale che è colonna portante anche della produzione operistica di Gounod. Tale si riscontra nell'Hymne à Sainte Cécile, un'elegia per violino e orchestra in cui il duetto fra lo strumento e un'arpa si traduce nel più evidente dei simbolismi strumentali, nell'incontro fra l'anima e i cori angelici, con un'ispirazione melodica parente stretta di "Salut demeure" o "Ah! lève-toi soleil!". Anche in questo caso si insinua una suggestione pittorica, ed è la Santa Cecilia di Raffaello, cui fa esplicito riferimento anche Liszt, autore di una Légende de Sainte Cécile su testo francese che si accosta in maniera assai eloquente ai due pezzi di Gounod, costituendo un ideale polittico sacro. Anche Liszt si rifà all'antico, prosciuga i suoi mezzi accompagnando il testo con una sintesi suprema che ne esalta l'intensa ispirazione, il dramma e l'estasi; più severo, non si abbandona al lirismo che alligna sempre nella vena del francese, ma nell'arcaismo estrae dal romanticismo un'essenza sublimata. Non si percepisce tanto l'adesione, per quanto sincera e ispirata, a un gusto misticheggiante che guarda all'antico, quanto l'approdo perfino ascetico di un percorso personale in cui senso e spirito, ricerca e estro giungono a celebrare non un Liebestod, una morte d'amore, ma una morte di musica, di canto, quale quella della martire cristiana. Karine Deshayes la intona con la giusta misura espressiva sotto la guida di Laurence Equilbey, abilissima nel mantenere alta la tensione poetica e spirituale delineando le caratteristiche specifiche di ogni partitura. Pregevoli del pari le prove del coro Accentus e dell'Orchestre de Chambre de Paris.

Un altro tassello dell'ottocento musicale francese viene consegnato al disco grazie alla collaborazione fra naïve  e il Palazzetto Bru Zane e ancora una volta il risultato è di grande interesse per la riscoperta e la qualità dell'esecuzione, oltre che per la cura editoriale complessiva.

 


 

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