L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Con gli occhi di Giovanna

 di Roberta Pedrotti

Torna, dopo l'indisposizione che l'aveva colpito a ridosso della prima, a vestire i panni di Giacomo, Carlos Alvarez, ulteriore gemma inestimabile a coronare il successo di questa felicissima inaugurazione scaligera, che finalmente rende giustizia a un'opera affascinante dalla storia sfortunata.

MILANO, 21 dicembre 2015 - Nell'arte ogni regola sembra nascere per dare spazio a un'eccezione di genio, ogni limite per essere sfidato e superato. Ciò non esclude che in questo percorso dialettico non si aprano oasi in cui è possibile riconoscere un leibniziano migliore dei mondi possibili, una perfezione immanente e non assoluta, ma pur sempre perfetta: la congiunzione del meglio che un'epoca possa esprimere. E, talora, un'opera può trovare il suo momento anche dopo un'attesa di quasi due secoli dalla creazione: quanti capolavori oggi indiscussi ebbero debutti problematici e vita effimera prima di essere riscoperti alla generale ammirazione dai posteri?

Certo, non si può dire che si trovino troppe voci a sostegno dello status di capolavoro di Giovanna d'Arco, ma in quest'opera Verdi credette veramente: subito (quando, cioè, aveva già scritto Ernani, I due Foscari e Nabucco) la definì “la migliore delle mie opere senza eccezione e senza dubbio” e ruppe i rapporti con la Scala proprio per l'allestimento che, alla prima, giudicò non all'altezza. Nonostante due riprese, nel 1858 e nel 1865, il pieno riscatto arriva ora, ché a centosettant'anni dalla prima, centocinquanta dall'ultima rappresentazione al Piermarini, Giovanna torna sulle scene nella migliore delle produzioni possibili oggi, pronta per essere pienamente recepita, compresa e apprezzata dalla nostra sensibilità di posteri.

Fin dalle prime battute della Sinfonia Riccardo Chailly fa ben capire che si tratterà di una serata eccezionale: raramente l'avevamo sentito così ispirato, così poeticamente coinvolto e drammaticamente pregnante. La sua non è una lettura a tesi, ma è la lettura appassionata di chi vuole dimostrare il valore dell'opera non imponendolo con la forza, ma svelandolo con con amoroso cesello. Ogni battuta, si direbbe, ha una cura certosina, una rifinitura di accenti, relazioni di tempi, ritmi e metri che non sfocia mai nella calligrafia, ma nella naturalissima necessità di una musica che sembra richiedere solo di esser ben eseguita, con fiducia. La qualità cui è, così, stimolata un'orchestra della Scala all'altezza del suo nome dispiega la tenera suggestione dell'impasto dei legni nel tema pastorale della sinfonia, cangiante di calore. Parimenti non potrà non ricordarsi il vertiginoso diminuendo in cui si dissolve l'invettiva furibonda del coro “Fuggi, o donna maledetta” per dare spazio al canto di Giovanna “Contro l'anima percossa”, esempio di come sia l'intelligenza, e non l'effetto, a scandire un dramma in cui non mancano certo forza e impeto, battaglia e disperazione, ma sempre dipinti con varietà ed esattezza di colori, poiché tutto appaia, semplicemente, giusto. Non si forza Giovanna a essere ciò che non è, non serve il letto di Procuste che la porti a un passato o a un futuro per dire che è opera, sì, bella, ben scritta, ben pensata, coerente.

