L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Senza magia

 di Andrea R. G. Pedrotti

Buono il terzetto dei solisti (Raffaele Pe, Jessica Pratt e Mario Cassi) e sempre di livello il coro dell'Arena per i Carmina Burana nell'anfiteatro veronese. Spiace la rinuncia all'allestimento spettacolare sperimentato lo scorso anno, ma soprattutto la magia è mancata nella problematica direzione di Andrea Battistoni.

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VERONA, 25 agosto 2015 - Dopo un anno tornato in Arena i Carmina Burana. Quella del 2014 fu la prima esecuzione assoluta nell'anfiteatro scaligero del capolavoro di Carl Orff, che viene riproposto nella serata del 25 agosto in una forma piuttosto deludente, non solo per l'assenza delle fiammate finali. Questa è stata certamente una fredda (non cocente) delusione, anche perché erano state annunciate in conferenza stampa, e la locandina stessa riproduceva un'istantanea della vampa che scaldò gli animi del pubblico. Molti problemi sono venuti dall'amplificazione mal gestita, da un'orchestra troppo spesso disordinata e da una povertà di introspezione e approfondimento del testo, i cui significati intrinsechi sono andati persi quanto quelli estrinsechi.

Per primo vogliamo lodare il complesso che ha comunque garantito il successo di pubblico: il coro dell'Arena ha superato con personalità il cimento dell'impegno monumentale cui era chiamato. A fronte d'un numero eccessivamente ridotto di artisti, l'intera scrittura musicale è stata affrontata con grande veemenza e disciplina, probabilmente ancora memori degli insegnamenti che lo scorso anno seppe dare Armando Tasso. Oggi Salvo Sgrò tiene bene unite le masse, cui si può solamente imputare una diffusa monocromia espressiva, ma questo rientra nei confini degli ordini imposti dal podio. I coristi eseguono al meglio ciò che viene richiesto loro e consideriamo ciò un merito indiscutibile. Come nella scena del tempio di Aida ci saremmo aspettati un misticismo maggiore in più parti, ma nel complesso non possiamo dirci delusi. Prova maiuscola anche per i due cori di voci bianche A.LI.VE e A.d'A.MUS., diretti rispettivamente da Paolo Facincani e Marco Tonini.

Migliore dei soli è stato senz'ombra di dubbio il controtenore Raffaele Pe, il quale si è disimpegnato con espressione e precisione di livello indiscutibile. Bene anche Jessica Pratt, che, dotata di una voce non imponente probabilmente aiutata dall'amplificazione, esprime con gran gusto la breve parte che le viene richiesta. Non notiamo una grande varietà espressiva, ma la voce è rotonda, la gestione dei fiati corretta, il legato ineccepibile e le sfumature vocali sì da fardimenticare la non convincente prova del primo agosto scorso in questo stesso spazio. Chi ha sofferto maggiormente la concertazione e, soprattutto, l'amplificazione, è stato il baritono Mario Cassi. Il cantante aretino si palesa sicuramente come il miglior fraseggiatore, dimostrando di comprendere appieno il testo latino affrontato. A livello di dizione vogliamo sottolineare la capacità di pronunciare chiaramente le dentali conclusive, senza le quali molte coniugazioni verbali risulterebbero di dubbia interpretazione, ma dobbiamo notare una costante sonorizzazione della sibilante intervocalica, obbligatoria nel caso si fosse scelto di affrontare i brani con la pronuncia restituta (cara più a Hitler che non a Orff), ma non prevista nella fonazione di quella ecclesiastica. Viene seguita alla lettera l'indicazione di interpretare la scrittura musicale (qui citiamo Orff): “libero e improvvisando, gesticolando e beffardo assai”. Bello il falsetto, la gestione del fiato e l'omogeneità dei registri.

Le considerazioni sul baritono, che poi è l'interprete maggiormente impegnato, fanno da viatico al discorso relativo alla concertazione. Indipendentemente dall'esiziale amplificazione, che pochi problemi diede al Gala Carmen del 24 luglio, l'orchestra appare scollata ancora una volta fra le sezioni e quando il volume dei professori tende ad aumentare, perfino Cassi, che già dimostrò ottimo volume e proiezione in Arena nel Barbiere, viene completamente coperto dalla pesantezza degli strumenti, sparendo nella confusione sonora. Orff in più punti della partitura sottolinea come coro e orchestra debbano esprimere istanti di autentica grandiosità, ma anche di riflessiva dolcezza. Il latino medievale dei Carmina Burana varia dall'alto tedesco al provenzale, memore della stesura del testo (probabilmente anche in origine destinato al canto) dei celebri Clerici Vagantes; studenti girovaghi, antesignani della successiva goliardia. Orff fu straordinario nel trasmettere questo messaggio nelle sue varie sfaccettature. Per prima cosa, vista l'origine del testo, troviamo improbabile che l'idea del compositore tedesco fosse quella di interpretare il canto con la pronuncia restituta, probabilmente imposta dal regime, ma che mal si sposa con i significati linguistici e la scrittura musicale. Non a caso ci siamo soffermati precedentemente sulla pronuncia e l'interpretazione del baritono, poiché viene ben figurata una irriverenza, anteposta in mirabile ossimoro semantico alla solennità quasi rituale di molti brani. Carl Orff rimarca l'irriverente celiarsi del clero contenuto nel testo medievale e ne accentua l'effetto, specialmente per chi ne comprenda le parole e noti appieno questa antitesi. In realtà, nella concertazione di Battistoni, abbiamo notato ben poco scavo nel senso di una partitura su cui si potrebbe scrivere e discorrere per anni. Il fraseggio è pesantemente monocromatico, con variazioni che si aggirano semplicemente nell'orbita di una lettura delle indicazioni dell'autore, nelle quali soltanto e pedissequamente, è ovvio, non si può esaurire la completezza dell'interpretazioni. Troppo spesso abbiamo avuto lo sconforto di riscontrare una notevole scollatura fra le sezioni. Da dimenticare la prova degli ottoni e ingiudicabile quella degli archi, schiacciati dai colleghi più prossimi. Qualche buona idea è venuta dai legni, ma non è sufficiente.

Il celeberrimo coro “O fortuna” è stato forse l'unico ad avere una vaga idea di crescendo musicale, ma ci è risultata incomprensibile la violenza richiesta alla grancassa, nell'istante in cui il crescendo stesso era ben lungi dal suo apice. Anche nella recita di Aida dell'11 agosto, abbiano notato questa inspiegabile violenza nell'uso delle percussioni, in quel caso i timpani.

Il grande effetto visivo e di grandiosità musicale conduce comunque la serata nei binari d'un convinto successo. Senza magia, questa volta.

foto Ennevi (2015)


 

 

 
 
 

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