L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Bignamini, effetto con causa

di Roberta Pedrotti

Una vera grande bacchetta e il coro dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia per l'inaugurazione della stagione dell'Orchestra Filarmonica del Comunale di Bologna con Respighi e Orff.

Così la Dotta si conferma a pieno titolo una capitale della musica.

BOLOGNA, 4 novembre 2013 - Troppa grazia, verrebbe quasi da dire, ma con un tono di autentica gratitudine per l'Orchestra Filarmonica del Comunale di Bologna che, programmando il concerto inaugurale della stagione 2013/2014, non si è limitata a proporre un programma d'effetto, festoso e iper popolare come quello composto dalla Boutique fantasque di Respighi e dai Carmina Burana di Carl Orff, ma lo ha felicemente affidato a un vero direttore, a un grande direttore come Jader Bignamini, e ha coinvolto nientemeno che il Coro dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Già quando con piglio deciso Bignamini sale sul podio e attacca Il canto degli Italiani di Novaro (è il 4 novembre e l'Orchestra rende omaggio al Prefetto di Bologna, Angelo Tranfaglia, che ne ha sempre sostenuto l'attività) è chiaro che si tratterà di una grande serata. Più unico che raro è, infatti, sentire la solennità marziale e impetuosa imprescindibile in un inno nazionale come il nostro, senza risibili liricizzazioni, ma con una nobiltà e un afflato melodico perfettamente calibrati. Per una volta insieme con il simbolo si è sinceramente applaudita anche la musica. Dopo la consegna di una targa e il breve ringraziamento del Prefetto, ha inizio il concerto vero e proprio. Respighi rilegge Rossini con il colorismo gaudente del discepolo di Rimskij-Korsakov: parlare di spirito danzante sarebbe una tautologia, trattandosi di suite da un balletto, ma l'equilibrismo fra esplosione dionisiaca e divertissement tutto sommato borghese, vicina al mondo dei café chantant e degli Strauss austriaci, incarna assai bene alcuni aspetti non secondari del contraddittorio mélange estetico e culturale del primo dopoguerra. Respighi, in sostanza, attinge all'idea del vitalismo rossiniano per dipingere lo spirito dei tempi. Tutto potrebbe facilmente scadere in una festa turbinosa e chiassosa, ma Bignamini tiene in pugno la situazione dosando sapientemente tutti i colori, amministrando con perizia le diverse voci strumentali, assecondando lirismo e pirotecnia senza mai lasciarsi sopraffare, senza lasciar spazio a languori dolciastri o facili effetti senza causa. Alla fine tutto appare limpido, chiaro, vitale. Bello. 

La rivelazione arriva però con i Carmina Burana, dove fa la sua comparsa il coro romano e rende subito chiaro perché i complessi di Santa Cecilia siano considerati fra i primi (se non i primi in assoluto) in Italia e degni d'ammirazione anche a livello internazionale. Precisione e duttilità, completo dominio di un'amplissima gamma dinamica, agogica e cromatica risultano ancor più impressionanti nel numero, nella compattezza timbrica e nella potenza della formazione preparata da Ciro Visco. La maestà ritmica si piega nel sussurro o s'intreccia in una danza orgiastica vorticosa, o ancora nello zampillare gioioso d'una fonte o di una fiamma. Su tutto, il controllo assoluto di Bignamini, che coglie la peculiare cifra di questo falso medievale, sacra rappresentazione del dionisiaco profano. Certo, restando in ambito vocale, convince meno il trio solista, in cui il baritono Marzio Giossi fa valere l'esperienza, il tenore Marco Santarelli l'ironia, mentre il soprano Letizia Cosacchi ha incontrato non poche difficoltà; tuttavia nella misura perfetta della direzione troviamo la luminosità, la sensualità, la levità, l'ironia, il fremito e il travolgente impeto universale, l'omnia vincit Amor, l'alma Venus. Bignamini dimostra perfetta cognizione della natura, dell'ispirazione e delle trappole di questa partitura, non ne stempera l'essenza: la domina. I Carmina Burana sono figli di Nietzsche e del neogotico, il loro vitalismo panico ha tinte fauve e art nouveau, sono fratelli di certo D'Annunzio e non possono essere spogliati dalla retorica. Una forma d'aristocratica retorica fa parte del loro stesso linguaggio, i loro versi sono quelli di studenti, di giovani intellettuali liberi e irridenti, scapigliati e amorali. Ma questa retorica va padroneggiata, anche e forse soprattutto attraverso quella dimensione ritmica che ne rappresenta il nerbo stesso. Non si lascia travolgere, Bignamini, il suo gesto è rigorosissimo e proprio i minimi, studiati rubati, alcuni rallentandi nelle cadenze più impetuose, servono al fraseggio, all'espansione di quello stesso ritmo fisico che non collassa precipitosamente su se stesso, ma permane sempre limpido e nitido, senza temere di esprimere anche il grottesco, dove necessario. Se vi fosse ancora bisogno di conferme, lo ribadiamo: Jader Bignamini è uno dei migliori direttori oggi in circolazione e gli spetta un posto di primo piano nel panorama internazionale. Ottima la scelta dei professori della Filarmonica del Comunale (che quando figurano come Orchestra dello stesso Massimo cittadino possono contare su un'altra grande bacchetta di oggi, quella di Michele Mariotti) di chiamarlo sul podio per l'inaugurazione della loro stagione. Bologna è sempre stata trampolino di lancio e punto d'attrazione di grandi direttori: talora si è inciampato, ma il cammino, con presenze come queste, è ancora sicuro. Il bis finale di "O fortuna" non è solo assai gradito: pare indispensabile, per una sala affollatissima ed entusiasta.

 


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