L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

 

Sorge Albione fra le macerie

 di Alberto Spano

Riproposta con successo a Bologna la rilettura del capolavoro di Purcell curata un anno fa dal gruppo teatrale Motus per la Sagra Musicale Malatestiana. Con la direzione musicale di Luca Giardini si distingue la voce controtenorile di Carlo Vistoli.

BOLOGNA, 19 ottobre 2015 - Non sarebbe dispiaciuto a Dryden e Purcell, i due maggiori autori d'opera e di teatro del periodo barocco inglese, il singolare allestimento del loro King Arthur, messo in scena lo scorso anno dal gruppo teatrale riminese Motus per la Sagra Malatestiana - leggi la recensione - e il Festival RomaEuropa, ripreso lunedì scorso al Teatro Manzoni di Bologna per l'inaugurazione della stagione Musica Insieme. Il pubblico degli abbonati della maggiore stagione concertistica bolognese si è visto proporre con una certa dose di rischio un'operazione teatral-musicale che ha fatto convergere forze le più disparate: una compagnia d'avanguardia nota per la sua radicalità, strumentisti barocchi della nuova generazione, tre giovani cantanti lirici e un drammaturgo-traduttore che risponde al nome di Luca Scarlini, il quale di tutta l'operazione si fa carico con la consulenza di Alessandro Taverna. Ecco dunque uno stile teatrale forte, spesso urticante, ma sicuramente ricco di inventiva e di originalità. Col King Arthur di Purcell c'è ovviamente molta carne al fuoco ab origine: è una lunga e complicata dramatick opera, ovvero una semi-opera, un capolavoro del tardo barocco inglese. Una forma un po' speciale che può ricordare il Singspiel, diffusa in Inghilterra dopo un lungo periodo di oscurantismo in cui i teatri erano stati chiusi per trent'anni dai Puritani. La storia dell'opera inglese viveva un profondo strappo rispetto ai normali percorsi musicali operistici continentali, e così si spiega in parte la genesi di una forma in cui convivono in mescolanza teatro di prosa, teatro lirico, musica strumentale e danza, attori, mimi cantanti e strumentisti. Nel nostro caso si racconta della nascita della nazione Inghilterra fra storia e mito medievale di Camelot. Il testo, bellissimo, è intriso di connotazioni critiche sulla politica del tempo (di Dryden), le cui sottili allusioni spesso ci restano oscure. Un coacervo di temi, modi e sentimenti con cui vanno a nozze le attitudini teatrali dei Motus, attivi sulla scena italiana con crescente successo dal 1991, abituati a rivisitazioni e attualizzazioni stranianti di capolavori del teatro classico. Il King Arthur conobbe il suo battesimo al Dorset Garden Theatre di Londra nel 1691: John Dryden, il maggiore drammaturgo del suo tempo, adulato dalle folle, l'aveva scritto già nel 1684 quando governavano gli Stuart. Cambiati i tempi, nel 1690 pregava Purcell di musicare l'opera in cui perenne è lo scontro fra cristiani e pagani: il principe britanno Arturo combatte il rivale sassone Oswald e conquista la principessa cieca Emmeline attraverso l'aiuto del mago Merlino. Il successo è immediato (cento repliche in poche stagioni). Quasi oblio nell'Ottocento perché ritenuto un testo troppo arido per il sentire del tempo, poi una giusta riscoperta nel Novecento storico, infine completa valorizzazione (non in Italia) negli ultimi cinquant'anni, attraverso la prassi esecutiva autentica e l'uso degli strumenti originali. Facile intuire che mille sono i problemi interpretativi, soprattutto in vista di una mise-en-scène in un auditorium per concerti da milleduecento posti qual è il Manzoni. Dunque riduzione radicale del testo e dei personaggi (da dieci a tre, ma non se ne sente la mancanza), un nuovo testo di raccordo firmato Luca Scarlini fra prosa e canto, che attinge a piene mani da suggestioni di autori moderni come James Joyce, Thomas S. Eliot e Anna Maria Ortese, orchestra con strumenti originali del gruppo Sezione Aurea diretto da Luca Giardini (che è anche primo violino), ambientazione in un luogo avulso appena bombardato durante un conflitto bellico, uso (parco) dell'amplificazione e di effetti sonori elettronici (il battito del cuore). Una parete divisoria con una grande porta centrale come scenografia, l'orchestra in scena contornata da alberi divelti e detriti del dopo bomba. Ampio uso di video registrati e in diretta, immagini forti (alcune ripugnanti), la rappresentazione di una umanità reietta e desolata. Si aggiunga una recitazione sempre sulle righe, con esibizione audace di corpi e movimenti.

