L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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L'utopia di Verdi

 di Roberta Pedrotti

G. Verdi, A. Buzzolla, A. Bazzini, C. Pedrotti, A. Cagnoni, F. Ricci, A. Nini, R. Boucheron, C. Coccia, G. Gaspari, P. Platania, L. Rossi, T. Mabellini

Messa per Rossini

Maria José Siri, soprano

Veronica Simeoni, mezzosoprano

Giorgio Berrugi, tenore

Simone Piazzola, baritono

Riccardo Zanellato, basso

Coro e Orchestra del Teatro alla Scala di Milano

Riccardo Chailly, maestro concertatore e direttore

Bruno Casoni, maestro del coro

registrato dal vivo al Teatro alla Scala di Milano, 8-15 novembre 2017

2 CD Decca 483 4084, 2018

Leggi la recensione del concerto dal vivo: Milano, Messa per Rossini, 15/11/2017

Fu il pittore Deogratias Lasagna a propiziare un incontro fra Gioachino Rossini e Giuseppe Verdi, incontro che elettrizzò il giovane emergente bussetano,molto più del placido titano a riposo pesarese. Questi, tuttavia, non mancò di dimostrare interesse e stima per il "musicista con il cimiero", gli raccomandò più volte il prediletto tenore Nicola Ivanoff (per il quale Verdi si trovò, dunque, a scrivere nuove arie in Ernani e Attila) e fece eseguire, in una delle sue soirée parigine il terzetto dall'ultimo atto dell'Attila, per il quale schizzò di proprio pugno, "sans permission", un "ritournelle pour l'Adagio".

Dal canto suo, Verdi, di certo coinvolto dall'esperienza personale diretta oltre che sul piano artistico, fu a tal punto impressionato dalla scomparsa di Rossini da sollecitare immediatamente a Ricordi un'opera collettiva in memoria del Pesarese da affidarsi a una rosa di compositori italiani scelti accuratamente e secondo parametri ben precisi, senz'alcuno scopo di lucro o protagonismo di chicchessia. Nel suo profondo senso di giustizia Verdi s'immaginava solo quale primo ispiratore, ma par inter pares, privo di potere decisionale salvo per le clausole di trasparenza rispetto a ogni interesse singolo ed economico e di qualità artistica, venendo a mancare le quali si sarebbe immediatamete ritirato dal progetto. Uomo concreto, legato ai valori della terra, Verdi era anche un idealista, la sua onestà profonda sfiorava la visione di utopie. Difatti, se la messa funebre per Rossini venne effettivamente composta da tredici valenti musicisti italiani (tredici come i convitati all'Ultima Cena, mentre Rossini nell'elencare gli esecutori ideali per la sua estrema Petite messe solennelle si fermava a dodici esecutori, "come gli apostoli"), ma si arenò subito l'idea dell'esecuzione - a titolo gratuito da parte di tutti gli artisti - a Bologna in San Petronio. Così la Messa giacque dimenticata, creduta perduta per oltre un secolo, e solo il "Libera me, domine" finale, il pezzo affidato a Verdi, trovò nuova vita nell'omaggiare Manzoni con la Messa da Requiem. L'Italia non è mai stata povera d'ingegni e alte aspirazioni ideali, ma non è storia d'oggi che la realizzazione pratica si areni in quella che sembrerebbe quasi una congenita difficoltà di realizzazione, organizzazione, coordinazione. Piccoli interessi si frappongono alla nobiltà del progetto, alla relativa semplicità dell'onesta messa in pratica: una storia esemplare, sempre attuale.

Fu David Rosen a riscoprire la partitura e, grazie alla collaborazione di Pierluigi Petrobelli e dell'Istituto Nazionale di Studi Verdiani, nel 1988 tornò ufficialmente alla luce. Curiosa ironia, quell'opera in cui Verdi non voleva assolutamente imporre il suo protagonismo, nella quale non voleva, con la sua statura, ombreggiare la collettività dei colleghi, si è imposta all'attenzione in nome suo, oltre che dell'illustre dedicatario. Tuttavia, oltre che per l'interesse della prima stesura del "Libera me", val la pena di prestare un orecchio particolare al panorama, eterogeneo ma non squilibrato, della musica sacra italiana nel 1868, indicato anche da Julian Budden come uno dei maggiori motivi d'interesse della Messa. Ovviamente, benché nel Requiem e Kyrie d'apertura Antonio Buzzola sembri sentirsi in dovere di citare lo Stabat Mater rossiniano, non stiamo parlando dei vertici dei massimi capolavori, ma nemmeno dell'opera di compositori sprovveduti. Quasi tutti caduti nell'oblio nei programmi, salvati magari da qualche intitolazione (Carlo Pedrotti, Carlo Coccia, Lauro Rossi) e da interessamenti locali (Antonio Bazzini, di cui ricorre quest'anno il centenario), sono talora ricordati in campi specialistici (ancora Bazzini, didatta e virtuoso del violino, ha regalato ai maestri dell'archetto almeno la vivace Ronde des lutins, bis non infrequente) o in eventuali revival di rarità (opere come Tutti in maschera di Pedrotti, Don Bucefalo e Re Lear di Cagnoni, Cleopatra di Lauro Rossi o Crispino e la comare dei fratelli Ricci hanno goduto di riprese anche importanti negli ultimi tempi). Ascoltare queste pagine sacre, frutto di un impegno serio e palpabile, permette ora di intendere con maggior chiarezza la prossimità, ma anche la distinzione, fra il linguaggio teatrale e quello sacro, l'evoluzione dello stile più dotto nel gusto ottocentesco, il contesto in cui emergono maestose le partiture d'ispirazione religiosa.

Dopo il fallimento del gran progetto verdiano, dopo la riscoperta, la Messa per Rossini finalmente realizza il disegno verdiano presentandosi in grande stile secondo il volere del Maestro in occasione di un importante anniversario rossiniano. I concerti che nel novembre 2017 avevano aperto le celebrazioni per il centocinquantesimo dalla morte di Rossini, che si chiudono idealmente, per il teatro meneghino, con l'uscita in CD della registrazione di quelle serate concomitante con la prima di Attila in un'edizione che accoglie anche le battute rossiniane "sans permission". L'esecuzione è degna dei desiderata verdiani, con la concertazione raffinata e attenta, perfino preziosa, di Riccardo Chailly a capo degli sfolgoranti complessi scaligeri e di un quintetto (anche nell'inconsueta distribuzione si avverte l'eccezionalità della Messa) di solisti di tutto rispetto: Maria José Siri, Veronica Simeoni, Giorgio Berrugi, Simone Piazzola e Riccardo Zanellato, tutti ben attenti a risolvere le non scontate difficoltà vocali della Messa con il debito contegno espressivo, con partecipazione ma senza concessioni melodrammatiche. Per l'occasione la Decca sfodera una confezione in grande stile, per forma e contenuto, nella materia e nello spirito: l'incisione è eccellente, il saggio di Michele Girardi pubblicato in cinque lingue insieme con il testo liturgico è d'alto profilo come, d'altra parte, la firma garantisce, il cofanetto doppio dalla grafica giustamente seria impone anche nell'oggetto tangibile la solennità della pubblicazione. Ben fatto: Verdi sarebbe felice nel vedere, dopo centocinquant'anni, il suo progetto prender finalmente forma in questo modo. E se qualche soldo è stato speso, qualche altro guadagnato, forse non si offenderà.