L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Cantar francese

 di Roberta Pedrotti

AA.VV.

Confidence

Julien Behr, tenore

Pierre Bleuse, direttore

Orchestre de l'Opéra de Lyon

registrato nel luglio 2017 a Lyon

CD Alpha - Palazzetto Bru Zane, Alpha 401, 2018

Il tenore nell'opera francese fa subito pensare alla contrapposizione fra Nourrit e Duprez e al grand-opéra che spinge i suoi eroi su tessiture scabrose, quindi a Nadir e Don José, Faust e Roméo, Hoffmann, Werther e Des Grieux. I più raffinati ricorderanno i due alfieri della vocalità classica dell'haute-contre: Joseph Legros e Nourrit padre. Il quadro, però, è molto più articolato, e lo sintetizza Alexandre Dratwicki, direttore scientifico del Palazzetto Bru Zane, nelle note di questo CD, ricordando le tessiture centrali e baritoneggianti di Mehul e Cherubini, l'influenza rossiniana, la coesistenza di potenti emissioni di petto e raffinate sfumature in “voix de tête” che si mescolano nella vocalità del tardo romanticismo. Ecco allora che, per esempio, Werther diviene appannaggio sia di tenori eroici alla Corelli o Thill, sia del lirismo “di grazia” di Schipa o Kraus.

Un bell'intrico, quello in cui si muove il programma di questo recital del tenore Julien Behr, che si propone di esplorare proprio l'ambivalenza del tenore “alla francese” intorno alla seconda metà del XIX secolo. Non lo fa, si badi bene, cavalcando l'onda delle arie più celebri, ma proponendo un raffinato percorso in cui le pagine – relativamente – più note risultano essere la serenata di Henry dalla Jolie fille de Perth di Bizet, la cavatine di Gérard da Lakmé di Délibes o “Elle ne croyait pas” (“Ah non credevi tu”, per gli amanti di Di Stefano) dalla Mignon di Thomas, vale a dire arie legate più all'interesse circoscritto di grandi interpreti che all'effettiva popolarità e circolazione dell'opera intera. Allo stesso modo, due sono le romanze di Lehár proposte da Behr sarebbero celeberrime e non francesi ("Viens dans ce joli pavillon", “Wie eine Rosenknospe”, da Die lustige Witwe e "Je t'ai donné mon coeur", “Dein ist mein ganzes Herz”, da Das Land des Lächelns), ma testimoniare la loro circolazione in traduzione – al di là dei legami con Parigi della Lustige Witwe per l'ispirazione da una commedia di Meilhac, l'ambientazione e la nazionalità di Camille de Rossillon – fornisce un ulteriore elemento per saggiare le qualità del tenore “demi-caractère”. Infine, un omaggio quasi a mo' di fuori programma al grande chansonnier Charles Trenet (il disco è dedicato alla memoria dei nonni del tenore, e Vous qui passez sans me voir era proprio la canzone preferita del nonno) dimostra non solo la disinvoltura di Behr nel canto non impostato (come sono insopportabili i cantanti leggeri che scimmiottano l'emissione operistica, così difficilmente risulta digeribile la voce lirica che non sappia alleggerire l'emissione e adattare lo stile a eventuali divagazioni in altri generi), ma anche costanti e varianti nel senso della parola cantata sulle sponde della Senna. Nella canzone del 1937, infatti, Julien Behr arrota le R secondo la pronuncia portata alla ribalta da Joséphine Baker e resa poi indimenticabile da Edith Piaf; nelle pagine d'opera e d'operetta, nelle pagine schiettamente tenorili, invece, la R è morbidamente pronunciata all'italiana, come si conviene alla morbidezza dell'emissione ed era norma riconosciuta nella scuola di canto classico francofona.

E morbida, quanto duttile, è sicuramente la linea di canto di Julien Behr, che affronta con intelligente consapevolezza i chiaroscuri di un repertorio eterogeneo, fra eroismo, malinconia e sentimento. La parola può essere scandita con fierezza senza derive tribunizie, può essere accarezzata con fare delicato e nuance espressive che non snervino il timbro, che rimane giustamente virile, mentre l'emissione sembra, almeno in registrazione, avere la saldezza per non patire l'orchestrazione più sostanziosa o esuberante di tante partiture fra secondo Ottocento e primo Novecento. Si apprezza così, in una moderna contestualizzazione stilistica, il carattere sia delle pagine più note, sia di alcune rarità di autori ben altrimenti familiari (Cinq-Mars di Gounod, se non Jean de Nivelle di Délibes o Fortunio di Messager) o di sorprese misconosciute (Le chevalier Jean di Victorin Joncières e Jocelyn di Benjamin Godard). Esplorando le caratteristiche del tenore francese in un ben definito periodo storico, la ricerca del Palazzetto Bru Zane, che promuove l'incisione in collaborazione con Alpha Classics, non offre solo l'occasione di ascoltare un giovane artista dei nostri giorni, ma anche di illuminare musica rimasta nella penombra, quando non avvolta nell'oscurità. La riflessione sull'interpretazione, sullo stile, sulla vocalità va di pari passo con la riscoperta di un repertorio, sono tasselli di un mosaico complessivo che fa rivivere e mantiene attuale quest'arte inafferrabile, affidata all'evanescenza dell'istante dell'esecuzione in una rete infinita di riferimenti e connessioni. Fra queste non mancano, oltre ai legami con l'operetta viennese e alla strizzata d'occhio alla chanson novecentesca, anche squarci puramente strumentali: val davvero la pena di ascoltare con attenzione la brillante Habanera (1885) di Emmanuel Chabrier e le seducenti atmosfere notturne di La nuit e l'amour da Ludus pro patria (1888) di Augusta Holmès e Aux étoiles (1874-1910) di Henri Duparc. Grazie anche alla sensibilità stilistica dell'Orchestre de l'Opéra de Lyon, ben guidata da Pierre Bleuse, una volta in più abbiamo prova che la linea che da Félicien David e da Berlioz arriva a Debussy e ai Six sia ben più ricca di esperienze e contributi di quanto non siamo abituati a considerare.