L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Il profumo del fiore mai sbocciato

G. Salviucci

Chamber works

Sabina von Walther, soprano

Ensemble Überbrettl

Pierpaolo Maurizzi, pianoforte e direzione

registrazioni effettuate a Rimini (ottobre 2019) e Siena (luglio 2017)

CD Naxos 8.574049, 2019

Negli ultimi anni si sta riaccendendo l'attenzione sulla musica italiana fra le due guerre, musica stretta fra le ultime luci della Giovane Scuola operistica e l'incalzare delle avanguardie che prenderanno il sopravvento al di quà delle Alpi soprattutto nel secondo dopoguerra; musica stretta storicamente fra le esperienze drammatiche dei due conflitti mondiali e del regime fascista, che cerca di stendere la sua mano nel controllo delle arti, sia con epurazioni politiche e razziali, sia indirizzandone le nuove tendenze a proprio vanto, immagine e somiglianza. Musica problematica, specchio inevitabile del proprio tempo. C'è chi, come Casella e Respighi, lo vive nella fase finale della propria parabola artistica, chi, come Dallapiccola, vivrà altri trent'anni dopo la Liberazione e avrà modo di sviluppare ulteriormente la propria riflessione creativa. C'è chi, come il più giovane Giovanni Salviucci, è appena un bambino nella Grande Guerra, un ragazzino al momento della Marcia su Roma, non ha nemmeno compiuto trent'anni quando muore, un anno prima della promulgazione delle leggi razziali. Troppo poco è stato il tempo di Salviucci, e per di più il suo è stato un tempo spietato, un peso immane che grava ancora sulle generazioni dei posteri.

Sarebbe facile, allora, attribuire l'interesse intorno alla figura di Giovanni Salviucci (1907-1937), oltre che all'impegno della figlia (la cantante ed etnomusicologa Giovanna Marini, nata pochi mesi prima della scomparsa del padre e nota con il cognome del marito), anche al fascino del genio precocemente scomparso e inghiottito da un tempo oscuro e ingombrante. Sarebbe facile, ma anche eccessivamente sbrigativo. E sbagliato. Di Salviucci è, se non comune, più probabile poter riuscire ad ascoltare dal vivo della Introduzione, Passacaglia e Finale che talora fa capolino nel programmi sinfonici più attenti al primo Novecento italiano. Qui, invece, ci immergiamo nella sua produzione cameristica, con ben tre prime incisioni assolute, di cui una di un brano inedito, il Quartetto per archi in do maggiore (1932).

Dall'organico minimo del Salmo di David (1933) per soprano (Sabina von Walther, sempre ben affinata in questo repertorio) e pianoforte o delle varie pagine per violino o violoncello e pianoforte (1930-31), al più ampio respiro della Serenata per nove strumenti (1937) o della Sinfonia da camera per diciassette strumenti (1933), si avverte la qualità della produzione di Salviucci, si riconoscono retaggi e influenze ma anche gli spunti originali. Il rigore della formazione è sempre evidente nella padronanza del contrappunto che si esprime a diversi livelli: dà voce a quella solidità strutturale che piace alle correnti neoclassiche, ma concede anche sapienti arcaismi, pure coerenti con gli umori artistici del suo tempo, e, però, non si ferma all'accademica adesione ai modelli respighiani, alle tendenze predominanti, a un certo qual vigore positivo in voga. L'abilità nel contrappunto e il suo farsi base dell'architettura musicale dà anche adito a una certa qual emancipazione tonale di respiro più attuale e internazionale. Allora, anche l'assertività del ritmo si svincola dalla retorica predominante e sembra poter guardare verso altri orizzonti, forte anche di una franca vena espressiva, di una propensione al lirismo che affranca la musica del giovane di talento dai rischi dell'esercizio di stile all'ombra dei maestri. Insomma, si intuisce chiaramente che in Salviucci poteva maturare un'evoluzione significativa, se le Parche gli avessero concesso più tempo, ma nondimeno queste pagine cameristiche non si ascoltano come il bozzolo di una farfalla mai nata, come uno schizzo da rifinire, ma già come pezzi di indubbio valore, meritevoli di rapparire nei programmi delle sale da concerto. 

Non per nulla, non per fascinazione romantica verso il giovane artista precocemente scomparso, questa incisione ha coinvolto patroni blasonati come l'Accademia musicale Chigiana di Siena, la Sagra musicale Malatestiana di Rimini, l'Accademia nazionale di Santa Cecilia di Roma. E non per nulla ha attratto un ensemble raffinato come l'Überbrettl diretto dal pianista Pierpaolo Maurizzi: nato per interpretare il Pierrot Lunaire di Schönberg, ha allargato il repertorio in raffinatissimi percorsi che mantengono il Novecento storico come fuoco prospettico, che anche in quest'occasione contribuisce ad apprezzare appieno Salviucci, la sua preparazione accademica, le sue suggestioni più innovative e cosmopolite e la sua originalità, nel contesto del suo tempo.

Meritano una menzione le note di copertina di Giordano Montecchi, tanto ricche di utili riflessioni e informazioni, quanto fluide, appassionate e piacevoli alla lettura.


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