L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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La scuola della vita

 di Giovanni Chiodi

Damiano Michieletto riesce a impostare un discorso narrativo avvincente e senza un attimo di sosta, eliminando tutta l’impalcatura simbolica, iniziatica e seriosa, che spesso aggrava oltre misura il Flauto magico, mantenendo invece l’indispensabile corredo di fantasia, leggerezza e giovanile energia. Nel cast brillano Antonio Poli e Alex Esposito, con la direzione studiatamente ruvida e aguzza di Antonello Manacorda.

VENEZIA 30 ottobre 2015 - Entrati in sala, a sipario aperto, scopriamo davanti a noi un’aula scolastica: sul fondo una lunga lavagna rettangolare, a sinistra una finestra e un banco e a destra un armadio. Questa è la scenografia creata come al solito ingegnosamente da Paolo Fantin per tradurre l’idea centrale della nuova regia mozartiana di Damiano Michieletto. Il Flauto magico, più che un percorso iniziatico nei misteri della massoneria, è un viaggio di passaggio dall’infanzia all’adolescenza, un itinerario di istruzione, nel quale si contrappongono due stili educativi: quello laico e libero di Sarastro e quello religioso e rigido della Regina della Notte, che infatti, in questa produzione, appare nei panni di un’insegnante vestita in modo attillato, con un colletto di pizzo, severa e impettita, custode di regole da accettare senza discussione (le tre dame, di conseguenza, sono tre suore), anche a costo di bruciare i libri condannati all’indice. Il giovane principe Tamino è qui ritratto come uno scolaro desideroso di imparare, ma sulle prime refrattario ai nuovi princìpi, custoditi da una confraternita di vecchi canuti, quanto mai bisognosa di nuovi adepti. Gli fa da contraltare Monostato, che è scolaro pure lui, ma di una banda di cattivi compagni. E’ allieva anche Pamina, che la Regina della Notte vorrebbe bloccata in un perenne stato di infanzia. Sicché il viaggio che essi compiranno è anche un distacco dalla madre, alla scoperta dell’amore e della relazione di coppia. Papageno, in questo contesto, è un bidello, un poco claudicante, burbero ma bonario, amante dei volatili (di cui afferra il linguaggio), che prendono corpo sulla lavagna e volano poi dalla finestra. Michieletto riesce a impostare un discorso narrativo avvincente e senza un attimo di sosta, eliminando tutta l’impalcatura simbolica, iniziatica e seriosa, che spesso aggrava oltre misura il Flauto magico, mantenendo invece l’indispensabile corredo di fantasia, leggerezza e giovanile energia. C’è anche una foresta, luogo topico e parallelo alla vita reale di scoperta dell’io più profondo. A rendere più dinamico il racconto interviene l’uso della grande lavagna luminosa, sulla quale è possibile proiettare segni bianchi e colorati, disegni, materializzare persone, animali, cose, lettere che si muovono a formare parole, e dietro alla cui parete scorrevole si trova la camera quasi conventuale della regina della notte, il letto di Pamina con bambola e peluche, a significare il cordone ombelicale che ancora la stringe alla madre.

L’allestimento ha il pregio di essere affidato a una compagnia di canto che funziona bene, e che ha il suo punto di forza nei cantanti italiani. Il protagonista, infatti, è il tenore Antonio Poli, che non solo ha la voce giusta per Tamino, cioè un bel timbro scuro e pieno di tenore lirico, ma vanta una dizione tedesca chiara e un buon accento.

Papageno è Alex Esposito, che conosce ogni più intimo risvolto di questo personaggio, ma si dimostra anche disponibile a rinnovare il suo approccio, aderendo alle impostazioni più diverse, ferma restando la linea di canto salda e irreprensibile, la voce dalla cavata ampia, morbida e pastosa, piegata a una varietà di colori e di tinte che è solo dei fuoriclasse, e infine la tenerezza infinita che è il suo tocco d’autore.

Pamina trova un’esecutrice valida (anche se non soggiogante) in Ekaterina Sadovnikova. La Regina della Notte di Olga Pudova è efficace, soprattutto nella seconda aria, dove nel recitativo, con grande acume, il regista le consiglia di usare toni suadenti e non i soliti altisonanti imperativi.

Ottimamente caratterizzato il Monostato di Marcello Nardis. Sono più deboli il Sarastro di Goran Jurić e gli interpreti dei ruoli minori (l’Oratore di Michael Leibundgut è proprio censurabile), salvo la Papagena di Caterina di Tonno.

Non solo vi è intesa perfetta tra artisti e regista, così che in scena assistiamo a un gioco condotto in modo credibile e naturale, ma vi è anche una risposta adeguata da parte del concertatore di questa edizione, Antonello Manacorda. È un Flauto magico dal suono asciutto e secco, scandito da tempi rapidi e scattanti, più aggressivo e ruvido che morbido e rifinito, con il pregio di assecondare il ritmo teatrale impresso alla vicenda.

Successo corale pieno e meritatissimo a coronare la perfetta riuscita di uno spettacolo, che si impone come un nuovo punto di riferimento.

foto Michele Crosera


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