L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Aria russa, ad libitum

 di Roberta Pedrotti

Olga Peretyatko, in splendida forma, offre un suggestivo viaggio attraverso la tradizione belcantistica russa, un mondo contiguo, per molti versi, a quello rossiniano, ma dotato di una sua inconfondibile, forte identità.

PESARO 19 agosto 2015 - “Un'aria russa, ad libitum: ve ne son delle belle!” è l'invito che il barone Trombonok rivolge al conte Libenskof nel Viaggio a Reims. E davvero ci sarebbe l'imbarazzo della scelta se si volesse esplorare seriamente il giardino incantato del repertorio russo e slavo, un giardino familiare e straniante, spesso organizzato in un ordine che, a un primo sguardo, si direbbe all'italiana, ma popolato di piante esotiche che esalano aromi inconsueti. Glinka conosce la lingua di Rossini: ventiseienne passa tre anni di studio in Italia; i compositori italiani sono di casa nella S. Pietroburgo che i grandi Pietro e Caterina hanno voluto filoeuropea e che ha delirato per Cimarosa e Paisiello. Tuttavia la sintassi del belcanto è animata da fonemi autoctoni, l'origine dell'ispirazione melodica è slava, permeata di spirito fiabesco e tradizione popolare, sviluppata poi secondo le forme rossiniane. L'esito non è di emulazione, felice o pallida che sia, ma di affascinante nuova sintesi, di un'originalità nata dal fecondo incontro fra due mondi distinti, diversi ma in qualche modo vicini, o comunque capaci di esaltare un'affinità nascosta che rimarrà cuore pulsante della musica russa anche quando l'opera conoscerà il dramma borghese, romantico, psicologico, storico, grottesco. Perché, come una corrente carsica, dalla fiaba di Ruslan e Ludmila a quelle intonate da Stravinskij, dalle parabole dello Zar Saltan e del Gallo d'oro ai deliri di Renata, ossessionata dal suo Angelo di Fuoco, e alla perdizione di Katerina Izmajlova nel distretto di Mzensk, l'irrazionale, il magico, l'onirico, il fiabesco ricompare ciclicamente, ora nell'arabesco prezioso di un'illustrazione di Ivan Bilibin, ora nel suo rovescio di spietato simbolo della realtà.

Così, come il tratto di Bilibin nel ritrarre le chiome e le vesti di Vasilisa la bella, o le armature cesellate di un eroico bogatyr, è il sinuoso ornamento e il gioco cromatico della linea vocale. Così ce lo rende in un raffinatissimo percorso di belcanto teatrale e cameristico, fra fiaba e suggestioni esotiche, fra Glinka, Rimskij Korsakov e Rachmaninov, la voce di Olga Peretyatko.

Sembra superfluo dire che il soprano russo si trovi perfettamente a suo agio in questo repertorio, ma, anche al di là dell'ovvia familiarità, è impossibile non ammirare e lodare la capacità di penetrare questo linguaggio e di comunicarlo nel miglior modo possibile a una platea variegata in cui solo pochissimi sono in grado d'intendere i versi e il loro significato nel dettaglio. La voce della Peretyatko ha acquistato timbro e personalità con il tempo, senza appesantirsi si è fatta più salda e piena, come dev'essere, se ben emessa, anche una voce di soprano leggero. La paletta dinamica si è ampliata e fatta più scaltrita. In una parola, si è impadronita degli strumenti per realizzare le migliori intenzioni musicali, cesellando con elegante comunicativa e spirito perfetto le arie della Ludmila di Glinka, come della delicata Fanciulla di neve e della serpentina, seducente regina di Schemakhan (Il gallo d'oro) di Rimskij Korsakov, di cui si ascoltano pure due arie da camera Zvonce zhavoronka pjen’je e Plenivshis’ rozoj, solovej , o come, dopo un breve intervallo, nelle quattro pagine di Rachmaninov, Siren', Vocalise, Zdes’ chorosho; Ne po krasavica.

L'accostamento con Rossini è dovuto omaggio al contesto del Rof e utile confronto con il belcanto “alla russa”, scuola che, peraltro, ci ha consegnato le prodigiose incisioni di Zara Dolukhanova in anni in cui in Italia la Rossini Renaissance era sogno dei primi pionieri. Tuttavia l'incanto slavo avrebbe potuto continuare, se il padrone di casa non ci avesse svegliati con la decisione della sua poetica così concretamente astratta. L'Improvviso di Corinna è un'ode liquida e ispiratissima, prototipo di quel canto che la stessa Giuditta Pasta, una decina d'anni dopo, eleverà a paradigma con “Casta diva”, ma di politica contingente, seppur idealizzata, si tratta, non di fiaba. “Bel raggio lusinghier” celebra una luce di speranza e d'amore cui aggrapparsi nelle tenebre, ma è un lampo illusorio nella più grande delle tragedie. Comunque le si guardi, un notevole scarto le separa da ciò che avevamo ascoltato finora. La Peretyatko le canta bene e le variazioni di Corinna sono di gusto e dichiaratamente improvvisate, in linea, un po' spericolata, con il brano, in cui anche l'ottimo Giulio Zappa al piano ci fa intendere come fra una strofa e l'altra Rossini descriva il raccoglimento creativo della poetessa romana. La cavatina di Semiramide è studiata evidentemente nel dettaglio, con indubbia acribia, parola per parola; certo, la parte nel suo complesso è piuttosto bassa per una voce come quella della Peretyatko, che acquista corpo e lucentezza salendo e va rinsaldando e padroneggiando vieppiù anche i sovracuti, ma come per tante colleghe di registro e repertorio almeno l'aria potrà reclamare il suo legittimo posto d'onore nel repertorio concertistico.

I bis sono ben cinque: l'artista non si risparmia e il pubblico – nonostante per qualcuno urga la navetta alla volta dell'Adriatic Arena per l'ultima Gazza ladra – la segue con applausi e tripudi floreali. “Una voce poco fa”, "Non si da follia maggiore", la Villanelle di Eva Dell'Acqua, Soloveï di Aljab'ev, "Je veux vivre" si susseguono in un crescendo festoso e generosissimo, confermando non solo la crescita e la maturazione di un'artista che a Pesaro, con l'Accademia Rossiniana del 2006, avevamo visto nascere, ma anche l'istinto comunicativo della primadonna, attentissima a creare un rapporto empatico con il suo pubblico, presentando anche personalmente, con brevi parole in inglese, parte del programma. Quando poi, come in questo caso, l'efficacia della comunicazione e la cura della forma corrispondono alla sostanza e al valore del messaggio, sia per il pregio indiscutibile del programma, sia per l'ottima resa musicale complessiva, il successo non può che dirsi assicurato e meritato.

foto Amati Bacciardi


 

 

 
 
 

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