L’ape musicale

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Die Sehnsucht der Seele

 di Andrea R. G. Pedrotti

 

Entusiasma il settimo concerto sinfonico della Fondazione Arena, grazie a un direttore intelligente, intellettualmente sensibile e tecnicamente ineccepibile come Omer Meir Wellber, all'ottimo violoncellista Jan Vogler, a un programma originale e di spessore e a un'orchestra in ottima forma.

Leggi anche l'intervista a Omer Meir Wellber

VERONA 29 marzo 2015 - In una Verona dal clima mite, caratterizzato da un cielo coperto, ma per nulla minaccioso, abbiamo avuto l'onore di assistere a un concerto sinfonico di rara profondità intellettuale, efficacia comunicativa e precisione esecutiva. L'insieme delle tre partiture, di cui parleremo a breve, è stato per molti versi uno struggente percorso dell'anima; un'anima vagante, con una meta precisa, un'anima che sogna di giungere al compimento e alla pace, ma si strugge fra gioia, malinconia e oscuri presagi, oppressa alla costante ricerca della propria dimensione e della propria terra.

Il compositore ginevrino Ernest Bloch scrisse altre due opere prima di Schelomo (1916), ovvero Tre poemi ebraici (1913) e Israel (1916); entrambi furono quasi un preludio al capolavoro successivo. Sottotitolo esplicativo di Schelomo (il nome ebraico di re Salomone), è “rapsodia ebraica”; e di autentica rapsodia bisogna parlare, non solo per la sinfonia di Bloch, ma per tutto l'insieme del concerto. Senza volersi addentrare in lunghe dispute sulla, cosiddetta, “questione omerica”, non possiamo evitare, mentre ascoltiamo l'insieme del pomeriggio veronese, di pensare al più celebre rapsodo che la storia letteraria ricordi; quell'Omero che nell'Odissea non fece altro che raccontare le vicende di un ritorno alla propria patria: Itaca sognata, petrosa, oppressa, ma pur sempre la sua Itaca, dove l'attendeva l'amata e fedele consorte nonché il diletto erede Telemaco. Parimenti alle immagini evocate da Bloch, la mente di Odisseo vaga per il Mediterraneo per ritrovare la moglie Penelope, fedele da vent'anni, in un contesto immaginifico di utopistica realtà, anche se dovrà lottare fino all'ultimo per riottenerlo. Bloch, dunque, racconta la corte di Salomone in quella che non è solo una raspodia musicale, nello schema compositivo libero del suo tempo. Dobbiamo ricordare che anche la poesia di quegli anni abbandonò completamente gli schemi metrici precedenti, senza ignorarli, ma affidandosi a strutture nuove, nell'intento di giungere all'interiorità dell'uomo senza filtri. Schelomo è un brano bellissimo, partecipato e conforme al messaggio che si intende trasmettere. Il violoncello non è altro che Salomone stesso che legge i suoi salmi dalla Bibbia. Qui torna la rapsodia, l'unione e il canto: la Bibbia è lo scritto rapsodico per eccellenza, essendo essa un insieme di libri - come indicato dal titolo stesso del testo -, uniti in un unico grande poema di popoli e passioni. Pathos e passione non mancano nei suoni esotici, mistici e partecipati di Bloch. L'utilizzo delle sezioni orchestrali è intelligentemente efficace, provocando in ognuno una partecipazione notevole. Nell'animo si materializzano le atmosfere della grandiosità della corte di Gerusalemme, le perversioni della regina di Saba e tutto quel mondo che si accavalla fra occidente ragionato e oriente misterioso. Sonorità tipicamente ebraiche il cui messaggio e la cui natura sono maggiormente esplicite rispetto a quelle di un altro grandissimo musicista, che precedette Bloch di qualche anno, come Gustav Mahler.

Come il compositore svizzero affidò a un violoncello l'animo dell'antico monarca del Giordano, così la Fondazione Arena ha affidato all'ottimo archetto di Jan Vogler il compito di trasmette a tutti noi la voce di Salomone. Vogler si dimostra musicista puntuale e ottimo interprete; non teme il virtusismo, così come l'estrema partecipazione, applauditissimo solista del pomeriggio veronese.

