L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Il pilastro negletto

 di Giovanni Chiodi

 

Torna alla Scala, dove debuttò nel 1772 e riapperve in grande stile già nel 1984, il gioiello negletto del giovane Mozart. In luogo del previsto Villazon, Kresimir Spicer mostra piglio e vigore, ma anche limiti vocali, nel ruolo eponimo, lasciando emergere nettamente il cast tutto al femminile che lo circonda.

MILANO, 3 marzo 2015 - Milano ha tenuto a battesimo Lucio Silla nel 1772, ma poi l’opera è stata pochissimo rappresentata benché, insieme a Mitridate, sia un pilastro del primo Mozart. Nel 1984 vi approdò la strepitosa produzione di Patrice Chéreau, nella quale campeggiava la splendida Giunia di Lella Cuberli: e fu, allora, una ventata di aria nuova. Oggi, dopo lunga assenza, viene riproposta in un allestimento già visto a Salisburgo, che vede il debutto scaligero dei suoi due artefici principali, Marc Minkowski e Marshall Pynkoski.

Il primo è il musicista straordinario che sappiamo, e qui lo dimostra ampiamente con una concertazione serrata, fremente, piena di colori, di contrasti, di ritmo, senza cadute di tensione, raffinata nell’accompagnamento articolatissimo, anche dei tanti fondamentali recitativi, fantasiosa nel fraseggio. Quello che ci voleva per valorizzare l’opera scritta da un Mozart sedicenne, ma già capace di creare arie elaboratissime e di scompaginare alcuni schemi tradizionali. L’orchestra scaligera, poi, ha saputo trasformarsi in uno strumento compatto e trasparente, quasi adottando l’impeto che siamo abituati ad associare ai Musiciens du Louvre: archi scattanti, suono luminoso e grintoso, presenza concertante degli strumenti, morbidezza. Una carica vitale che ha percorso l’esecuzione da cima a fondo e che ha fornito un sostegno essenziale alla compagnia di canto, più agguerrito nel nutrito settore femminile, nel quale non troviamo fuoriclasse, ma comunque vocaliste che cantano bene, sanno trovare i colori e sono attrezzate tecnicamente per affrontare le perfide colorature mozartiane.

Cecilio ha la voce di Marianne Crebassa: bel timbro, un poco intubata e tirata in qualche nota in alto, ma con una linea di canto omogenea, che dà risalto ad ogni aria e specialmente al languido minuetto "Pupille amate", perla della serata. Anche Lenneke Ruiten dà affidamento come Giunia, parte impervia, che esige autorità di accento, intonazione, purezza, agilità. La voce è anche estesa, come dimostrano certe cadenze, e ha fatto ascoltare una bellissima esecuzione della stupenda aria "Ah, se il crudel periglio", un culmine del belcanto. Le due voci femminili, tra l’altro, si sono fuse mirabilmente (ad esempio nell’aereo duetto "D’Elisio in sen m’attendi").

Dopo la defezione di Rolando Villazón, la parte di Silla, quasi sempre bistrattata, è stata affrontata dal tenore Kresimir Spicer, con piglio e vigore sulla scena: ma il vocalista non è tecnicamente impeccabile, ha ancora molti limiti e asperità da correggere e superare, soprattutto in tessitura acuta, dimostrate anche nell’aria concertante "Se al generoso ardire", tratta dal Lucio Silla di Johann Christian Bach, che Minkowski ha voluto interpolare nel terzo atto (a compensazione di alcuni tagli, tra cui la parte di Aufidio). Buona anche la prova di Inga Kalna (Cinna) e incantevole quella di Giulia Semenzato (Celia).

Lo spettacolo ha scene e costumi di eccellenza, essendo firmate da un asso come Antoine Fontaine, che ci trasporta in pieno Settecento, tra scenari dipinti, quadri, muri sbrecciati, giardini, cieli rannuvolati, colonne e sepolcri, il tutto nella cornice lignea di un teatro italiano. Le luci sono poi manovrate abilmente da Hervé Gary, tra primi piani quasi a lume di candela e oscurità che calano improvvise sulla scena. Il regista Marshall Pynkoski, che ha realizzato anche tanto teatro barocco ed è un appassionato cultore storico di rappresentazioni dell’epoca, si esprime tramite una regia mossa, che gioca molto sulla fisicità dei personaggi, su una gestualità molto enfatizzata, su contrasti esasperati, e fermi immagine discutibili durante alcune arie. Tutto sembra funzionare: si tratta, però, al fondo di una operazione di archeo-regia, che non costruisce vere relazioni tra i personaggi, restando spesso alla superficie. Anche le danze, che dovrebbero essere il fulcro dell’operazione di Pynkoski (coreografia della consorte Jeannette Lajeunesse Zingg), in realtà non rappresentano qualcosa di veramente integrato nel contesto, come del resto le figure che attraversano in lungo e in largo la scena, stonando parecchio.

foto Brescia Amisano


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