Certamente non si fa Rossini così

 di Roberta Pedrotti

 

Delude Il turco in Italia al Regio di Torino soprattutto a causa di una direzione e di una regia che stravolgono l'equilibrio di testo e musica con un approccio superficiale, velleitario e tecnicamente deficitario. I talenti dei rossiniani doc del cast sono sprecati; fuori luogo la Fiorilla della Machaidze. Ci consola solo la (ri)lettura delle note di sala di Bruno Cagli.

TORINO, 14 marzo 2015 - L'edizione critica riordina, organizza e garantisce il materiale relativo a un'opera, le varianti e le versioni d'autore o dall'autore approvate, in ogni caso storicamente rilevanti. Sembrerebbe quindi lapalissiano affermare che non tutto il materiale presente in un'edizione critica debba essere eseguito perché una produzione possa dirsi filologicamente attenta e attendibile. Sembrerebbe lapalissiano, ma non lo è, e un'opera come Il turco in Italia, in cui la scelta e non l'accumulo delle alternative è un imperativo più che mai categorico, lo mostra assai chiaramente.

Per un'aria inequivocabilmente alternativa, come avviene con la cavatina di Fiorilla (“Non si dà follia maggiore”), che a Roma nel 1815 Rossini sostituì “Presto amiche, a spasso a spasso” (poi "Presto dico, avanti avanti" nella Gazzetta), il problema non si pone, mentre purtroppo le altre varianti trovano sovente direttori e registi poco sensibili a una delicata struttura che l'affollamento di tutto il materiale disponibile soffoca e sfregia.

Rossini, alla prima milanese del 1814, lasciò a un collaboratore (con ogni probabilità quel Vincenzo Lavigna poi maestro di Verdi) la stesura di alcuni numeri, fra cui il finale ultimo e la cavatina di Geronio, “Vado in traccia di una zingara”. Nella ripresa romana il brano fu omesso e in sua vece inserita nel secondo atto un'aria di dubbia paternità (e quand'anche rossiniana, non delle più ispirate), “Se ho da dirla avrei molto piacere”. È dunque evidente che Rossini non previde mai per il buffo due momenti solistici, in un'opera per di più dominata da numeri d'assieme, e non si preoccupò troppo delle arie che gli affidò, fra le quali, comunque, quella di Lavigna ha maggior senso e teatralità. Naturalmente la presenza di un interprete di livello potrebbe giustificare l'ampliamento del ruolo e questo sarebbe stato sicuramente il caso se la regia di Christopher Alden e la bacchetta di Daniele Rustioni si fossero prodigate con esiziale pervicacia nell'anestetizzare perfino l'impatto di un formidabile animale da palcoscenico come Paolo Bordogna. In secondo luogo, ogni scelta deve comportare una riflessione sull'equilibrio complessivo dell'opera: quando si inserì “Se ho da dirla avrei molto piacere” si alleggerì il secondo atto in altri momenti, soprattutto omettendo l'aria di sorbetto di Albazar, pure di mano del collaboratore milanese. In questo caso ci troviamo invece a subire un secondo atto nel quale si susseguono tre arie di cui una sola, quella di Narciso, d'indubbia paternità rossiniana, qualità musicale e utilità drammatica. Considerato che seguirà poi anche la grande scena di Fiorilla, “Squallida veste e bruna”, è ben chiaro che il secondo atto si trasforma in un concerto, in una serie di brani solistici che non ha un equivalente fra i capolavori della commedia in musica con l'unica, parziale, eccezione del quarto atto delle Nozze di Figaro, infatti problematico se eseguito integralmente.

Sommare i numeri della prima milanese a quelli inseriti per la ripresa romana non è una buona idea; in presenza di un buon tenore avrebbe senso, a rigor di logica, solo la cavatina di Narciso “Un vago sembiante” in favore della quale Rossini nulla sacrificò, prova significante della sua volontà di dare maggior spazio solistico a soprano e tenore. Per il resto si tradiscono le intenzioni rossiniane e diventa amaramente sconfortante quando Alden fa esclamare al Poeta, nel bel mezzo dell'arietta di Albazar “Maestro! Ma non è di Rossini!” nel momento in cui non solo l'inevitabile finale si sa non essere composto dal pesarese, ma anche altri evitabili numeri di collaboratori più o meno noti erano stati eseguiti senza batter ciglio prima di questo.

L'abuso sarebbe giustificato solo da un'idea teatrale, da una resa musicale, da un podio e da una regia capaci di dar senso e animare ogni scelta. Invece non solo Daniele Rustioni avalla superficialmente una versione monstre, come se non selezionare volesse dire non sbagliare, ma dirige con pesantezza orsina, copre spesso il canto, ignora la massima aurea del “Rubar con garbo e a tempo” con esiti fatali per esempio per il meccanismo del terzetto “Un marito scimunito”, di cui proprio il gioco di tempi e rubati dovrebbe essere ragion d'essere. Trascurare il respiro e il sacro rubato sembra però peccato veniale rispetto alle continue imprecisioni di attacchi e assiemi.

