L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Cartoline dall’Elvezia

 di Joseph Calanca

Al Teatro Comunale Claudio Abbado di Ferrara la riproduzione dell’allestimento creato da Alessandro Sanquirico per la prima edizione del melodramma di Vincenzo Bellini: un interessante esempio di archeologia teatrale che finisce per confermare, se ce ne fosse ancora bisogno, il ruolo fondamentale della regia nel teatro d’opera.

FERRARA 22 marzo 2015 - Succede spesso all’avido frequentatore di bancarelle di libri usati di imbattersi in qualche vecchio esemplare di manuale scolastico. Con lo sguardo colmo di malinconia osserva l’austera copertina, getta un’occhiata alle delicate illustrazioni e si sofferma infine a leggere qualche frase qua e là. Il suo sorriso muta però rapidamente verso il sardonico quando si rende conto di avere tra le mani un compendio di nozioni ormai superate da decenni. Con ben pochi rimpianti abbandona quindi il tomo per indirizzarsi tosto verso il volume vicino. È un po’ questa la sensazione che avverte chi, uomo del terzo millennio, memore del dipanarsi della regia teatrale negli ultimi cinquant’anni, da Visconti a Carsen, si trova di fronte alla “ricostruzione” degli allestimenti cosiddetti originari. Un’operazione, diciamolo subito per fugare ogni possibile fraintendimento, sicuramente meritevole per il suo valore documentario. Ma anche e soprattutto anacronistica nel suo relegare lo spettatore a una fruizione inevitabilmente passiva dello spettacolo. Se il sonno della tenera Amina è piuttosto travagliato, una volta tanto potrà quindi essere tranquillo quello degli strenui difensori delle indicazioni del libretto: non manca nulla infatti in questi luoghi ameni di tela, riproduzione di quelli creati da Alessandro Sanquirico per la prima al Teatro Carcano di Milano del 6 marzo 1831. Mulino, fonte e bosco sono lì dove dovrebbero essere, anche se , rispetto alle litografie pubblicate da Ricordi, appaiono alquanto naïf e più vicini a certa pittura italiana del Novecento alla Ottone Rosai che all’ambientazione alpina creata dallo scenografo lombardo tanto apprezzato da Stendhal. In questo effimero universo di fondali dipinti ben poco peso assume l’inerte regia di Alessandro Londei, ravvisabile soltanto nel superfluo umorismo d’antan dei tre figuranti. Piacevoli risultano invece i tradizionali costumi, la cui supervisione è affidata a Veronica Pattuelli, declinati nelle sfumature del verde (per la coppia di innamorati), del viola (Teresa) e del rosso (Lisa).

Particolarmente soddisfacente il risultato ottenuto della compagnia vocale impegnata nella settima opera di Vincenzo Bellini, a partire dall’Elvino del messicano Jesús León, il più festeggiato dal numerosissimo pubblico ferrarese. Qualche acuto un po’ troppo nasale e i costanti inciampi sulle doppie della lingua italiana, si fanno perdonare dalla facilità con cui vengono raggiunte e tenute anche le note più estreme e dal focoso temperamento latino, piuttosto inusuale in questo repertorio. Alle oggettive difficoltà della parte di Amina, composta per un monstrum come Giuditta Pasta, va aggiunto il terribile scoglio del confronto con le tante primedonne che si sono cimentate, con risultati talvolta superbi, nel ruolo. Rimarrà deluso il fan del funambolismo vocale poiché Rosanna Savoia sceglie di percorrere la tranquilla strada del lirismo. Le variazioni sono infatti timide ma, nonostante qualche oscillamento di intonazione nella sortita, il personaggio risulta nel complesso ben a fuoco e convincente.

Provengono dal XLIV Concorso Internazionale Toti dal Monte (manifestazione che inizialmente aveva il compito di selezionare anche i due protagonisti) le voci di Lisa e del Conte Rodolfo. Fino dalle prime battute di “Tutto è gioia, tutto è festa” Daniela Cappiello si mostra cantante da tenere in considerazione: lo strumento non è particolarmente grande, ma proprio per questo si lancia facilmente in colorature, sovracuti e virtuosismi, ottenendo ragguardevole successo personale nell’arietta “De’ lieti auguri a voi son grata”. Non bastano invece la canizie e l’andatura claudicante a trasformare un giovanissimo e promettente baritono, per di più dalla voce chiara, come Andreas Gies nel nobile Rodolfo, parte bisognosa di vocalità ben più grave e austera. Se sostanzialmente discrete appaiono le prove di Chiara Brunello (Teresa) e Marco Gaspari (Un notaro), non si può affermare lo stesso dell’insufficiente Alessio di Paolo Bergo.

Francesco Ommassini alla guida dell’Orchestra Regionale Filarmonia Veneta sceglie di evidenziare, talvolta con mano pesante, talaltra con acrobatici esercizi da podio alla Oren, i momenti più concitati della partitura, finendo così per trascurare tutto il commovente struggimento della melodia belliniana. Spiace infine dover riportare ancora una volta l’imprecisione, soprattutto negli attacchi, del Coro Lirico Amadeus.


 

 

 
 
 

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