L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Il sogno della gazza

 di Roberta Pedrotti

La ripresa del felice allestimento firmato da Damiano Michieletto sempre a Pesaro nel 2007 inaugura il Festival rossiniano rinnovando la magia di una lettura teatrale particolarmente ispirata e intelligente. Se la bacchetta di Renzetti non coglie tutto il fascino dell'opera, nel cast c'è chi sa farsi valere, a partire dalla splendida conferma del Fernando di Alex Esposito.

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PESARO, 10 agosto 2015 - “Ninetta! Ninetta! Tu dunque sei rea? (Ed io la credea l'istessa onestà)”. Una quartina di senari e una chiave di lettura: Giannetto dubita dell'amata, ma non con l'insinuazione incredula di Cavaradossi (“Scarpia che cede? La prima sua grazia è questa!”), con lo scattto impulsivo di Manrico (“Ha quest'infame l'amor venduto!”) o Edgardo (“Hai tradito il Cielo e l'Amor”), né con il linguaggio, pur sempre belcantista e in contesto larmoyant, dell'Elvino della Sonnambula. Non si parla di tradimenti amorosi, veri o presunti, nella Gazza ladra, ma di un'accusa di furto. Non è la sincerità dei sentimenti in discussione, ma la moralità di fronte alla legge. Non c'è equivoco o calunnia che valgano un processo sommario e fazioso. Non è un dramma romantico, non è melodramma: è il vero realismo borghese che si afferma dalla costola illuminista dell'opera buffa (su tutte, dalla Cecchina in Piccinni per la quale Goldoni riprende la Pamela di Richardson) nell'ascesa effimera ma fondamentale del genere semiserio a cavallo della rivoluzione francese e dell'avventura napoleonica. La moda delle pièce larmoyante o à sauvetage finirà presto, ma farà tempo a generare metamorfosi come quella di Luisa Miller (una Linda di Chamounix affogata nel veleno invece che coronata di fiori d'arancio) da cui sboccia direttamente la camelia della Traviata.

Se la psicologia di Ninetta e Giannetto si basa su una concretezza quotidiana e non su voti pronunciati al placido chiaror d'un ciel stellato, la dimensione del realismo borghese non basta a spiegare La gazza ladra, nemmeno sospendendo vieppiù l'incredulità di fronte al fiabesco quanto repentino scioglimento (la Provvidenza, magari con il nome di Deus ex machina, non è invenzione manzoniana). Nonostante, infatti, il riscatto finale dell'innocenza perseguitata e il supremo atto di giustizia e clemenza da parte del principe illuminato, come nel Fidelio, a predominare è il precipizio degli eventi dall'idillio iniziale in un vortice dominato da un doppio sopruso: da un lato l'abuso di potere, le molestie sessuali e la vendetta, con una sentenza spropositata per un furto mai commesso, perpetrati dal Podestà; dall'altro l'inadempienza – questa sì – di Fernando contro un'autorità militare resa ancor più tentacolare e insidiosa, ancor più odiosa e iniqua per l'essere solo raccontata e mai mostrata. Nel realismo della Gazza s'insinuano, così, elementi ipertrofici, filtrati, si direbbe, attraverso uno specchio deformante che altera le proporzioni, attraverso un prisma che rivela simboli di rapporti sociali e umani, fra classi, sessi, poteri, individui, psicologie.

Per questo funziona alla perfezione la lettura che Damiano Michieletto propone del genere semiserio, come un sogno che ne giustifichi convenzioni e soluzioni, ma che sappia anche mostrare attraverso simboli solo in apparenza giocosi la concretezza delle sue inquietudini. Una ragazzina potrà sognare di essere una gazza che vola su una fattoria incantata, dove i nomi son diminutivi e i cognomi Villabella e Vingradito, ma dovrà poi imparare a fare i conti con le conseguenze delle proprie azioni, a scoprire il dolore che fa parte della vita, le tensioni che mettono a rischio gli affetti, i rischi che si corrono per le persone amate, le ingiustizie, i soprusi e le insidie con cui ci si trova a combattere. E, magari, anche che esiste la possibilità di non vivere il grande, sublime, fatale amore romantico, ma di mettere alla prova il primo sentimento di ragazzi e scoprire che ci si può sposare e voler bene ugualmente, anche se l'amato non ha saputo subito credere in te fino in fondo, ciecamente, nel momento più buio.