Il lavoro sonoro sulla partitura impresso dal podio prende piena forma visiva nel lavoro teatrale di Moshe Leiser e Patrice Caurier, che dimostrano come Verdi riesca a modellare le pretese pochezze del disegno drammaturgico di Solera in modo da offrire un quadro psicologico dell'eroina di straordinaria modernità, forse l'unica opera a porre in tale evidenza il dramma interiore della Pulzella, la cui intima lacerazione diviene il prisma attraverso osservare l'azione, il motore del suo sviluppo. Se mai fosse legittimo dire che esiste un'unica via per leggere Giovanna d'Arco, diremmo che questa è quella percorsa da Leiser e Caurier, quella del disagio mentale della protagonista, in questo caso una giovane che sublima la sua personalità e i suoi istinti in un'ossessione mistica che la porta a identificarsi con l'eroina di Orléans. Tutto quel che vediamo ci appare attraverso i suoi occhi: il Re, immagine fiabesca tutta splendente d'oro come la più celebre statua equestre della Pulzella, il popolo francese, angeli da santino, diavoletti grotteschi e popolareschi pronipoti di Farfarello e Barbariccia, luccicanti armature franche, inglesi foschi, minacciosi ma inesorabilmente sconfitti. E, ancora, la cattedrale di Reims, che si erge a consacrare la sua vittoria, precipita con il precipitare di Giovanna sotto il peso di un insensato rimorso, dopo aver ricevuto da Cristo stesso la croce, che poi sarà rogo attraverso il quale espiare, purificarsi e ritrovare la grazia.

Tutto è negli occhi di Giovanna, coerentissimo riflesso di una partitura che vede gravitare il mondo della Pulzella in un ambito tonale ben caratterizzato, soprattutto per quanto riguarda il Mi bemolle maggiore dei cori celesti e inferi e del finale, nonché della marcia trionfale del terz'atto e della successiva stretta conclusiva, ricondotti anche teatralmente alla dimensione sovrannaturale dell'universo visionario di Giovanna. Giacomo (che, infatti, in altre tonalità prevalentemente canta) non la comprende, Giacomo la ama a modo suo, rigidamente impregnato di pregiudizi morali e religiosi, ma è incapace di vedere il suo mondo, e infatti anche quando dovrebbe interagire con il coro e con Carlo, in realtà rimane sempre estraneo; non guarda mai nessuno negli occhi tranne la figlia, non tocca nessuno oltre a lei perché lui non appartiene al mondo che noi possiamo osservare attraverso lo sguardo di Giovanna e non possiamo vedere la realtà oggettiva e normale in cui, invece, lui è immerso. Solo alla fine comprenderà che c'è solo dolore, disagio, ma non peccato in quella figlia sventurata, solo alla fine cercherà di comunicare veramente con lei, di accettarla, e il duetto del carcere si trasforma così da perdono e slancio battagliero, a commuovente abbraccio fra padre e figlia, un momento di affetto incondizionato e toccante. Ora, finalmente, Giacomo stringe Giovanna, torna a raccontarle le imprese favolose dell'eroica Pulzella e ad accompagnarla dolcemente nel suo spegnersi ormai sereno, fra le braccia di quanti ha cari al mondo, reale o visionario che sia, fra il padre e il suo Re d'oro che torna a essere statua equestre, fra i cori degli angeli e la statuetta della Madonna che era stata sua confidente e ispiratrice.

Tutto questo è nella musica, dalla musica discende: aspettavamo solo chi ci credesse e lo realizzasse, sol podio, in regia e, naturalmente sulla scena, dove agisce un cast di lusso assoluto se si pensa che per il ruolo minimo di Talbot si è coinvolto un valente basso, Dimitry Beloselskiy, avvezzo a cantar Filippo II, Fiesco e Zaccaria in contesti di tutto rispetto. Il disegno iniziale era stato, purtroppo, incrinato dall'indisposizione di Carlos Alvarez, colpito da bronchite a cavallo della prima e rientrato solo il 15 dicembre. Senza nulla togliere alla bontà della sostituzione di Devid Cecconi (leggi la recensione delle prima), con Alvarez ci troviamo di fronte a un artista di classe superiore capace di illuminare il ruolo di Giacomo di quell'umanità frastagliata che lo sciolgono definitivamente dal cliché del padre padrone monolitico e integralista. Alvarez è un uomo che soffre percependo il diaframma che lo separa dal mondo della figlia, che cerca di reagire e dapprima si dà delle risposte sbagliate, la affronta con durezza acuendone il disagio e, infine, è consapevole di averla accettata e, almeno in parte, compresa troppo tardi. Quel timbro brunito e virile fra i più belli del panorama baritonale si piega a una musicalità che è tutt'uno con un'arte del fraseggio, dell'accento, del dire la parola scenica che trovano ben pochi paragoni per calore, sensibilità, intelligenza, persuasione ed eleganza. Non resta da sperare che si possa realizzare un DVD dello spettacolo con la sua partecipazione, come si converrebbe a una produzione in tutto e per tutto sul tetto del mondo.

