L’ape musicale

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La nobiltà del Titano

 di Andrea R. G. Pedrotti

 

Splendida conferma della qualità e della caratura internazionale dell'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, nobile consesso musicale dall'intatto prestigio, diretta da Juraj Valčuha, una delle più autorevoli bacchette del panorama odierno.

VERONA, 21 settembre 2015 . In coda al nostro articolo Cristalli di Boemia, ci eravamo domandati se l'arte dei musicisti dell'Est Europa avesse potuto esser sfidata con merito dalla nostra più importante orchestra. Le proporzioni non sono nemmeno confrontabili, poiché la PKF non è un complesso fra i più rinomati nel suo Paese, al contrario dell'orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia, autentico orgoglio della nostra capitale, Roma. Il guanto di sfida è stato raccolto con merito, con la personalità di un proprio stile, che può far decretare un vincitore solamente sulla base del gusto personale. L'Est palesa costantemente una grandiosa eleganza e ricchezza di armonici, ponendo in luce la pienezza del suono. L'orchestra capitolina è un esempio di nobiltà mai decaduta; i professori paiono patrizi romani, nobili rinascimentali, autentici Aristoi: i migliori, insigniti del proprio titolo da un'autorità superiore, ma l'aristocrazia difficilmente si regge da sola, a differenza della borghesia, e ha necessità di un vertice. L'assemblea dei cardinali di Santa Cecilia necessita d'un Papa e questo giunge dall'Austro-Ungheria (ancora loro), e più precisamente da Bratislava. Il sovrano ha nome Juraj Valčuha, di elegante, ma schiacciante, prepotenza il miglior direttore d'orchestra ascoltato nel corso di questa edizione del Settembre dell'Accademia Filarmonica. In lui c'è tutta la sintesi biochimica della terra di provenienza: straordinaria precisione musicale, comando elegantemente autoritario e mai militare, ma che non lascia spazio a replica alcuna, nonché notevole caratura artistica e memorabile capacità nella lettura della frase musicale.

Si è cominciato con il classicismo viennese di Ludwig van Beethoven, per giungere a quel Gustav Mahler che tanta influenza, artistica e amministrativa, ebbe nell'odierna capitale austriaca.

Il primo brano affrontato è stato il Concerto per pianoforte n. 3 in Do minore Op. 37 di Beethoven, per il quale ci si è avvalsi, alla tastiera, dello stile di Lise de la Salle. La pianista normanna ha dimostrato per tutto il concerto una gran capacità espressiva, con un bell'uso del pedale. La nostra posizione, particolarmente vicina al palcoscenico, ci ha consentito di osservare con piacere i ripetuti sguardi d'intesa con il M° Juraj Valčuha. La scrittura di Beethoven mette a rischio gli interpreti che non si dimostrino pienamente partecipi, limitandosi a una lettura semplicemente calligrafica dello scritto musicale. Questo non è accaduto al teatro Filarmonico, nella serata del 21 settembre, anzi, abbiamo assistito a un incredibile coinvolgimento del direttore d'orchestra, il quale lasciava spesso la bacchetta sul leggìo, perfettamente assecondato dalla nobiltà mai decaduta dei professori dell'orchestra di Santa Cecilia. Sempre espressive le scelte dinamiche del concertatore e della pianista, i cui tempi di esecuzione sono rispettati con perizia dall'orchestra, con Lise de la Salle a seguire un soddisfatto direttore.

Dopo numerose chiamate bis di tradizione della solista, annunciato, conformemente all'etichetta. Ascoltiamo così un breve, quanto intenso, interludio di Debussy, prima di concederci l'intervallo, che avrebbe preceduto l'autentica apoteosi del concerto.

