L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Buona la seconda

 di Joel Poblete

Grande successo di pubblico per il ritorno di Madama Butterfly al Municipal di Santiago del Cile. L'allestimento è quello di Hugo De Ana che aveva debuttato nel 2014, con esiti contrastanti, a Buenos Aires. Fra le due compagnie, più del cosiddetto "elenco internazional" ha convinto il per lo più locale e totalmente ispanico "elenco estelar".

SANTIAGO del CILE 22 giugno - 4 luglio 2015 - Dopo otto anni d'assenza, la sempre popolare e commuovente Madama Butterfly di Puccini è tornata al Teatro Municipal de Santiago, dove si è presentata con due diverse compagnie fra il 22 giugno e il 4 luglio, con tale successo che i posti sono andati esauriti con settimane di anticipo ed è stato necessario aggiungere recite. Benché la trama e lo sviluppo siano ampiamente noti, la bellezza espressiva della musica e la triste vicenda della giovane geisha non cessano di emozionare il pubblico; e il Cile non ha fatto eccezione: dal suo debutto locale nel 1907, il principale teatro lirico del Paese l'ha proposta in più di cinquanta stagioni.

Prima ancora degli aspetti musicali, il maggior richiamo nel ritorno del capolavoro pucciniano è venuto dalla messa in scena, una produzione di Hugo de Ana che ha debuttato l'anno passato al Colón di Buenos Aires [leggi la recensione]. Indubbiamente uno dei registi, scenografi e costumisti più prestigiosi e collaudati venuti dall'America Latina negli ultimi, ormai, tre decenni, De Ana ha curato già undici diverse opere al Municipal, e alcune di esse figurano fra le più memorabili presentate nel teatro cileno. Con tali premesse, era da immaginarsi la curiosità per la visione di De Ana circa questo classico amato e popolare, tanto più considerando che all'esordio a Buenos Aires alcuni critici specializzati lo avevano definito “discutibile”, con aggettivi quali "kitsch" e "sovraccarico". Suddivisa la partitura in due parti con un solo intervallo, l'impianto può lasciare in verità perplessi, soprattutto considerando le aspettative che molti possono nutrire in base alle convenzioni sceniche che il pubblico si è abituato ad attendere in quest'opera. Non è, tuttavia, possibile negare che una volta di più De Ana abbia mostrato il suo mestiere e il suo talento incaricandosi della direzione teatrale come di scene, costumi e luci.

Arricchito di diversi simboli, lo spettacolo, quando tende al minimalismo, non manca di momenti evocativi e di suggestiva bellezza, specialmente grazie alle luci, alla presenza costante del mare sullo sfondo e all'uso di efficaci proiezioni di farfalle e fiori, nonché di un video nell'Intermezzo che illustra un sogno della protagonista con l'evocativa e allegorica apparizione di diverse figure e personaggi. Come suole avvenire con De Ana, i costumi hanno costituito uno degli elementi di spicco. Ma anche al debutto si era notata la per lo meno curiosa apparizione di ninja in diversi momenti, o dettagli di dubbio gusto, come le ghirlande di fiori che appaiono durante il bel duetto fra Cio Cio San e Suzuki, tutti elementi che pregiudicano questi istanti di magia e incanto. La gestione dello spazio nondimeno non ha convinto del tutto, e a tratti è parso sovraccarico, influenzando il movimento dei cantanti, come nel primo atto, soprattutto all'ingresso della protagonista.

Dal punto di vista musicale, nel cosiddetto “elenco internacional”, il direttore stabile dell'Orquesta Filarmónica de Santiago, il russo Konstantin Chudovsky, ha realizzato una lettura corretta, anche se avrebbe potuto essere più incisivo nel delineare le decine di dettagli di una partitura tanto ricca, emozionante e affascinante: come già rilevammo per altre opere in passato, dovrebbe curare più l'equilibrio sonoro fra buca e cantanti, giacché questi a tratti sono coperti oltremisura dall'orchestra. E il coro del teatro, diretto dall'uruguaiano Jorge Klastornik, si è distinto soprattutto nel delicato corteggio femminile che accompagna la protagonista nel primo atto, dimostrandosi solido come d'abitudine.

