L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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La poesia dell’inquietudine

 di Valentina Anzani

 

Come uscito da una favola, un magico Pelléas e Mélisande al Maggio Musicale Fiorentino, con la regia onirica di Daniele Abbado, voci di lusso e la direzione di Daniele Gatti.

Firenze,  21 giugno 2015 – Pelléas e Mélisande è un’opera che scaturisce, prima ancora che dai simboli, dai sussurri e dal non-detto ed è l’intonazione musicale di Claude Debussy a esprimere quello che il testo di Maeterlinck tace. Nella direzione di Daniele Gatti la partitura diventa esplicito testo sonoro: suggerendo rimandi tematici che svelano i reali sentimenti dei personaggi sulla scena e creando un suono ambientale, si mette con un fine cesello al servizio della parola. Quest’ultima assume particolare importanza per un testo cantato in prosa: la quasi totale assenza di forme chiuse fa scorrere il discorso per tutti i cinque atti dell’opera come un intenso declamato. Il rischio è che gli interpreti rimangano schiacciati da una tale mole di testo, cosa che non è accaduta con il cast tutto italiano della produzione del Maggio Musicale Fiorentino, in cui ogni voce era presente a se stessa in una lettura della partitura in cui il canto è stato ben calibrato con la pronuncia della lingua francese nelle sottili e discrete linee melodiche previste dall’autore.

Essendo Pelléas et Mélisande un’opera fondata sulla sottrazione piuttosto che sulla mobilitazione delle masse, fondamentali diventano i dettagli e le minime inflessioni dell’interpretazione. Quando è il silenzio ad avere la meglio, basta uno scarto minimo per aumentare di tensione: perfettamente conscia di questo, Monica Bacelli è stata una Mélisande che si stagliava vivida nella sua melanconia, elegante nel porgere, dolce nel soffrire e mite nella sua sincerità. La voce chiara e potente di Paolo Fanale tradisce impazienza di incontrare l’amata, più che indugiare in un tentativo di continenza in ossequio al fratello. Il suo Pelléas è intrepido, entusiasta, accattivante, soprattutto per il fatto di essere l’unico personaggio che tenta di compensare con il proprio calore la mestizia emotiva che caratterizza l’opera. Roberto Scandiuzzi, totalmente padrone della propria voce grave e piena, ha dato grande rilievo al paternalistico ma impotente anziano re Arkël. Altra presenza di carisma era Sonia Ganassi, madre dei due fratelli che si contendono l’amore della protagonista. Al merito di Roberto Frontali nei panni di Golaud va la calibrata gestione delle inflessioni, che volgono verso un’aggressività allucinata man mano che scorre la vicenda: nulla dell’atteggiamento del primo atto, con il suo eloquio preoccupato e incerto, lascerebbe presagire il successivo repentino svelarsi della sua natura violenta. Vivace e inquieto Yniold era Silvia Frigato, dalla voce pungente e cristallina, perfettamente a suo agio nei panni del fanciullo, sia per physique du rôle, sia per caratteristiche vocali.

Quella di Daniele Abbado è una regia che non tende al realismo, ma si fa anzi ulteriore portatrice di simboli, riproponendo di volta in volta visioni capaci di collocare precisamente la fase della narrazione nell’ambientazione emotiva che le spetta, senza mai liberarsi nè di una sottile inquietudine, nè di una costante poesia. La sua è una lettura scenica cupa, che grazie a una sintesi perspicace, necessita di poco più di una modulazione delle luci (affidate alla perizia di Gianni Carluccio) per cambiare radicalmente di tono e di significato. Abbado gioca bene le sue carte, rasentando anche, con alcuni cambi di scena a sipario aperto, la meraviglia.

Molto curati anche i costumi di Francesca Livia Sartori: severi i tagli degli uomini, in perfetto accordo con i veli di cui veste le figure femminili, rese fluttuanti e piene di eleganza, come se si muovessero in assenza di gravità per gli spazi di questo allestimento lieve e intensissimo, piccola perla generata da un sogno.

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foto Simone Donati - Terra Project contrasto