L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

L'essenza del dolore

 di Alberto Leal

Essenziale ed entusiasmante produzione del capolavoro di Massenet nella capitale colombiana. Il cast si è affermato con un livello degno delle scene internazionali e con il luminoso debutto nel ruolo di Charlotte di Julie Boulianne.

BOGOTA', 1 agosto 2015 - Werther è la mia opera francese preferita, indipendentemente dalla popolarità di Carmen o Faust. La mestizia, la disperazione, la malinconia di un amore impossibile rendono, infatti, l'opera di Massenet, basata sul testo di Goethe, in tutto universale.

La mia passione per quest'opera mi ha portato a vederne una gran quantità di versioni, fra le quali mi è rimasta nel cuore quella del Covent Garden con Carreras e Von Stade – entrambi nel pieno fiorire dei loro mezzi – diretti da Sir Colin Davis in un allestimento realista, esteticamente curato e di buon livello. Accingendomi ad assistere a questa produzione colombiana, ho riflettuto su come dopo più di trent'anni il gusto sia cambiato, i mezzi tecnici siano altri e sempre di più letture essenziali accrescano l'intensità del dramma. Naturalmente questo esige un lavoro più dettagliato, più profondo da parte del regista, come a compensare il minimalismo visivo. Proprio così, con un gruppo di artisti nella maggior parte rioplatensi, l'Opera de Colombia ha dato vita a una magnífica versione di Werther, con recite indimenticabili.

Alejandro Chacón ne è stato il principale artefice, potendo contare su un eccellente cast di cantanti-attori, imprescindibile per questo tipo di spettacolo. Delineato in maniera precisa, con grande rispetto per il testo, accentuando fortemente la drammaticità degli ultimi due atti, tutto è parso fluido, naturale, in stile. Un gran lavoro.

La scenografia totalmente spoglia – i pochi oggetti, fra cui uno scrittoio una sedia e poco più, si devono a Nicolás Boni – è stata favorita e valorizzata dall'eccellente illuminazione di Caetano Vilela. Tuttavia il fulcro visivo consiste negli splendidi costumi di Adán Martínez, magnifici per concezione, perfetti nella gamma cromatica e curatissimi nella realizzazione. Sempre in accordo con la concezione registica, un'ottima combinazione di sfarzo e austerità, senza che nulla paia superfluo, bensì sempre più prossimo allo stile tedesco, più prossimo a Goethe.

Senza dubbio la Charlotte del mezzosoprano canadese del Quebec Julie Boulianne – al debutto nel ruolo – è stata la migliore che io abbia visto, e la più rilevante dal punto di vista vocale. Bel timbro, volume importante, gran senso drammatico e stile impeccabile: la sua prova ha rasentato la perfezione. Di bella presenza, è disinvolta sulla scena ed è notevole la resa dello sviluppo del personaggio, con un terzo atto assolutamente magnifico. Sicuramente sarà la Charlotte per eccellenza dei prossimi anni.

Durante la giornata è serpeggiato il dubbio sulla presenza di César Gutiérrez, afflitto da un problema alla gola. Alla fine ha cantato, per rispetto del pubblico, dopo un annuncio relativo al suo stato di salute. Se non l'avessi saputo, mai l'avrei immaginato per la qualità vocale dimostrata: il timbro è gradevole, molto buona la linea di canto, le sfumature facili e il volume adeguato. Solamente due acuti un po' tesi nel primo atto potevano tradire un problema fisico, ma il prosieguo è stato più che buono. Mi piacerebbe ascoltarlo in condizioni normali: se quel che ho udito, di notevole qualità, non corrisponde alle sue condizioni migliori, in forma promette di essere un Werther di livello internazionale.

Il soprano Jaquelina Livieri ha offerto un'impeccabile Sophie, confermandosi uno dei maggiori talenti emersi in Argentina negli ultimi tempi. Il suo timbro, l'eccellente linea di canto, il volume importante, uniti alle doti di attrice ne fanno un'interprete ideale e la scena del terzo atto con Charlotte è stata il momento più commuovente dello spettacolo.

Il baritono uruguayano Alfonso Mujica è stato un buon Albert; dotato di bel timbro, ottima linea, proiezione e presenza scenica è un attore corretto che ha reso un personaggio ancor più freddo del solito, ma si tratta di una chiave di lettura possibile. MI piacerebbe vederlo in un ruolo di maggior spessore.

Il basso – pure uruguayano – Marcelo Otegui ha compiuto il miracolo di cavar sangue da una rapa, quello dell'artista che con il suo valore tramuta un ruolo minore in una creazione determinate per lo spettacolo. Il suo Bailli ha assunto un peso del tutto inedito e la sua bella vocalità si è ben rapportata al coro di voci bianche.

Andrés Agudelo e Hyalmar Mitrotti hanno ben caratterizzato Schmidt e Johann. Il tenor Agudelo è in possesso di una bella voce di tenore e se saprà studiare bene avrà un futuro assicurato; Mitrotti, prossimo a cantare Colline nella Bohème, necessita di un lavoro maggiore, ma possiede certamente un buon potenziale.

Eccellente il citato coro dei bambini: voci chiare ma ben sonore, pur mantenendo il numero dei soli sei ragazzini previsti dal libretto. Da segnalare, inoltre, la disinvolta recitazione.

Quel che meno ha convinto è stata la concertazione del francese Laurent Campellone che ha guidato l'orchestra in un'ottima prova con nerbo e drammaticità, ma fuori stile, avvicinandosi più al verismo italiano e senza risultare, infine, determinante per il buon esito dello spettacolo. Un esito che, in qualunque parte del mondo, sarebbe stato comunque di sicuro successo. Complimenti a tutti gli artisti per aver dato vita a questa eccellente lettura dell'opera.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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