È ben noto che per la sua complessità vocale e attoriale Cio Cio San, la protagonista, è uno dei ruoli più esigenti e intensi dell'intero repertorio sopranile. Per l'elenco internacional, è stata incarnata dalla statunitense Keri Alkema, che già aveva dimostrato il suo talento e la saldezza dei suoi mezzi in due opere verdiane al Municipal: nel 2011 come Amelia in Simon Boccanegra, e, l'anno scorso, come eccellente Desdemona in Otello, al suo debutto nel ruolo [leggi la recensione]. Quest'anno affronta una nuova sfida sulle scene cilene, cantando per la prima volta due parti tanto diversi come la drammatica Butterfly e, in agosto, Donna Fiorilla nella commedia rossiniana Il turco in Italia. La sua prima Cio Cio San è tornata a esibire una voce di bel colore e un timbro omogeneo, così come buoni acuti e potenza d'emissione quando necessaria, e se la presenza scenica è parsa un po' impacciata nel primo atto, dal secondo è parsa sempre più salda e convincente. Più che nel noto "Un bel dì vedremo", che ha risolto senza eccellere, è risultata particolarmente commuovente in una straziante “Che tua madre dovrà” e, considerato che era al debutto nel ruolo, è stata una Butterfly accettabile, con un potenziale innegabile, ma che senza dubbio dovraà continuare, in futuro, a sviluppare e perfezionare.

Con la Alkema, il tenore Zach Borichevsky, pure statunitense e che nel 2013 al Municipal era stato protagonista già di Roméo et Juliette di Gounod, è tornato per il sempre ingrato ruolo di Pinkerton; ha esibito ancora una volta una voce gradevole e un netto miglioramento nell'acuto, e benché come attore fosse convenzionale e un poco rgido, la presenza scenica era funzionale al personaggio. Altro statunitense, il baritono Trevor Scheunemann, ha debuttato in Cile incarnando un console Sharpless più freddo del solito, ma ad ogni modo cantato con voce sonora e ben timbrata; altro debutto nel Paese, quello del mezzosoprano rumeno Cornelia Oncioiu, che ha meritatamente suscitato alcuni degli applausi più calorosi del pubblico per la sua eccellente e sentita interpretazione vocale e teatrale di Suzuki. 

E se i confronti son sempre odiosi, è necessario segnalare come il secondo cast (detto "elenco estelar") abbia realizzato un lavoro molto più soddisfacente di quello del “elenco internacional”. La produzione di De Ana è tornata a mettere in luce tanto i suoi pregi quanto gli aspetti più discutibili, ma almeno in questo caso il versato musicale ha destato sensazioni decisamente più positive, a partire dalla direzione del cileno José Luis Domínguez, che è parsa mediamente più meticolosa e attenta alle molte sottigliezze e ai dettagli della meravigliosa partitura e molto più accurata all'equilibrio fra voci e orchestra.

In questa compagnia, al suo debutto al Municipal, si è distinta in particolare la splendida protagonista, il soprano spagnolo Carmen Solís. A differenza della collega aveva già il ruolo in repertorio, come è parso evidente fin dalla prima apparizione: sicura, credibile, efficacemente emozionante e sensibile nel suo ritratto dell'infelice geisha, tanto per la sua totale adesione teatrale, quanto per la voce, potente, di buoni acuti (ma deve migliorare i centri e i gravi) e molto adatta al repertorio pucciniano. Dolce, lirica e appassionata, intensa, drammatica, è risultata particolarmente efficace per il modo di porgere le sue frasi e di sottolineare le sfumature musicali della partitura.

Con lei, Suzuki era il mezzosoprano Evelyn Ramírez, che già aveva cantato il ruolo nella precedente rappresentazione dell'opera al Municipal, nel 2007, e tornava a interpretarlo con convinzione scenica e buona proiezione vocale. Da parte sua il baritono Javier Arrey è stato uno Sharpless molto più caloroso e accattivante del suo collega, con il suo timbro comunicativo, voce buona e sicura. Ha ben confermato il talento che gli ha permesso di intraprendere una carriera internazionale in continua ascesa con il sostegno artistico di artisti come Plácido Domingo e il compianto Lorin Maazel. Alcuni gradini più in basso si colloca il Pinkerton del tenore Gonzalo Tomckowiack, convincente e disinvolto in scena, ma di voce più opaca e ridotta in volume in confronto ad altre sue precedenti apparizioni su queste scene.

In entrambi i cast i ruoli secondari hanno permesso ad artisti cileni di distinguersi: il tenore Gonzalo Araya è stato un efficace e sardonico Goros, e pure si sono ben confermati Matías Moncada (commissario imperiale), Felipe Ulloa (Yakusidé), María José Uribarri (madre), Francisca Cristópulos (zia), Madelene Vásquez (cugina) e Carlos Guzmán (ufficiale del registro). Lo Zio Bonzo, cantato da uno degli ordini superiori del teatro, era ben reso dai baritoni Cristián Lorca (“elenco internacional”) e Arturo Jiménez (“elenco estelar”) e mentre come Yamadori si alternavano il baritono Pablo Oyanedel e il tenore Roberto Díaz, Kate Pinkerton era affidata ai soprani Marcela González e Pamela Flores.

foto Patricio Melo


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