Per questo, oggi come otto anni fa, lo spettacolo di Michieletto (scene di Paolo Fantin, costumi di Carla Teti, luci di Alessandro Carletti) resta impeccabile, suggestivo, intenso, sempre perfettamente calcolato nel rapporto fra spazio, musica e drammaturgia. In assoluto uno dei migliori lavori del regista veneto, una delle migliori interpetazioni del teatro rossiniano degli ultimi tempi.

Non altrettanto ci convince, in questa ripresa inaugurale del ROF 2015, la concertazione di Donato Renzetti: non delude come garanzia di tenuta d'insieme, ma ci saremmo aspettati una maggior cura dell'amalgama orchestrale e della precisione strumentale (al di sotto di quello che dovrebbe essere lo standard pesarese la sinfonia), un più spiccato mordente drammatico, una varietà dinamica più ampia e sfumata, sia per rispetto delle voci, sia in rapporto alla scena, ad esempio in una marcia funebre di Ninetta esageratamente enfatica rispetto alla delicata poesia della processione di candele sullo specchio d'acqua.

Nel cast, comunque, non mancano le note positive: unica conferma dalla locandina del 2007, Alex Esposito risulta addirittura migliorato. Voce più matura, salda, rotonda, musicista e attore sempre più intenso e rifinito, l'artista bergamasco fa di Fernando una costruzione teatrale a tutto tondo perfettamente equilibrata, davvero entusiasmante nella grande aria “Accusata di furto”. Ha ancora molto strada da fare, in tal senso, l'altro basso, Marko Mimica (Podestà), di cui ammirammo già lo scorso lo splendido materiale vocale messo in luce come allievo dell'Accademia Rossiniana [leggi la recensione]. Il timbro, l'estensione, l'impostazione continuano a esercitare un indubbio fascino, ma la gestione un po' macchinosa delle colorature e la difficoltà nel plasmare il fraseggio attraverso tutte le possibili nuance ce lo mostrano ancora come più affine ad altro repertorio. O bisognoso di un più intenso e prolungato studio specifico rossiniano. Chiude il gruppo principale delle voci gravi Simone Alberghini, autentica incarnazione della paterna bonomia di Fabrizio Vingradito. Suo figlio Giannetto è René Barbera, tenore di bel colore fresco, buona proiezione, grande facilità in alto, colorature non eccelse ma sufficienti; mancano giusto una maggior cura e varietà di tinte, accenti e dinamiche, che speriamo arrivino con l'esperienza.

Sul versante femminile abbiamo grate sorprese da Nino Machaidze nei panni protagonistici di Ninetta: la tessitura non certo acuta le calza assai bene, il timbro ha personalità e conferisce al personaggio una certa qual non remissiva sensualità, pur senza privarlo del suo fanciullesco candore. La coloratura appropriata e alcune belle soluzioni, unite alla franca ampiezza del canto, ci fanno archiviare le perplessità destate dalla sua Fiorilla torinese di qualche mese fa [leggi la recensione] e scoprire un potenziale rossiniano che potrebbe essere affinato e valorizzato, per esempio perfezionando il legato sul fiato ed evitando qualche indugio un po' greve sulle frasi più basse e drammatiche. Ci auguriamo vivamente prosegua su questa strada.

Non così sonora, ma assai raffinata nella concezione musicale e psicologica è Lena Belkina nel panni di Pippo, capace di emergere soprattutto nella dolce mestizia del duetto del secondo atto, cantato con arte e sensibilità. Molto ben caratterizzata anche la Lucia di Teresa Iervolino, voce vellutata ben piegata al progressivo sciogliersi in suocera affettuosa e pentita della scostante padrona restia a imparentarsi con una cameriera. 

Matteo Macchioni serve bene il personaggio di Isacco e Alessandro Luciano valorizza l'umanità del carceriere Antonio; Claudio Levantino fa il suo dovere come Ernesto e Pretore e Riccardo Fioratti esibisce, più che la voce, una studiata, robotica teatralità come Giorgio, attendente del Podestà.

Il coro del Comunale di Bologna, istruito da Andrea Faidutti, si fa valere soprattutto nella scena del giudizio e della Via Crucis di Ninetta; non al meglio della forma, abbiamo visto, l'orchestra, sempre della Fondazione felsinea.

Il pubblico delle prime non sarà dei più calorosi, e la Gazza è opera lunga e complessa quanto affascinante, per la quale la fama dell'accattivante ouverture non è che la punta di un iceberg. Meraviglioso, ma anche impegnativo da scoprire. Il successo c'è ed è franco, per tutti, ma siamo certi che crescerà, soprattutto per alcuni, nel corso delle repliche.

foto Amati Bacciardi


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