L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Bach delle borgate

 di Roberta Pedrotti

Successo per la seconda serata promossa da Musica Insieme e Unipol e dedicata a Pier Paolo Pasolini. Dopo Vinicio Capossela ad affiancare Mario Brunello troviamo Neri Marcoré.

BOLOGNA, 19 novembre 2015 - Bravo davvero, Mario Brunello! E, una volta tanto, non si tratta dell'elogio ormai pleonastico al violoncellista, all'eccelso interprete bachiano, ma di un plauso complessivo all'intellettuale, all'ispiratore e al filo conduttore del breve ciclo “Vorrei essere scrittore di musica”. Pier Paolo Pasolini poeta dei suoni, realizzato con Musica Insieme e Unipol.

Bravo innanzitutto per la scelta dei compagni d'avventure, che vede avvicendarsi sul palco, dopo Vinicio Capossela [leggi la recensione], ora Neri Marcorè, il quale ha il garbo, l'intelligenza, la discrezione, l'eleganza accattivante per accostarsi al tema del rapporto fra Pasolini e Roma non solo da attore, ma da romano d'adozione a sua volta, da lettore, da cinefilo, e con quel pizzico di stupore fanciullesco, di candore infantile che fa rivivere, accanto all'uomo di spettacolo e di cultura, anche lo sguardo del ragazzino marchigiano che aveva nove anni quando il poeta fu trovato ucciso sul litorale ostiense. De Filippo parlò, allora, della perdita di una “creatura angelica” e anche questa dimensione è emersa in filigrana dall'appassionato racconto fra maturità e fanciullezza.

Marcoré mantiene sempre la giusta misura fra spirito e serietà, equilibrando la riflessione, il pathos, l'ironia, i tempi teatrali nella tensione e nella distensione, con professionismo ed evidente coinvolgimento personale. Il rapporto con Brunello gioca sul contrasto con la saggezza piuttosto laconica del violoncellista in uno scambio continuo e ben armonizzato di esperienze, fra complicità, sorriso e profondità, fra passato e presente, colloquio estemporaneo, coinvolgimento del pubblico, percorsi preordinati di letture, poesia e musica. Musica, appunto, che non sarà il mestiere primario di Marcoré, ma in cui si apprezza – evviva! – anche dal vivo la preparazione vocale di buon cantante, sempre intonato e soprattutto capace di rendere lo spirito degli originali senza sovrapporsi come interprete di una cover personalizzata, ma modulando il suo talento di imitatore per non rifare Endrigo, o De André, o Modugno, o De Gregori, ma per cogliere quell'aroma autentico di Endrigo, De André, Modugno o De Gregori. Il soldato di Napoleone, Cosa sono le nuvole, A Pa' e Una storia sbagliata (che diviene, dopo un piccolo dibattito con il pubblico, bis quasi obbligato indicato da Brunello) non sono solo cantate assai bene e con un'intima partecipazione, sì da evocare nel secondo caso istantaneamente le immagini dell'Otello delle marionette, ma si fondono anche alla perfezione in un discorso più complesso che unisce l'opera dei cantautori allo stornello e a temi popolari, a un'Allemanda di Bach o al Concerto per viola d'amore RV 540 di Vivaldi, colonna sonora di Mamma Roma. Qui verrebbe da dire che Brunello sale in cattedra, con esecuzioni di una pulizia cristallina, di una pastosità di suono, di un'intensità espressiva superiore (ed è sincero Marcorè quando sussurra, chitarra in mano, “Mario, così vuoi umiliarmi?”), se non fosse che di cattedre non si può proprio parlare. Come nelle callidae juncturae della poesia pasoliniana, il cielo e la carne, i diversi livelli si incrociano in una contiguità naturalissima proprio nei contrasti, in una continua dialettica artistica fra dimensione intellettuale e popolare. Lì Brunello può fare il contrappunto a una canzone, d'autore e tradizionale, e Marcoré può esser chiamato a eseguire il basso continuo in una pagina barocca senza che nulla appaia azzardato, o pretenzioso, o qualunque altra cosa si possa pensare di male di un esperimento del genere, perchè quel che conta e dà senso a ogni momento dello spettacolo è il contesto, l'umiltà reciproca, la schiettezza con cui è condotto nel nome di Pasolini, senza mai uscire dal seminato e dal buon gusto.

La serata scorre leggera e profonda fra il viaggio da Casarsa a Roma e la scoperta delle borgate, la fascinazione e l'osservazione critica, l'analisi politica, la morte. Frammenti di poesia e musica dall'amatissimo, assoluto barocco di Bach e Vivaldi fino ai giorni nostri, ai posteri che Pasolini non vide ma profetizzò e segnò indelebilmente.

La sala è gremita, la coda, già un'ora prima dell'inizio dello spettacolo, girava attorno al'Auditorium dell'Unipol per conquistare i migliori posti (tutti gratuiti). Il pubblico è variegato per estrazione e anagrafe (fra cui almeno una bambina d'età da scuole elementari), convinto, partecipe, infine entusiasta per una serata che sa far sorridere e far pensare avvicinando, con dolcezza e intelligenza, gli estremi.