Apoteosi, come s'è detto, concessa dalla grandiosità sinfonica di Gustav Mahler e della sua Sinfonia n. 1 in Re maggiore “Titano”. La scelta del programma è appropriata sia per la tonalità del brano (si passa da un Do minore a un Re maggiore), sia dal punto di vista cronologico. Quello di Gustav Mahler è un autentico poema sinfonico. Composto sul finire dell'Ottocento, non si può dire rappresenti appieno l'animo del compositore, semplicemente perché, curiosamente, molto del gusto musicale da lui dichiarato cozza con l'effettiva messa in musica e orchestrazione.

Un poema sinfonico che rappresenta tutte le fasi della vita: la soavità misteriosa della nascita, la prima spensieratezza, quasi bucolica e fiabesca (molto del repertorio musicale slavo si basa sulle favole), fino al tramonto e alla morte, esplicitata da una delle proverbiali, quanto inarrivabili, marce mahleriane. L'influsso antropologico delle radici entra modo di pensare e di agire di ognuno di noi, infatti le risonanze ebraiche nell'utilizzo degli archi in tutta la sinfonia, ma soprattutto fiati ottoni e percussioni del secondo e terzo movimento, rendono evidente quale influenza la musica popolare degli ebrei russo-tedeschi abbia esercitato sulla scrittura. Ma non c'è solo questo: la sinfonia “Titano” è un percorso di vita fatto di simbolismo e introspezione profonda, tipica della sua cultura d'origine. Questo rende il poema avvincente e conturbante dalla prima all'ultima nota, perché si tratta di un effettivo racconto, descritto, nella prima versione, dai titoli che scandivano la partitura e indicazioni precisissime per tutti e quattro i movimenti, specialmente in quello che è lo snodo centrale, il punto di cambiamento, la maturazione, ossia il terzo movimento, il mezzo del cammin di nostra vita. Anche in Mahler troviamo una selva oscura con un'esistenza fatta da principio di fiori e spine, sino alla grande evoluzione e all'inevitabile tramonto. Tutto questo in un clima quasi misterico e di pathos continuo, tanto quanto voleva essere nell'intenzione dell'autore. Un'idea che può far comprendere la vicinanza di Mahler alla filosofia wagneriana, ma che viene realizzata con capacità musicali e intuizioni dinamiche di livello, a nostro avviso, superiore.

Torniamo al vero Titano del concerto, ossia il M° Juraj Valčuha, che legge con accurato quanto accorato fraseggio l'intera partitura. Tiene sul leggìo il pentagramma e gira le pagine senza dare mai uno sguardo allo scritto, facendo comprendere anche dalla gestualità quanto conosca alla perfezione ogni singolo dettaglio della sinfonia. Scelte agogiche e dinamiche sono inappuntabili e interpretate senza pecca alcuna dall'Orchestra di Santa Cecilia, la quale esegue gli ordini con professionalità e stile encomiabili, autentici principi di eleganza e musicalità.

Mahler era senz'ombra di dubbio uno straordinario musicista, ma indagare il suo animo è sempre stato uno dei cimenti più perigliosi che la storia ricordi. A questo proposito troviamo geniale la scelta del bis, il cui annuncio ci piace anticipare con una citazione proprio da Gustav Mahler, riguardante un lavoro di un compositore quasi coetaneo dell'ex sovrintendente del massimo teatro viennese: “il tutto è messo insieme come sempre con abilità da maestro; al giorno d'oggi ogni scalzacane sa orchestrare in modo eccellente”.

Qui Mahler parlava di Tosca e di Giacomo Puccini. Curioso leggere una frase del genere da chi vedeva fra i suoi maestri prediletti un musicista certamente meno preparato del genio di Lucca, cioè Pietro Mascagni. Il bis non è stato, ovviamente Tosca, ma una strepitosa esecuzione dell'intermezzo dalla Manon Lescaut. Un'esecuzione tale da trasportare l'emozione fino ai binari della commozione, eccellente sia nell'assolo del violoncello sia in tutto l'arco del - purtroppo - breve brano.

Teatro esaurito e convinti applausi, anche se mai abbastanza per un'esecuzione di tale livello, con punte magnificenza in Gustav Mahler.

foto Maurizio Brenzoni


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