L’ape musicale

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La stella fra le nubi

 di Andrea R. G. Pedrotti

La vigilia della prima è funestata dal malore che ha colpito il concertatore, Julian Kovatchev, sostituito da Riccardo Frizza. Le nubi che si addensavano intorno all'opera pucciniana all'Arena sono comunque state dissipate dalla prova eccellente di Hui He, splendida protagonista e autentica stella dei nostri giorni.

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VERONA, 26 giugno 2015 - Per la prima volta in questa stagione il cielo non è funestato di nubi, ma in settimana nuvole fosche si sono addensate sulla cupa Tosca areniana. Il clima è caldo-umido e poco ventilato. Si sarebbe detta l'atmosfera ideale per una rappresentazione nel teatro all'aperto più importante del mondo. Tuttavia nere tenebre hanno oscurato la gioia del pubblico e degli addetti ai lavori a causa del malore occorso al M° Julian Kovatchev, pochi giorni fa, proprio al termine del Te Deum di Scarpia, forse il momento di maggior risalto mistico dell'intera produzione. Un plauso va certamente alle masse artistiche che sono riuscite, comunque, a risollevarsi per la prima del 26 giugno, ma il più convinto è riservato al M° Riccardo Frizza, che ha accettato di salire sul podio dell'orchestra veronese per questa e per le rappresentazioni che seguiranno.

L'Arena non particolarmente gremita, ma con una buona presenza di pubblico festante, ha salutato la ripresa della regia di Hugo de Ana. L'allestimento è scenografico e d'impatto, con le grandi tele dei lavori di Mario Cavaradossi in principio dell'azione e una enorme ricostruzione della statua sormontante Castel Sant'Angelo a Roma sul fondo per tutta la durata dell'opera. Fino al Te Deum la regia non è molto originale, denotata da movimenti di tradizione e da costumi assai poco sgargianti, ma in stile consono. L'unica scena di massa del capolavoro pucciniano esalta, come prevedibile, la grandiosità dell'Arena, grazie a effetti visivi di innegabile impatto emotivo. Forse potrebbero risultare eccessive le reali cannonate - a salve - che rimbombano copiosamente rumorose negli spazi circostanti, ma la resa è senz'altro notevole. Nessuna intuizione particolare nel secondo atto, con una regia che differisce di poco o nulla a quella che potremmo vedere in un teatro di tradizione, semplicemente adattata alle dimensioni del palcoscenico.

Ultimo atto privo di elementi di rilievo, con il solo spunto della fucilazione di Cavaradossi, legato a una croce latina e una sorta di ascensione di Floria Tosca nel finale. Se Illica Giocosa non considerarono, in questa come in altre occasioni, di far ricorso alla bienséance tanto cara a Racine, non capiamo perché il martirio di Tosca debba esser stato mutato in una sorta di santificazione in mortis.

Luci e ombre sul piano musicale, che vanno citate pur tenendo conto di quanto è accaduto nei giorni scorsi. Luce sfavillante, luminosa e accecate è quella della protagonista Hui He, certamente uno dei più grandi soprani lirico spinti dei nostri giorni. La sua è una Tosca magnifica e coinvolgente: fraseggio e interpretazione sono pressocché perfetti, la voce corre sicura e la proiezione è ineccepibile. Non un istante della sua prova sovrasta gli altri, mantenendosi sempre sicura oltre il confine dell'eccellenza. Non a caso il momento più applaudito dell'intera serata è stato un memorabile “Vissi d'arte”, riguardo il quale non è possibile spendere aggettivi che non siano totalmente laudatori.

Ci ha convinti meno il Cavaradossi di Marco Berti: proiezione e squillo del registro acuto erano e restano di rilievo, ma le mende tecniche sono molteplici; oltre a svariati cadute nell'intonazione, l'interprete appare musicalmente poco preciso e la gestione dei fiati approssimativa. Di contro la resa scenica è corretta e appropriata alle scelte del regista. Marco Vratogna sarebbe un buon Scarpia, ma temiamo che l'impatto con l'Arena non sia stato felicissimo. Probabilmente a causa degli ampi spazi innanzi a lui, il baritono spezzino tende a spingere troppo, risultando precario nella proiezione. Il crudele barone è poco insinuante e subdolo, a causa di una recitazione poco partecipata, caratterizzata da portamenti eccessivi. Il Te Deum è stato, come detto, la pagina di maggior effetto semantico, ma più a causa della cornice, che non del protagonista.

Discreto l'Angelotti di Deyan Vatchkov. Particolarmente disinvolto scenicamente, Federico Longhi interpreta un buon sagrestano. Bene lo Spoletta di Paolo Antognetti e degno di nota lo Sciarrone del sempre ottimo Nicolò Ceriani, decisamente più convincente come meschino macchinatore di intrighi, rispetto a Scarpia. Completavano il cast Federico Fiorio (Un Pastorello) e Romano Dal Zovo (Un carceriere).

Riccardo Frizza concerta bene l'opera controllando come meglio può le sezioni di un complesso artistico, che sta comunque già dirigendo nel Nabucco. Il rapporto fra buca e palcoscenico è ben equilibrato, con attenta concentrazione del maestro. La miglior gestione è sicuramente, quella del coro, che pare rinato dopo la deludente prova di Aida. Dando seguito a questo, siamo lieti di constatare, come quello di sabato scorso fosse stato solo un episodio, con il coro areniano, come spesso accade, ora nuovamente protagonista memorabile e assoluto della serata. Bravo Salvo Sgrò, che non sarà ancora ai livelli di eccellenza che hanno fatto la fortuna della mirabile gestione di Armando Tasso, ma la strada ci sembra ben indirizzata. Stesso discorso vale per il coro di voci bianche A. d'A.MUS., diretto da Marco Tonini, che regala al pubblico una prestazione di livello, senza sbavature di sorta e con un buon amalgama delle voci.

Regia, scene e costumi erano a cura di Hugo de Ana, mentre il Direttore degli allestimenti scenici che riprendeva anche la produzione era Giuseppe De Filippi Venezia.

Chiusa dedicata, come doveroso, ad auguri di pronta guarigione al M° Kovatchev, che speriamo di poter vedere presto vibrare ancora la bacchetta sul podio che molte volte lo ha visto protagonista, salutato dall'ormai tradizionale e immancabile “Bravo, Maestro!”, simbolo dell'estate veronese.

 

foto Ennevi


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