Se la messa in scena di Leiser e Caurier è teatralmente riuscitissima e ogni simbolo, ogni allusione è coerente e ben centrata, non si può non ammettere che la scelta di Francesco Meli come Carlo VII appaia doppiamente azzeccata, ché l'oro del suo aspetto – viso, chioma, armatura – non fa che esternare il ben noto oro della sua vocalità privilegiata. Voce splendida e artista che abbiamo, negli anni, visto crescere fino a questa prova maiuscola, in cui la facilità naturale dell'emissione asseconda l'ambiguità di un re tormentato nella politica e nell'amore, giovane uomo incarnazione delle tentazioni di Giovanna e icona sacra e statuaria di tutte le sublimazioni mistiche ed eroiche di cui si pasce la mente della protagonista. Una perla è sicuramente, più ancora della smagliante puntatura su “Diva donzella, avrai tu pure un tempio”, “Chi più fedele amico”, splendida, dolorosa romanza che precede il finale ultimo. Sarebbe, però, ingiusto non rammentare anche la fresca sensualità del duetto del secondo atto, o non cogliere l'occasione, citando la cabaletta del primo atto “Pondo è letal, martirio”, per esaltare con lui anche l'arte di Chailly nello sviluppare con varietà, misura e chiara coscienza drammaturgica la solita forma nella sua integralità di ripetizioni transizioni e code.

E poi c'è lei, Giovanna, in scena dalla prima all'ultima nota, quasi senza sosta perché tutto quel che vediamo e che avviene proviene da lei, vive attorno a lei, nei suoi pensieri, nel suo inconscio. Anna Netrebko è la primadonna ideale di uno spettacolo come questo, che non la spaventa affatto per l'impegno, anzi le permette di sfoggiare una forza e un'energia in crescendo, quasi lo stesso personaggio, di scena in scena, in atto in atto, si sviluppasse in un mondo sempre più articolato, desse spessore e concretezza ai suoi sogni, che arrivano a proiettare ombre sempre più dense e infine a inghiottirla definitivamente. La scena della morte è un'apoteosi in cui la Netrebko ribadisce la solidità e l'omogeneità di una voce che non teme l'estensione monstre del ruolo, continuamente sollecitata. Anzi, assolve con disinvoltura le esigenze belcantistiche, per esempio, di “O fatidica foresta”, un'altra perla della serata, sa filare e diminuire suoni sempre timbratissimi là dove i labirinti della mente di Giovanna lo richiedano, mantenendo, peraltro, quella franchezza quasi ingenua di adolescente innocente travolta da se stessa e da un mondo troppo rigido con il quale è incapace di comunicare. Che ci si trovi di fronte a una regina del panorama lirico attuale, che ha ben meritato la sua corona e non teme rivali se non nei legittimi gusti soggettivi, è indubbio e ancor di più, quasi, fa apprezzare la sua capacità di inserirsi in uno spettacolo perfettamente equilibrato, senza che nessuno degli eccellentissimi interpreti e artefici sovrasti l'altro.

Detto che il coro preparato da Bruno Casoni ci è parso compatto, netto e versatile come non mai e che Michele Mauro è un Delil efficace, cos'altro potrebbe mancare per una serata memorabile? Nulla, e difatti non è mancato l'applauso entusiastico e festoso del pubblico, che ha acclamato ogni uscita con ovazioni instancabili in un clima elettrizzante di gioiosa condivisione fra palco e sala.

Ecco come la Scala può ricordare di essere uno dei primi teatri al mondo.