L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Respirare all’unisono

 di Carla Monni

Meritato sold out per il concerto dello Stefano Bollani Danish Trio all’interno del Festival Internazionale ‘Time in Jazz’, diretto dal musicista Paolo Fresu, arrivato ormai alla sua XXVIII edizione.

Berchidda, 14/08/2015 – Una vigilia di Ferragosto entusiasta per il concerto dello Stefano Bollani Danish Trio, che ha spopolato la settima serata del Festival Time in Jazz nel piccolo altopiano del nord della Sardegna, Berchidda, quest’anno dedicato al tema delle Ali, simbolo di movimento, di volo, di pensiero, di immaginazione, di spiritualità. Quelle stesse Ali che la tensione verso bellezza, secondo Platone, dona all'anima, Ali che ispirano l’uomo verso una dimensione ideale e trascendente, spazio raggiunto anche dalla musica del trio “danese”, impregnata – non a caso – di quello spirito dionisiaco, indice per Nietzsche di impulso vitale, di creatività, di desiderio colto nel suo aspetto più produttivo e pre-razionale.

Il trio Bollani-Bodilsen-Lund – il cui sodalizio è nato tredici anni fa – è un organismo musicale ben compatto e omogeneo; un’unità in cui assoli fantasiosi e perspicace interazione si integrano perfettamente. Quello del trio è un vero e proprio gioco di squadra puramente davisiano, che si concentra in particolar modo su quell’aspetto jazzistico, diventato col tempo sempre più importante nell’estetica del jazz post-swing, quale è l’atmosfera del suono. È una musica vicina all’impressionismo debussiano, tanto caro a Bollani, come anche la musica novecentesca di Poulenc, Prokof'ev, Ravel e Milhaud, poiché compositori vicini al jazz dal punto di vista armonico, nonché simboli di un grande momento storico artistico innovativo.

Al pari del quintetto davisiano degli anni Sessanta la dinamica e la complessità musicale viene affidata non solo al pianoforte, ma anche alla batteria di Morten Lund e soprattutto al contrabbasso di Jesper Bodilsen, a cui sono riservati numerosi soli impernianti di eleganza e sensibilità. La mano sinistra di Bollani spesso sostiene un sottofondo ritmico semplice e invariato come il pedale sostenuto, le note ribattute e gli accordi lineari nel Samba de uma nota de so di Antonio Carlos Jobim, a cui il pianista dedica un intero album nel 2003, Falando de amor. Bollani si muove comodamente dentro ritmi, tempi e melodia brasiliana, per poi sfociare in un virtuosismo arricchito dalle sfumature e dalle dinamiche magistralmente disegnate dai colleghi, non a caso considerati eredi del leggendario tandem ritmico formato negli anni Sessanta e Settanta da Niels Henning Ørsted Pedersen e Alex Riel.

E ancora come nell’album del 1968 Miles in the Sky – in cui Davis sperimentò per la prima volta gli strumenti elettrici – Bollani utilizza un fender rhodes, i cui suoni pastosi vengono alternati alle limpide sonorità del pianoforte, ottenendo un sound e un timbro maggiormente ricercati, accompagnati dallo stile più rockeggiante di Lund, dalle idee sempre fantasiose e dal tocco calibrato.

Alla base della loro musica vive il concetto di interplay, in cui i tre interagiscono tra loro rimaneggiando il materiale tematico che diventa pretesto per l'improvvisazione. Tra i classici hanno proposto There Will Never Be Another You – di cui si ricorda la famosissima versione del 1956 cantata da Chet Baker – in cui fervidi sono gli scambi tra batteria e pianoforte. Il trio suona come se fosse un unico strumento, e gli stessi arrangiamenti permettono ad ogni elemento di esprimere le proprie caratteristiche melodiche e allo stesso tempo di accompagnamento. Bollani afferma che nel «gruppo l’ascolto è un elemento centrale e ciascuno [...] è, in ogni istante, attento a ciò che gli altri stanno suonando, concentrato sul suono nella sua totalità».

Gli strumenti favoriscono dunque un lavoro di interscambio attraverso il quale ogni esecutore influenza l’altro. Non esistono “ruoli” differenti, ma piuttosto tutti mirano alla ricerca di un suono unico fondendo la propria poetica personale, in cui vige la concezione di musica jazz come linguaggio aperto, in grado di assorbire idee appartenenti a tutte le epoche, indistintamente e senza porsi limiti, all’insegna dell’improvvisazione e del divertimento.

Cantabile e giocoso è il brano scritto da Bollani Easy Healing, che fa parte dell’album Joy In Spite Of Everything, che il pianista ha inciso nel 2014 – sotto l’etichetta newyorkese ECM – con i colleghi Bodilsen, Lund, Bill Frisell e Mark Turner. Frizzante, divertente e pieno di humor, il pezzo testimonia ancora una volta il feeling spontaneo dei tre musicisti istrionici.

Respiro classico contemporaneo, velocità boppistica, molteplici invenzioni timbriche e melodiche, raffinato senso dello swing, richiami impressionistici, sono tutti elementi presenti nella loro musica e che rivelano la poliedrica cultura che sta dietro il loro spettacolo, capace – oltre a qualche siparietto comico qua e là – di coinvolgere il pubblico per l’intera esibizione.

E non è sicuramente un caso che la musica del trio abbia accompagnato durante la serata alcune scene tratte dal film documentario Le Voyage à Travers L'impossible di Georges Méliès del 1904, vivace cortometraggio in cui i personaggi stanno sul filo di una giocosa, esultante ironia e i cui temi centrali sono la creatività multiforme e il gusto per la dimensione fantastica, ingredienti utili per scavalcare le barriere del verosimile tramite le innumerevoli invenzioni.

Il trio ha dialogato per circa un’ora e mezza creando quel senso narrativo – ciclico e percorribile – a cui mira il festival di quest’anno. A detta di Fresu «il jazz è sfera, cerchio e traiettoria del nostro percorso ed è grazie a questo idioma che proveremo [...] a librarci verso l’ignoto».

E dunque Ali anche forse come propensione alla fuga dalla realtà?


 

 

 
 
 

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