L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Beatrice Rana e l’anima delle cose

di Luca Fialdini

Ravel & Stravinsky

Beatrice Rana pianoforte

CD Warner Classics, 0190295411091, 2019

Dei titoli che compongono la discografia di Beatrice Rana, tre sono stati pubblicati da Warner Classics, l’ultimo dei quali è datato 2019. Dopo il dittico Prokof'ev/Čajkovskij (rispettivamente i Concerti per pianoforte n. 2 e n. 1) e le Variazioni Goldberg, questo terzo disco riporta alla vita musicale parigina di inizio Novecento attraverso quattro delle più celebri composizioni di Maurice Ravel e Igor Stravinskij, il primo rappresentato da Miroirs e La Valse, il secondo da L’uccello di fuoco e Petrushka: quattro composizioni che non sono solo dei numeri di catalogo, ma che corrispondono a tappe straordinarie del percorso dei loro autori, comprese in meno di un ventennio. Quattro composizioni che segnalano - se ancora fosse necessario - Beatrice Rana come una delle più interessanti interpreti della musica tra fine Ottocento e inizio Novecento.

Con questo suo nuovo CD, Rana offre una visione estremamente viva e intensa della musica pianistica agli esordi del Secolo breve, a cominciare dai meravigliosi Miroirs, una delle prime compiute affermazioni della concezione musicale di Ravel. Sul titolo di questa suite si espresse lo stesso compositore nell’Esquisse autobiographique del 1928, in cui si emancipa dalla collocazione - imposta dalla critica - all’interno dell’Impressionismo e, anzi, impiega un’analogia assai interessante per esplicitare l’estetica del proprio universo sonoro, vale a dire una citazione dal Giulio Cesare di Shakespeare: «L’occhio non vede se stesso se non di riflesso, attraverso altri oggetti». Da qui i miroirs, gli specchi. Nella concezione raveliana, le immagini non possono essere visualizzate nella loro interezza, ma solo di riflesso in riflesso, dove le distorsioni e i frammenti mancanti vengono ricomposti dall’immaginazione poetica: una dissociazione per comprendere l’uomo o la natura, a cui è il compositore a porre rimedio, proponendoci una ricostruzione di immagini frante. Questo procedimento di immagini, riflessi e dissociazioni è assai evidente nell’esecuzione di Beatrice Rana, soprattutto nell’inquieto Noctuelles, in cui la pianista evoca con rara maestria l’argenteo batter d’ali che così spesso viene celato dalla ritmica irregolare e dalla ricercata a-soggettività di questo pulviscolo sonoro, tanto indefinito quanto dei rami verdi mossi dal vento notturno o il batter d’ali di una falena. Da segnalare l’esecuzione dei due titoli più iconici della suite, Une barque sur l’océan - unico vero episodio pittorico, in cui Ravel ritrae mirabilmente i riflessi nati dalla luce sulle onde del mare - e l’Alborada del gracioso, dalla quale Rana cava un calore mediterraneo quasi tangibile; tuttavia l’interpretazione più affascinante è senza dubbio quella della conclusiva Vallée des cloches: sentita e ammaliante, è in questo brano che Beatrice Rana evoca tutta la magia del pianoforte di Ravel, creando dei veri e propri giochi prospettici tra i suoni, in cui l’orecchio viene sedotto da questo straordinario, invisibile arazzo.

Compositivamente parlando, il discorso cambia di molto con la trascrizione de L’uccello di fuoco di Stravinskij. Guido Agosti realizzò nel 1928 una versione pianistica degli ultimi tre brani del balletto (Danza infernale, Berceuse e Finale) che si può definire per lo meno discutibile: perfetta per rendere il baccano dell’orchestra, ma spesso ne tradisce il senso, limitandosi a una filza interminabile di virtuosismi. La cosa straordinaria è come Rana riesca a restituire il colore e il senso autentico della pagina orchestrale anche in questa circostanza, facendoci riscoprire ora l’odore sulfureo della Danza, ora l’accorato lirismo della Berceuse, sino alla maestosità del Finale. Lettura dalla profonda espressività, colpisce non solo per l’intensità dell’interpretazione ma anche per l’intima coesione e per la compattezza del discorso. L’esecuzione è tanto serrata e simile al risultato orchestrale che sembra di sentir suonare due pianoforti.

Per converso, sono di rango senza dubbio più elevato i Trois mouvements de Petrouchka, la cui riduzione pianistica è dello stesso Stravinskij. L’afflato orchestrale di certo non è meno presente, ma in questo caso - differentemente da L’uccello di fuoco - la componente pianistica è davvero importante: è ben noto che il balletto da cui sono desunti i tre movimenti (Danse russe, ChezPetrouchka, La Semaine grasse) affondi le proprie radici in un Konzertstück per pianoforte e orchestra che solo in seguito sarebbe stato adattato come secondo quadro del balletto, ChezPetrouchka. La secchezza legnosa della marionetta, la sua nevrosi, la sua ironia pungente sono rappresentati in modo eccellente dal pianismo asciutto e risoluto di Rana, che con pochi tratti e senza alcuna arbitrarietà interpretativa ci consegna una rappresentazione assolutamente fedele di quello che Stravinskij richiede a un’intera compagine orchestrale.

L’ultima traccia è ancora una volta - determinando una struttura chiastica del CD - una composizione di Maurice Ravel: l’impervia Valse, trascritta per pianoforte dal compositore. Il grande «poema coreografico» del 1920 è un disarmante omaggio non solo alla danza viennese nell’immaginario collettivo, ma anche alla memoria del grande Strauss, «ma non Richard, l’altro, Johann» precisava perfidamente Ravel. Nulla meglio di questa composizione poteva chiudere Ravel & Stravinsky, il disco più tecnicamente impegnativo e al contempo nello spirito meno pianistico di Beatrice Rana, all’interno del quale l’unica composizione effettivamente concepita per pianoforte è la suite dei Miroirs (che però celano un’intensa visione orchestrale), rivelando una forte sensibilità relativa alle sonorità e al pathos dell’orchestra. La pugliese cosmopolita si è qui cimentata con titoli che richiedono all’esecutore grande maturità espressiva, oltre a un rigore tecnico impeccabile, ed esce dal confronto vittoriosa: lo studio intelligente e profondo dello spartito, la capacità di non subire la complessità tecnica ma di dominarla e piegarla alle necessità della musica, la pulizia impeccabile nell’esecuzione e il perfetto equilibrio tra mano ed espressione la avvicinano molto all’approccio di Arturo Benedetti Michelangeli.


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