Seguito del racconto dell'anima persa sono le Variazioni su un tema rococò per violoncello e orchestra di Čajkovskij: un componimento dalla struttura più codificata, caratterizzato da un minor volume orchestrale e, seppur composto quarant'anni prima di Schelomo, ne è seguito ideale. Lo splendore della corte sta tramontando e ha inizio quel sentimento di mezzo, che oscilla fra la fallace gaiezza e la reale spietata melanconia del declino. Si passa da un tema moderato, passando per un allegro vivace, per concludersi con un evocativo “allegro moderato con anima”.

Torna l'anima, torna il sentimento, quel sentimento che avrà il suo epilogo nell'ultima parte del concerto, eseguita dopo la pausa e preceduta dall'esecuzione di un bis da parte di Jan Vogler.

Chiusura di una vita, fra speranze e delusioni è la Sinfonia n. 6 in si minore Patetica. Già il fatto di passare da una sinfonia in la maggiore, a una in si minore, dovrebbe far comprendere l'atmosfera contestuale in cui ci troviamo. Scritta quando Čajkovskij stava ormai ponendo fine alla sua esistenza, è un autentico poema funebre: malinconico e sognante nei primi due numeri, con un risveglio nel quarto, quasi un “canto del cigno” prima dell'insorabile trapasso, sino a giungere all'adagio lamentoso conclusivo.

Stupirà che, fino a questo momento, non si sia fatto cenno al direttore. Non è una dimenticanza, ma il voluto omaggio all'artefice e fautore del sogno e della meraviglia del concerto. Omer Meir Wellber è raspode ideale del canto dell'anima: musicista maniacalmente puntiglioso, non tralascia mai il senso del messaggio intrinseco nel pentragramma. Dirige privo della partitura, completamente avvinto dalla musica e partecipe in ogni suo gesto. I complessi areniani lo seguono al meglio, le sezioni sono amalgamate alla perfezione, ma ottimamente individuabili nei loro colori. Il fraseggio è memorabile e le dinamiche ineccepibili. Riguardo il maestro Wellber verrebbe da citare due personaggi, l'uno famosissimo e trapassato, l'altro molto meno celebre, ma che ha saputo cogliere appieno la bacchetta che vibrava sul podio. Il primo è Arthur Schnitzler, che fra i suoi aforismi, un giorno scrisse: “Die Sehnsucht ist es, die unsere Seele nährt und nicht die Erfüllung; und der Sinn des Lebens ist der Weg und nicht das Ziel”, ovvero che "il senso della vita è il viaggio che compiamo per giungere a una destinazione, non il raggiungimento di quest'ultima". La nostalgia e lo struggimento del ricordo, infatti, nutrono la nostra anima. Questa potrebbe essere una parafrasi di Schnitzler e Wellber, con il suo racconto dell'anima, che vaga nel ricordo degli splendori passati, giungendo alla fine inesorabile e inevitabile, ne è profeta con la sua concertazione. La seconda citazione viene da un arzillo spettatore, seduto nella fila dietro la nostra, che, al termine del concerto, ha sbottato nella frase che più di tutte può riassumere l'insieme del nostro ascolto: “il maestro Wellber è un grande musicista, perché non solo dirige bene, ma ti fa capire il brano e ti rende partecipe”. Infatti, aggiungiamo noi, Omer Meir Wellber si è dimostrato abilissimo, nel cogliere l'anima della scrittura musicale di Bloch e Čajkovskij, rialaborandola nella sua mente razionale, per poi restituircela sotto forma di anima e sentimento, dimostrandosi artista fondamentale e irrinunciabile per il panorama musicale e culturale in genere.

Al termine grandi applausi per tutti, con il direttore a stringere la mano ai professori d'orchestra. Veramente un peccato la colpevole scarsità del pubblico, seppur entusiasta, a un concerto di tale levatura artistica e intellettuale.

foto Ennevi


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