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La forza delle passioni

 di Andrea R. G. Pedrotti

 

Cresce il successo della Forza del destino al Teatro Filarmonico. Nella seconda recita si avvicenda con Hui He, nei panni di Leonora, il soprano coreano Sae-Kyung Rim, dall'intensa partecipazione emotiva. Confermato il buon livello musicale in una lettura sempre più entusiasmante nella concertazione di Omer Meir Wellber.

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VERONA 15 dicembre 2015 - Convince anche nella recita del martedì, ormai tradizionalmente affidata a una compagnia alternativa, La forza del destino destinata a inaugurare la stagione invernale della Fondazione lirica Arena di Verona. L'idea registica di Pier Francesco Maestrini appare ancora una volta funzionale a conferire un filo conduttore sensato a una vicenda dalla drammaturgia debolissima. Una maggior vicinanza al palcoscenico, e una seconda visione, ci consente di apprezzare alcuni piccoli dettagli nelle scene d'assieme. Questa potrebbe sembrare una nota di curiosità, ma, dalla nostra solita undicesima fila, possiamo apprezzare la cura nella preparazione, per esempio della scena della battaglia, con l'uscita delle milizie dalle trincee, piccoli scontri e la corsa per festeggiare la vittoria. Una maggior prossimità al palco ci consente, altresì, di beneficiare di una maggior oppressione (curioso accostamento semantico necessario) dell'eremo dove Leonora s'era rifugiata per sfuggire alla colpa e alla vendetta del fratello. L'oppressione aiuta, inoltre a godere maggiormente del sentimento di tormento che avvince Don Alvaro, preda della sua impulsività, come descriveremo parlando più diffusamente della concertazione di Omer Meir Wellber.

Il cast vocale si mantiene sui livelli della rappresentazione di domenica 13 dicembre, con l'interessante inserimento del soprano Sae-Kyung Rim. Se nel registro acuto la voce, comunque grande e ben proiettata, si dimostra ancora acerba, nulla possiamo aver da eccepire sulla caratteristica che da sempre consideriamo imprescindibile per un'artista: la passione. Il giovane soprano, dotato di ottima dizione italiana, insiste su una gran cura degli accenti e affronta l'intera scrittura musicale con gran trasporto. Sicuramente la sua è una vocalità più leggera, paragonata a quella dell'interprete titolare, ma il personaggio esce nella sua complessità. Molto bella la scena “Sono giunta!... grazie, o Dio!”, dove la giovane cerca rifugio, come il celebre monologo finale “Pace, pace, mio Dio!”.

Fra gli altri sottolineiamo il miglioramenti di Walter Fraccaro, che già aveva ben figurato domenica, ancor più sicuro nello squillo e particolarmente partecipe scenicamente; il fraseggio è molto curato sia nell'impetuosità degli accenti, sia nei passaggi più sfumati. Stesso discorso per Chiara Amarù, ancora una volta una delle migliori interpreti di Preziosilla del panorama lirico italiano e non solo. Piena conferma anche per l'ottimo Dalibor Jenis, nel ruolo di Don Carlo di Vargas, il quale evidenzia il furore e l'impeto del figlio del defunto marchese con la nobiltà dovuta al lignaggio del personaggio, circoscrivendo la rabbia nei confini della difesa dell'onore della casata e della stirpe dei Calatrava. Nuovamente salutato da calorosi applausi l'imponente e autoritario Padre Guardiano del bravissimo Simon Lim, colui che si può definire autentica rivelazione di questa produzione. Se Gezim Myshketa è, ormai, cantante noto, appare sorprendente ascoltarlo in un ruolo sovente affidato a baritoni buffi. Il suo Melitone è severo nella celeberrima predica, senza mai discostarsi da quello che dovrebbe essere il personaggio. Il colore della voce è pieno e belli gli armonici, tanto da farci pensare che, in futuro, potrebbe esser anch'egli un ottimo Don Carlo. Immutati i comprimari, ossia Milena Josipovic (Curra), l'ottimo Francesco Pittari (Mastro Trabuco) e Gianluca Lentini (Un Alcade\Un chirurgo).

Ancora una volta eccezionale la concertazione di Omer Meir Wellber, capace di superare se stesso. Finalmente la sua bacchetta offre la capacità di sublimare l'emotività contenuta nella partitura verdiana. I colori domandati e ottenuti dall'orchestra sono ideali per la comprensione di un testo tortuoso e consentono di non far mai scemare l'attenzione del pubblico. La sua è una lettura dove il primo atto, che diviene sapientemente prologo precedendo la Sinfonia, inizia con la visione quasi eterea e misterica della fuga progettata dai due amanti, aumentando improvvisamente i volumi, sfruttando i bassi dell'orchestra, all'arrivo del marchese di Calatrava, annunciato dall'evocativa parola “orrore”. Tutta la tragicità della situazione giunge all'ascoltatore e rende comprensibile l'impeto di Alvaro, che confuso e accecato, spara al marchese. La trama sarebbe poco comprensibile, se non fosse la Sinfonia, per questo saggiamente trasposta, a narrare i sentimenti, il senso della tragedia di Leonora, la fatale promessa di Don Carlo e la fuga di Alvaro. Tutto è tenuto legato e anche un momento apparentemente avulso, come uno splendido e trascinante Rataplan (salutato da un'autentica ovazione), appare necessario al dipanarsi dell'intreccio. Bellissime le dinamiche del quarto atto, con delle scelte mirabili, per esempio, prima della celeberrima frase “Le minacce, i fieri accenti”, anticipata da un rallentando e da un splendida sfumatura orchestrale, una impercettibile pausa e l'inizio del crescendo tormentato che si chiude in un “pietà” quasi sussurrato, per crescere nuovamente quando viene ripetuta la frase con testo differente. Qui si comprende appieno il personaggio che vorrebbe resistere al furore, ma perde il controllo nuovamente - come nel primo atto - alla prima vera provocazione di Don Carlo. Splendido anche l'uso delle percussioni nel finale e le articolazioni degli archi sulle ultime battute dell'opera. Questo il senso di La forza del destino: la malasorte non esiste, ma sono le azioni avventate degli uomini a generare la tragedia.

Ottima, ancora una volta, la prova del coro, diretto da Vito Lombardi e del corpo di ballo, impegnato nelle bellissime coreografie di Renato Zanella e qui rappresentato da Alessia Gelmetti, Teresa Strisciulli, Amaya Ugarteche, Evghenj Kurtsev e Antonio Russo.

Le scene erano di Jaun Guillermo Nova e i costumi di Luca Dall'Alpi.

Al termine copiosi applausi, specialmente all'indirizzo del direttore d'orchestra.

foto Ennevi


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