L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Una Tosca filologica

di Stefano Ceccarelli

Torna Tosca all’Opera di Roma, teatro che l’aveva vista a battesimo nel lontano 14 gennaio del 1900. E torna proprio con quelle belle scene originali: segno che la tradizione, oggi più che mai, ha ancora moltissimo da dire, tanto da stupire il pubblico a più di un secolo di distanza. Come capita ormai non più di rado, il secondo cast dei cantanti (fatti i dovuti distinguo, come nel caso dei comprimari, tutti eccellenti) è nettamente migliore del primo, la Tola e Sgura in testa. Donato Renzetti, il direttore, fa non più del suo dovere. Il vero sale di questa produzione sta nelle scene, rifatte sui bozzetti di Hohenstein per la première, e nella regia, affrontata dal giovane Alessandro Talevi con straordinario rispetto delle originali volontà pucciniane. Tutto l’apparato della mise en scène, lungi dall’apparire classicamente stucchevole, ridona linfa vitale a un’opera che ha un assoluto bisogno, ben più di altre, di una ben marcata caratterizzazione storica.

ROMA, 8 marzo 2015 – Una delle opere più amate dal pubblico è nuovamente in scena al Teatro dell’Opera di Roma, dopo la produzione (firmata da Pizzi) estiva del 2013, a Caracalla. L’appeal di questa Tosca è aumentato non poco all’annuncio che la produzione avrebbe previsto l’utilizzo dei bozzetti originali della première romana. Difatti, l’affluenza di pubblico è stata quanto mai generosa: alle due recite cui ho assistito (5 e 8 marzo) il teatro era abbastanza pieno e l’accoglienza dello spettacolo assai calorosa e sentita.

Merito principale della riuscita della produzione è da imputarsi soprattutto alla mise en scène. L’operazione filologica della ripresa dei bozzetti, per scenografia e costumi, della première romana giova particolarmente a un lavoro come Tosca, opera eminentemente visiva e attaccata alla realtà storica che ne costituisce, più che lo sfondo, il nerbo stesso. Nei due momenti d’intervallo − di una mezzoretta l’uno, per permettere ai tecnici macchinisti di cambiare i pannelli scenografici − il pubblico ha inoltre potuto comodamente recarsi al foyer e ammirare una piccola mostra di costumi storici della sartoria romana dell’Opera; esposti in apposite teche, c’erano anche acquerelli dei bozzetti scenografici originali e dei costumi sempre di mano di Hohenstein, e inoltre − meraviglia! − poche pagine del libretto originale vergate da Illica e Giacosa e qualche foglio della partitura autografa di Puccini con le ultimissime battute del finale II. Un’operazione culturalmente pregevole e ammirevole, che fa da perfetto pendant alla messinscena.

Vediamo di dire qualcosa in dettaglio a proposito dello spettacolo. L’orchestra ha un bel suono quasi dovunque, distinto e chiaro, mai confusionario: anche in parti delicate, come l’incipit del III atto (con quel giro di terzine dei corni all’unisono), il suono non è mai sfibrato o disperso. Donato Renzetti, dal canto suo, non profonde particolari attenzioni nella conduzione; il tutto fila, beninteso, abbastanza liscio. Eppure solo qualche graziosità è evidenziata con rallentamenti o aperture, in una partitura che è un quadro impressionista dalle tese sfumature. Insomma, Renzetti fa il suo mestiere, con buon artigianato, ma non va oltre: peccato che a cadenze regolari spinga troppo l’orchestra, che tende a sovrastare inevitabilmente i cantanti, creando un impasto indistinto e caotico. A livello vocale, il problema principale è stato Cavaradossi. Aquiles Machado, subentrato a Yonghoon Lee, non è parso in gran forma: la voce, ancorché argentina, risulta granulosa, e il fraseggio, qua e là, poco o nulla espressivo − volendo sorvolare, inoltre, sulla scarsa rotondità dei bassi. Non possedendo il physique du rôle, la presenza scenica risultava a tratti comica (mi viene in mente il barcollamento convulso durante il quale inneggia alla caduta della tirannide di Scarpia o al momento, veramente pietoso, in cui cade morto). Porta a casa, senza infamia e senza lode, «Recondita armonia» (I atto) e il successivo duetto con Tosca, ma l'acuto ‘di petto’ sul si naturale («la vita mia costasse»), nella scena con Angelotti, esce come peggio non avrebbe potuto. Per fortuna, il celebre acuto di vittoria del II atto (sul la diesis) esce assai meglio e salva la drammaticità della scena di rivalsa su Scarpia. Nel III atto si riprende nella sua famosa romanza «E lucevan le stelle…», cantata prudentemente tutta sottovoce.