Il cattolico Arthur è rivale nel suo amore per Emmeline, figlia del duca di Cornovaglia, del re sassone Oswald, il quale è aiutato dal mago Osmond e dallo spirito della terra Grimbald. Arthur sventa i loro piani, a sua volta sostenuto dal Mago Merlino e dallo spirito dell'aria, Philidei, originariamente alleato coi sassoni, poi passato al fianco di Arthur.

L'Arthur fiacco e lacerato interiormente di Dryden-Purcell è anni luce distante dall'Artù disneyano (La spada nella roccia) e pure da quello di Thomas Malory nel famoso poema rinascimentale britannico: Arthur qui è stanco di guerreggiare, ma è ansioso di confliggere con la propria identità. Persegue la pace ma è sconfitto in questa sua ricerca da eventi ineluttabili. La cecità di Emmeline (in scena la straordinaria attrice Silvia Calderoni) sviluppa il conflitto fra vedere ed essere visti, ed ecco giustificarsi l'uso quasi ossessivo della telecamera a spalla in perenne ricerca di mondi per lei migliori. L'aria più famosa (“What power art thou”), quella del genio del freddo, è affidata invece che a un basso a un contraltista (l'eccellente Carlo Vistoli), in un quasi ostentato un omaggio alla rivisitazione rock che ne fece Klaus Nomi all'inizio degli anni '80. Aria in seguito citata da Michael Nyman nella colonna sonora del film Il cuoco, il ladro, sua moglie e l'amante.

La gran macchina che è il King Arthur è smontata e rimontata dai Motus in abiti da sopravvissuti senza tempo (i costumi sono di Antonio Marras). L'iniziale sconcerto per una drammaturgia così spiazzante pare distruggere l'originale armonia della musica di Purcell sul glaciale testo drydeniano. Non è così, anzi: il formidabile meccanismo barocco oltre che essere salvo sembra quasi giovarsi di questa girandola di mimi, spade sospese, equilibrismi, immagini laceranti. Il racconto si dipana con scioltezza assoluta, prosa e musica interagiscono con perfetta sincronia. La mano registica di Daniela Nicolò ed Enrico Casagrande è perfetta e virtuosa. Superlative le prove degli attori in scena: Silvia Calderoni è una Emmeline trasfigurata e sicura, dal fisico inquietante nella favolosa magrezza, Glen Çaçi è un King Arthur nervoso, atletico, pasoliniano, sempre adeguato al progetto registico, altrettanto lo sono in video gli ottimi Enrico Casagrande, Damiano Bagli, Ian ed Era Çaçi.

Altrettanto ideale è sembrato il cast vocale, ridotto a sole tre voci: due soprani e un controtenore. Chi rimpiange la voce di basso o baritono per il ruolo del genio del freddo, soprattutto nella celebre aria “What power art thou” non ha di che dolersi: Carlo Vistoli domina la sua voce controtenorile con grande musicalità e tecnica, l'intonazione è ideale, il fiato pure, e possiede morbidezza, legato, stile, nonché potenza e proiezione. In un attimo spazza via decine di ascolti di vocette anodine di recenti registrazioni discografiche. Dello stesso livello la prova dell'avvenente soprano Yuliya Poleschuk, anche lei dotata di una bella lirica che affronta il barocco con bravura e intelligenza, superando egregiamente ogni ostacolo stilistico. Bella anche la prova della quasi esordiente Elena Bernardi, soprano dal timbro meno denso, ma perfetto in coppia con quello della Poleschuk: uno dei momenti migliori della serata è stato proprio il Duetto delle Sirene del quarto atto (“Two daughters of this aged stream are we”), in cui le due artiste danno prova di ideale affiatamento vocale e interpretativo. Grande maturità, gusto strumentale sicuro, possesso del passo narrativo giusto sono tutte doti del violinista-direttore Luca Giardini alla testa di un gruppo di giovani barocchisti italiani, Sezione Aurea: si sono ascoltate morbidezza, musicalità, tempi comodi, bei suoni e quel tanto di elasticità nel fraseggio non dimentico dell'opera italiana: solo un bene per quella di Purcell.