L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Uno per tutti, tutti per uno. Ron Carter e i suoi Foursight

 di Carla Monni

Uno dei massimi contrabbassisti e compositori della storia del jazz moderno, bassista del secondo quintetto di Miles Davis dal 1963-1968, la spina dorsale di quella che molti critici giudicano la più grande sezione ritmica della storia del jazz insieme con il batterista Tony Williams e il pianista Herbie Hancock, ha portato sul palco dell'Arena del Sole bolognese i Foursight, formazione con cui da molti anni predilige esibirsi e con cui si è aperta la decima edizione del Bologna Jazz Festival.

Bologna, 24 ottobre 2015 – Si è alzato il sipario della decima edizione del Bologna Jazz Festival con Ron Carter e il suo quartetto Foursight, il primo dei ricchissimi appuntamenti che invaderanno la città bolognese e i luoghi limitrofi per trentaquattro giorni consecutivi, con oltre centosettanta artisti, diciotto luoghi coinvolti, concerti nei teatri e nei club, incontri, proiezioni, masterclass, mostre.

Classe 1937, sideman in molte delle più grandi registrazioni jazz, Carter ha prestato la sua firma e il suo versatile suono a circa 2000 album, e tante sono state le sue collaborazioni con i leggendari nomi del jazz e non solo, tra cui Chico Hamilton, Eric Dolphy, Randy Weston, Thelonious Monk, Cannonball Adderley, Wes Montgomery, Aretha Franklin, Sonny Rollins, McCoy Tyner, Cedar Walton, Jim Hall. Ottimo bandleader ma anche abile accompagnatore, Carter seleziona le note a seconda della situazione musicale che lo circonda, facendo da sostegno armonico ai suoi "cameristici" colleghi pur rimanendo attivamente coinvolto. Centrale è infatti il gioco di interplay che il contrabbassista gestisce magistralmente con Renee Rosnes al pianoforte, Payton Crossley alla batteria e Rolando Morales-Matos alle percussioni, musicisti ideali per il sound e la perspicacia artistica di Carter, che dialogando e mescolando le loro infinite ricchezze ritmiche e melodiche generano una miriade di spunti tematici.

Lo stile di Carter – dal tocco incisivo – si adatta perfettamente alla poliedricità stilistica e alla solidità tecnica dei suoi musicisti. Aperto infatti alla ricerca musicale e alla sperimentazione, Carter mira a uno stile espressivo e ricco di sfumature, supportato da quel linguaggio armonico sofisticato ma libero, che appartiene al suo background. Si sviluppa dunque una sorta di gioco di ruoli simultaneo, in cui gli strumentisti sono ascoltatori reciproci e sviluppatori di idee, vera e propria interazione strumentale.

Quasi tutti i pezzi assumono un sapore latineggiante, grazie soprattutto all’apporto di Morales-Matos e Crossley, carica ritmica esplosiva in You & The Night & The Music, in cui le sfaccettate percussioni e la batteria si intersecano con il pianismo brillante e percussivo della Rosnes e l'inconfondibile potenza ritmica di Carter. Ancora imperniato da atmosfere latineMr. Bow Tie, una bossa dove chiara è la citazione di Corcovado di Antonio Carlos Jobim e in cui centrale è il groove funk di Carter, il cui solo è ricco di salti, terzine e glissandi, espedienti tipici del suo stile. Stessi accorgimenti anche nel solo di Samba De Orpheu, arricchito da passaggi che vanno da note più gravi a note più acute e viceversa, grazie alla tecnica dell'hammer on e del pull off, che permettono la vibrazione delle corde sul contrabbasso. Da una certa densità tropicale e scrittura esotica, si passa poi all'elegante e intramontabile standard My Funny Valentine, in cui cruciali sono le brevi e idilliache chiacchierate tra le raffinate sonorità del contrabbasso e l'arioso e classicheggiante pianismo della Rosnes.

La serata si conclude con un bis in cui Carter – solo sul palcoscenico – mostra l'intera ricerca musicale sul proprio strumento, in cui padronanza del ritmo e perfetta intonazione rendono le linee assolutamente convincenti e chiara la sua lucidità artistica. Quel solo finale con cui saluta il pubblico bolognese è ricco ancora una volta di citazioni, come You are my Sunshine e reminiscenze bachiane. Subito dopo richiama il suo gruppo per l'ultimo applauso e poiché – anche da buon leader – vive nella convinzione che «the bassist is the quarterback in any group» e inoltre «he must find a sound that he is willing to be responsible for».

foto Achille Serrao


 

 

 
 
 

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