Veramente di livello la Tosca di Virginia Tola, che dimostra di aver bene assimilato gli insegnamenti di una delle regine del ruolo: la sua insegnante Raina Kabaivanska. Non scopre subito la potenza della sua voce (calda, lirica, trepidante e vibrata), ma la dosa sapientemente. Canta il duetto del I atto con Cavaradossi con una tale commovente sensualità − indimenticabile il «Non la sospiri la nostra casetta» − da risultare molto credibile. Tutta la sua performance è caratterizzata da uno studio profondo e meditato del personaggio: si hanno veramente tre Tosche differenti, tanti quanti sono gli atti. Nel secondo atto tiene un contegno vocale e recitativo superbo, che gli consente di non risultare mai sforzata o ridicola: il suo «Vissi d’arte, vissi d’amore», cantato con tale dolcezza, a voce piana e tersa, riscuote il meritato successo di applausi. L’uccisione di Scarpia è assai d’impatto e le si legge in volto il disgusto misto al dolore: come fraseggia con singulti le frasi «Ti soffoca il sangue? E ucciso da una donna!». Il terzo atto è splendido. Nel secondo duetto con Cavaradossi deliba ogni accento erotico, venandolo di un depressivo presentimento di morte: che acuto adamantino (do 5 naturale) lancia sulla frase «io quella lama gli piantai nel cor». Il resto dell’atto è un gioco sapiente di fraseggio. Alla scoperta del cadavere di Mario, non si lascia andare a volgarità e acutini striduli (oramai endemici in questa parte dell’opera!): il suo dolore è realmente credibile. Ottimo lo Scarpia di Claudio Sgura: la sua voce, che unisce un retrogusto brunito allo squillo di un ottone, ben si sposa con la ferocia meschina e ipocrita del personaggio. Indimenticabile il fraseggio libidinosamente nero con cui scolpisce le parole precedenti il «Te Deum laudamus». Il secondo atto è il suo. Nella recitazione coglie tutta l’impostata sfacciataggine del tiranno, la bieca violenza del ricattatore: canta bene il suo credo («Ha più forte sapore la conquista violenta»). Tutti i comprimari sono all’altezza: il Sacrestano di Domenico Colaianni, scrostato da tante sclerotiche opacità tradizionali e restituito anche a una certa potenza vocale; l’Angelotti di William Corrò, virile e atterrito; il buon Spoletta di Saverio Fiore; poi lo Sciarrone di Fabio Tinalli, il Carceriere di Giampiero Pippia e il Pastorello di Carolina Taruffi.

Vero fiore all’occhiello della produzione sono le stupende scenografie realizzate dallo staff di Carlo Savi sui bozzetti originali di Adolf Hohestein. I bozzetti sono riproposti con assoluta fedeltà, dai colori agli scorci, con incredibile perizia scenotecnica: nel I atto ci troviamo nel riccamente decorato transetto di Sant’Andrea della Valle; nel II siamo nella sala di Scarpia in Palazzo Farnese, con un curatissimo mobilio sempre rifatto in base ai bozzetti; nel III godiamo del panorama su San Pietro dalla sommità di Castel Sant’Angelo − impressionante la volta del cielo e la decorazione del fondale. Il risultato è stupefacente: incredibile come la più tradizionale delle scenotecniche (anche con i suoi limiti) dia un risultato che spesso non raggiungono le più moderne tecnologie applicate alle scenografie. I costumi sono bellissimi, tradizionali, rifatti anch’essi, grazie all’atelier Biagiotti, sui bozzetti originali: alcuni dei costumi secondari sono addirittura stati recuperati dagli originali del 1900 presenti negli sterminati magazzini dell’Opera! La regia del giovanissimo e talentuoso sudafricano Alessandro Talevi rispetta ogni prescrizione dell’autore: la sua bravura risiede proprio nel donare plastica vita alle situazioni. Talevi sa, infatti, curare molti particolari. I personaggi non sono mai fuori posto; si muovono con accortezza e senso dello spazio (si pensi a come si getta bene la Tola nel finale); la scena del Te Deum è ben orchestrata, resa tridimensionale dall’accortezza di porre due ragazzi di spalle al pubblico.

Una Tosca di qualità, dunque, soprattutto sul piano visivo. Una messinscena che dimostra (seppure ce ne fosse necessità) che effetto mirabile possano sortire sul pubblico di oggi operazioni di così accorta e sensata filologia.

foto © Yasuko Kageyama / Teatro dell’Opera di Roma


 

 

 
 
 

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