L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Janáček, il caso Aikin

 di Francesco Lora

Attenzione di Vienna sul nuovo allestimento del Věc Makropulos allo Staatsoper, con una scena che omaggia il sessantesimo anniversario del teatro ricostruito. Alla concertazione specialistica di Jakub Hrůša corrisponde il protagonismo di Laura Aikin, soprano leggero ormai passato con disinvoltura a parti di maggior spessore.

VIENNA, 20 dicembre 2015 – In una città come Vienna, cosmopolita e protesa verso l’Oriente d’Europa, il nuovo allestimento di un’opera di Leóš Janáček fa il pienone alla pari d’un Puccini o d’uno Strauss. Affollate e festeggiate oltre ogni italica previsione, dunque, risultano le cinque recite del Věc Makropulos (“Il caso Makropoulos”) appena varato allo Staatsoper (13-23 dicembre). Regìa di Peter Stein, scene di Ferdinand Wögerbauer, costumi di Annamaria Heinreich e luci di Joachim Barth danno luogo a uno spettacolo dove gli attori recitano con cura meticolosa e l’ambientazione è cronologicamente fedele alle didascalie. Tra la mania neogotica ottocentesca, ancora testimoniata nell’arredamento dello studio notarile del Dr. Kolenatý, e l’arredamento dell’hotel ove alloggia Emilia Marty, alla moda tra pezzi in stile Secessione e altri già avviati all’Art déco, non resta infatti dubbio che l’anno d’azione sia il 1922 del trecentotrentasettesimo anno di vita di Elina Makropulos, la protagonista che tre secoli prima ha sperimentato su di sé un elisir di lunga vita alla corte imperiale praghese di Rodolfo II: Věc Makropulos è, d’altra parte, un lavoro teatrale con tanto ampie ed esatte connotazioni storiche da sconsigliare o vanificare la trasposizione temporale. Avviene invece una dislocazione spaziale: gli arredamenti rinviano non tanto alla Praga barocca e classica sempre fedele alla propria immagine storica, quanto invece alla Vienna in quegli anni teatro di nuove sperimentazioni architettoniche e decorative. La conferma è data dall’impianto scenico dell’atto II, ove – specchio dell’oggi con lo ieri, incernierato su un palcoscenico bifronte – si riconosce distintamente la sala stessa dello Staatsoper viennese come si presentava prima del bombardamento del 1945, con le vele in muratura a incoronare la galleria, non rifatte onde ammodernare la struttura e correggere l’acustica (forse un omaggio al sessantesimo anniversario della ricostruzione: nello stesso momento, una ricca mostra fotografica nel foyer celebra l’evento).

La concertazione spetta a Jakub Hrůša, trentaquattrenne direttore ceco con una solida carriera mitteleuropea, britannica e scandinàva, non ancora del pari noto in àmbito latino e apprezzato specialista della produzione janáčekiana: a condizionare la sua lettura – sollecita nel cogliere ogni dettaglio musicale o risvolto teatrale, con l’immediatezza della contiguità culturale e senza estetizzazioni fuori luogo – è l’orchestra dello Staatsoper, non certo vocata a sonorità sottili e taglienti ma piuttosto alla pasta dorata, sontuosa e traboccante. A sua volta, la compagnia di canto non schiera l’Olimpo della vocalità internazionale né – fatto ancor più curioso: Vienna è a un passo dal confine con la Repubblica Ceca – uno zoccolo di interpreti di madrelingua. V’è però una protagonista sorprendente: dopo aver macinato a lungo la Regina della Notte nella Zauberflöte e Zerbinetta nell’Ariadne auf Naxos, Laura Aikin non ha esitato a debuttare nella Lulu e non esita ora a debuttare come Emilia Marty; lo fa con voce non sempre abbastanza voluminosa da sovrastare l’orchestra viennese in certe sue impennate entusiastiche, ma l’attrice è formidabile nel restituire un personaggio così asciutto e affilato nella relazione con gli altri, e così apaticamente esausto nelle confidenze a sé stesso; se il registro acuto schiocca sempre facile nella sua freddezza, quello centro-grave è padroneggiato con la consueta bontà tecnica, e le tensioni del finale rivelano un’interprete trascinante e carismatica a dispetto dell’eliminazione di ogni gesto plateale. All’Aikin fanno limpida e stilizzata corona, senza molto distinguersi per caratterizzazione, Ludovit Ludha come Albert Gregor, Margarita Gritskova come Kristina, Markus Marquardt come Jaroslav Prus, Carlos Osuna come Janek Prus, Thomas Ebenstein come Vitek, Marcus Pelz come Macchinista e Aura Twarowska come Cameriera. Si distinguono invece Wolfgang Bankl come Dr. Kolenatý, ossia il baritono-basso tuttofare dello Staatsoper in una parte resa con vivida abilità istrionica, e Heinz Zednik, ossia l’anziano tenore bello che ossidato nel canto ma ancora capace di dare un cameo recitativo irresistibile.

foto Michael Pöhn


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