L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Viaggio nell'interpretazione

 di Roberta Pedrotti

H. Zender

Schuberts Winterreise

Julian Prégardien, tenore

Deutsche Radio Philharmonie

Robert Reimer, direttore

registrazione effettuata il 22 gennaio 2016 a Saarbrücken

CD Alpha Classics, ALPHA 425, 2018

Nel suo saggio d'accompagnamento, Thomas Seedorf solleva un problema non da poco parlando dell'interpretazione come di una questione moderna, legata alla distanza che ci separa dalle creazioni della maggior parte delle opere di repertorio. “All'incirca all'epoca di Schubert, – scrive il musicologo tedesco – si constata che le cose andavano diversamente: cantanti o violinisti non interpretavano un brano musicale, lo suonavano, lo eseguivano, lo facevano ascoltare – e ciò in funzione di regole così generalmente note e ammesse che si considerava che la partitura dell'opera eseguita non esigesse alcuna interpretazione, alcuna spiegazione”. Nell'accogliere questa tesi urge un distinguo insito nella natura stessa della musica come arte performativa, legata all'esperienza effimera e irripetibile della singola esecuzione. Non è possibile darsi l'ascolto di un brano in cui la singolarità dell'esecutore non incida, non solo per il mero dato tecnico della capacità oggettiva, ma anche e soprattutto per le caratteristiche uniche di ogni musicista, per il colore di una voce, per una sensibilità individuale, un modo di respirare e accentare che può essere, fra diversi artisti, egualmente corretto e inesorabilmente differente. L'opera musicale, per quanto fissata su carta, non ha mai potuto prescindere dal rapporto con chi la fa vivere trasformando quei tratti d'inchiostro in aria vibrante, sia che il compositore conosca l'interprete (e magari per lui modelli alcune soluzioni), sia che li separino chilometri e secoli. Ciò assodato, è indubbio che la distanza cronologica con la creazione originaria, gli inevitabili mutamenti nella prassi, nello stile, la tradizione interpretativa e la letteratura critica costituiscano un bagaglio di stimoli e responsabilità affatto differente rispetto alla condizione del musicista prossimo nello spazio e nel tempo all'autore.

Ai problemi e alle possibilità di un interprete odierno, cantante direttore o strumentista, si possono assommare quelle di un interprete compositore, anche se nemmeno in questo caso ci troviamo di fronte a una novità: pensiamo a Strauss che riscrive l'Idomeneo di Mozart, a Mendelssohn che rispolvera Bach, Mozart che riorchestra Haendel, Paisiello che rielabora lo Stabat Mater di Pergolesi. Nella prospettiva odierna, Hans Zender ha fatto più o meno lo stesso, senza volontà di “aggiornamento” a nuovi mezzi e sensibilità, senza una necessità pratica incombente. Lo spirito con cui il compositore tedesco, classe 1936, si approccia alla Winterreise di Schubert è dichiaratamente quella di un interprete che utilizza la penna invece della voce o del pianoforte per dire la sua sul grande capolavoro liederistico, per metterne in luce alcuni aspetti, sottolineare associazioni e suggestioni. Talora accompagna la melodia cullandola con un'orchestrazione di sapore quasi classico, talaltra fa irrompere nella linea schubertiana lo scatto straniato e isterico del cabaret espressionista, un po' Schönberg un po' Weill. Altrove il melos schubertiano sembra piegarsi in inflessioni esotiche e orientaleggianti. Non si tratta, però, di interferenze gratuite, perché è chiaro come germinino dal carattere stesso del Wanderer, dalle sue angosce e dalle sue lacerazioni; è chiaro, poi, come in esse Zedner veda tratti della scrittura schubertiana in linea diretta di continuità con il Novecento e le avanguardie, che non fanno piazza pulita del passato, ma ne colgono e sviluppano l'eredità. Allora, s'iscrive in un pensiero di più ampio respiro, che vuole la Winterreise al centro di una rete di riflessi e allusioni fino ai giorni nostri, anche lo sfaldamento quasi molecolare del materiale musicale, che nel preludio al primo Lied (Gute Nacht) prende forma man mano da suoni inarticolati e quasi impercettibili in una pulsazione ritmica, poi in una cellula discendente, infine nel tema compiuto. Viceversa l'organetto del suonatore ambulante nell'epilogo (Der Leiermann) viene evocato in maniera straniante con un assottigliarsi progressivo i dissonanze spettrali che paiono dissolvere ancora una volta ciò che aveva preso forma gradualmente e non senza fatica. Un discorso musicale che è anche drammaturgico, perfino teatrale, con il concretizzarsi iniziale dei passi del viandante nella neve, l'articolarsi progressivo e schizofrenico del suo pensiero nel cammino, lo sparire, infine, nella nebbia e nell'oblio.

Il caso vuole che del lavoro di Zedner, risalente al 1993, esista un'incisione del 1999 con il Klangforum Wien diretto da Sylvain Cambreling e la voce di Christoph Prégardien. Oggi con la Deutsche Radio Philharmonie diretta da Robert Reimer a cantare c'è il figlio di Christoph, Julian, che in copertina strizza l'occhio al celebre autoritratto di Courbet. Il confronto diretto è per molti versi illuminante e marca l'indipendenza fra le due incisioni già al dato oggettivo, orologio alla mano, di un andamento più disteso nella versione precedente (novantatre minuti contro gli ottantaquattro complessivi dell'ultimo CD). Se Prégardien padre appare più pensoso e straniato, il figlio offre una lettura non meno pregevole, ma più vivida, come si evince già dalla legatura repentina con cui serra Gute Nacht all'incalzante divagazione novecentesca. Julian Prégardien vanta un bello smalto vocale e ne fa efficace arma espressiva per la declinazione zenderiana della psicologia del Wanderer. Nondimeno, il comparto strumentale condivide una visione serrata quanto ben articolata nei diversi registri stilistici.

L'interpretazione di un'interpretazione, dunque, cambia in tempi non troppo lontani, fra due generazioni contigue di artisti, sempre alla medesima distanza dall'autore primario (Schubert) e in contatto diretto con l'autore secondario/ interprete primario (Zender). C'è di che riflettere, ascoltando questo CD, magari a confronto con l'incisione del 1999. Nell'epoca della riproducibilità (e diffusione) tecnica dell'arte, cosa meglio di una registrazione che imponga di ragionare sull'unicità e importanza dell'interpretazione?