Da parte sua Alden rende quasi superflua ogni riflessione sulla sua visione registica, assolutamente non illegittima, tanto è goffa e confusionaria la gestione dei piani narrativi, il rapporto fra la commedia e la realtà del poeta e degli attori/cantanti. Alla fine ci si annoia semplicemente, irritandosi magari per l'incomprensibile macchietta di stalker con problemi psichici cui è ridotto Don Narciso, per l'altrettanto incomprensibile degradazione del principe turco a profugo malmesso (riferimento all'attualità? Se è così è parsa risibile e non di buon gusto), per la volgarità delle allusioni falliche (Narciso che erge un coltello sul pube o Geronio che cantando “al tronco mio non vorresti ritornar” scopre ammiccante il bompresso della nave). Irritano soprattutto gli errori tecnici, le luci (Adam Silverman riprese da Cecile Giovansili) che spesso lasciano al buio i solisti, la corsetta del coro a coprire proprio il momento chiave dell'agnizione in cui la zingara intona “Per ingiusta gelosia veggo Zaida tratta a morte”.

Le regole, certo, non sono dogmi inalterabili. Ma se esistono a teatro hanno un senso e si possono infrangere o per genio o per incapacità. Sicuramente nella sua lunga carriera Alden avrà fornito prove ben migliori di questa, forse la ripresa di Karolina Sofulak avrà recato qualche danno, ma assistendo a questo spettacolo tracce di genio non se ne ravvisano. Brutta la scena di Andrew Liebermann, brutti i costumi di Kaye Voyce, che non ci risparmiano nemmeno l'espediente d'avanspettacolo di quart'ordine del coro maschile in abiti da sera e tacchi a spillo. A questo punto torte in faccia e parrucchini volanti avrebbero compiuto l'opera e dato almeno movimento alla resa rinunciataria ai limiti dell'urtante della scena più perturbante dell'opera, quella che dovrebbe far la gioia di ogni regista: la festa in maschera con il suo turbinio di doppi.

Abbiamo già lamentato come l'occasione offerta dalla presenza di un grande attore come Paolo Bordogna sia stata malamente sprecata. Aggiungiamo lamentela simile per un altro interprete esperto e perfettamente a suo agio in questo repertorio come Carlo Lepore, che in altro contesto avrebbe sicuramente potuto offrire un Selim ben più intrigante. Edgardo Rocha sostituisce l'indisposto Antonino Siragusa con buon gusto e buona vocalità, anche se si avverte la fatica per la recita sostenuta appena poche ore prima. Francamente però, non ci dispiace di non aver visto Siragusa, non perché non avremmo ascoltato volentieri il suo Narciso (anzi!), ma perché ricordando la sua splendida incarnazione della follia progressiva di Ladislao nel Sigismondo a Pesaro avremmo sofferto nel vederlo costretto a un'incarnazione così umiliante e gratuita del disturbo mentale e del cavalier servente di Fiorilla.

Questa è Nino Machaidze, che pare fraintendere la primadonna rossiniana con una borghese che scaccia la noia battendo il marciapiede, degradazione della Messalina che fugge l'alcova imperiale per esercitare nei lupanari della Suburra. Parimenti greve e volgare – peccato mortale in ogni repertorio e massime in questo – è il canto, incerto talora negli attacchi, tendente al grido negli acuti nonché semplificato in molte colorature e cadenze. Non solo il gusto, anche la preparazione musicale, l'attenzione per il testo paiono decisamente insufficienti e non sono compensati dall'ampiezza di alcuni suoni che la natura le ha fornito più a fuoco nei centri.

Simone Del Savio fa il suo dovere come Poeta con vocalità brunita e interessante, cui si può consigliare una rifinitura dell'emissione di qualche suono che, soprattutto in basso, risulta un po' più ruvido e meno avanti, ma senza pregiudicare il risultato complessivo.

Samantha Korbey, Zaida, è purtroppo così ingolata che talvolta la voce pare provenire dal retropalco, talvolta è inudibile, sempre in difficoltà nel legato pur in una parte di non soverchiante difficoltà. Enrico Iviglia, con la sua disinvoltura scenica, sarebbe un Albazar leggero ma efficace, se non fosse per qualche suono meno intonato e piccolo impaccio musicale proprio nella sua aria del sorbetto.

Il Coro del Regio canta sempre bene, ma non emerge qui come in altre occasioni, al pari dell'Orchestra, che affronta con sicurezza una scrittura assai insidiosa per legni e ottoni, ma patisce la pochezza della bacchetta.

Il pubblico applaude. I commenti che s'intendono al guardaroba sono i più vari: certo il Turco è opera ancora poco nota al grande pubblico, a Torino non si vedeva da dieci anni e avrebbe meritato diffusione con cure migliori. Da segnalare, in tal senso, almeno il bel saggio di Bruno Cagli nel programma di sala, già pubblicato a Pesaro nel 2007.

foto Ramella & Giannese