L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Carmen… più ombre che luci

 di Antonio Caroccia

La grande attesa per una prima di grande importanza, con diretta televisiva e alla presenza di alcune delle massime cariche istituzionali (il presidente Mattarella in primis), è purtroppo delusa da una produzione in cui brilla solo la Micaëla di Eleonora Buratto.

Dopo alcuni anni, l’ultima quella del 2000 con la regia di Pappi Corsicato, ritorna al teatro San Carlo di Napoli la Carmen di Bizet, per l’inaugurazione della nuova stagione 2015-2016. Ci si aspettava molto da questa inaugurazione napoletana, il pubblico delle grandi occasioni di certo non è mancato: un Presidente della Repubblica (Mattarella), un Ministro (Franceschini), il Presidente della Corte Costituzionale (Criscuolo), tutti in prima fila nel palco reale in compagnia del governatore De Luca e del sindaco De Magistris. La diretta Rai ha poi impreziosito la magica serata. Da anni il San Carlo attendeva una prima modello “teatro alla Scala”.

Ciò che è mancato è stata la regia dello svizzero Daniele Finzi Pasca. Bene l’idea delle luminarie che in qualche modo collegavano idealmente la piazza di Siviglia alla festa di Piedigrotta; si sa, di questi tempi, le luminarie in Campania (vedi Salerno) attraggono numerosi turisti e curiosi. Stancanti, eccentrici e per nulla consoni i molteplici fasci di luce (tubi di neon) di cui erano attorniati alcuni personaggi (usati in particolare per richiamare le famose catene che imprigionano idealmente il personaggio di Carmen); anche qui si voleva, forse, strabiliare il pubblico con effetti speciali alla Star Wars. Riduttive e semplicistiche la Plaza de toros e la taverna di Lillas Pastia. Non male l’idea dei diversi colori dei costumi ideati da Giovanna Buzzi, che segnano i vari atti dell’opera: il giallo iniziale, il bianco, il nero dei contrabbandieri e il rosso finale.

Come sappiamo, la narrazione di quest’opera si dipana attraverso veloci lampi. Carmen, invasa dal tormento e dalla passione per Don José e lusingata dall’amore del torero Escamillo, sceglie la morte come unico sicuro rifugio. I lampi, pardon le luci, non sono certo mancate; anzi, anche troppe, tanto che hanno finito per condizionare uno spettacolo che ci è sembrato troppo semplicistico nelle scenografie di Hugo Gargiulo e nelle coreografie di Maria Bonzanigo.

Ciò che è mancato veramente a questo spettacolo è stata però la protagonista. La Carmen di María José Montiel è scialba, oserei dire inesistente; si sa, togli il personaggio e crolla tutto. La Montiel non è una seduttrice di classe o una gitana primitiva. Una donna matura che sa di essere volubile e cerca, quasi maternamente, di farlo capire a quel bambinone di Don José. Non riuscendoci, si arrabbia, ma senza infierire più di tanto. Vocalmente, ci aspettavamo dalla Montiel una Carmen che cantasse e che impersonasse il personaggio (tra l’altro in un francese migliore) e lo esprimesse con una vocalità attenta e sontuosa, memore della lezione belcantistica. Anche scenicamente, l’artista non è riuscita pienamente a entrare nel ruolo. Questa, ahimè, non è Carmen. Basti soltanto pensare al finale: sulla piazza deserta e assolata sono rimasti la protagonista e Don José. Lui l’ama ancora e vuole convincerla a seguirlo. Lei ama oramai un altro ed è pronta a morire. Lui è disarmato, ma guardandosi attorno scopre la lunga lancia di un picador. L’afferra e con questa affronta Carmen che si addossa alla porta dall’arena con le braccia allargate, come a proteggere il suo amore (Escamillo) che sta dall’altra parte. Don José le si avventa contro e la trafigge. La scrittura delle due ultime pagine dell’autografo della Carmen di Bizet ha una aggressività violenta. I segni sono concitati, precipitosi. Il tempo è quasi costantemente in 3/4 e le annotazioni di diesis, di pause e di corone, di rallentandi e accellerandi, sono rabbiose e disperate. È una pagina che, solo a guardarla, evoca rottura, disordine, affanno, morte violenta. E allora Carmen che seduce col corpo, con la pelle, con il sesso e don José che si perde nell’abisso e, prima di ucciderla, la vuole possedere. La Montiel, purtroppo, non ha saputo esprimere tutto ciò.

Sotto tono anche il tenore Brian Jagde (Don José). Impacciato nei primi due atti è riuscito a riscattarsi nel finale, dimostrando piglio e carattere. Ugualmente debole e per nulla adeguato al personaggio, il baritono Kostas Smoriginas (Escamillo); la sua voce più che esplodere, come nella celeberrima aria "Votre toast, je peux vous le rendre", implodeva, risultando afona e fioca.

Superba la Micaëla di Eleonora Buratto: precisa, squillante e decisa. La romanza del III atto "Je dis que rien ne m’épouvante" convince e strappa applausi: un vero capolavoro.

Decisamente buone le prove di Sandra Pastrana (Frasquita), Giuseppina Bridelli (Mercédès) e Gianfranco Montresor (Zuniga): sicuramente voci da risentire in ruoli primari.

Pessimo il coro diretto da Marco Faelli: non sempre preciso, con una dizione imperfetta e per lo più immobile (per chiare volontà registiche). Molto bene e apprezzabile il coro di voci bianche diretto da Stefania Rinaldi. Non v’è dubbio che la star della serata doveva essere l’ormai ottantenne Zubin Mehta. Nonostante, la sicurezza di un gesto ormai consolidato e preciso, la direzione ci è sembrata incolore e con tempi troppo dilatati; forse, il direttore paga lo scotto di una doppia direzione che lo vedeva impegnato, a volte in un sol giorno, in quel di Firenze con le ultime recite di Rigoletto e con la prima san carliana. Buona la prova dell’orchestra, che sta sempre più ritornando agli eccellenti livelli dei grandi fasti.

Si sa, non è facile rappresentare Carmen: semplicemente un essere in fuga, una donna che turba per dissolversi, che ci ammalia per scomparire, che ci invita a vivere per morire. Ci saremmo però aspettati, a una prima del teatro classificato come il più antico d’Europa, ma anche il più bello e il più prestigioso del mondo, di essere sedotti dal canto più che dalle luci…

 


 

 

 
 
 

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