L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Classicismo vs. Romanticismo

 di Stefano Ceccarelli

Torna, all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Radu Lupu, il contemporaneo guru della tastiera: andatura da Talete, sembra capitare sul palco per caso. A dirigerlo, Fabio Luisi, internazionalmente noto come il principale direttore del Metropolitan Opera House di New York. Lupu sceglie ancora, per il pubblico romano dell’Accademia, un concerto per pianoforte di Wolfgang Amadeus Mozart: il Concerto in do maggiore per pianoforte e orchestra K 467. Luisi conclude il concerto con la Sinfonia n. 4 in mi bemolle maggiore “Romantica” di Anton Bruckner.

ROMA, 24 novembre 2015 – Pochi anni fa, la prima volta che ascoltai Radu Lupu in un concerto, avevo scritto (altrove) che il rumeno ha il physique du rôle di un Socrate e la verve emotiva di un Dioniso: questa volta rimane l’impressione socratica, ma scema quella dionisiaca. Anzi: assistiamo, addirittura, nell’Allegro maestoso (I) del Concerto K 467 di Mozart, allorquando il pianoforte entra, a diverse imprecisioni di Lupu – accenna anche una smorfia, subito mortagli in volto. Fortunatamente, sembra destarsi come da un brutto sogno e si mette a suonare come lui sa fare: l’esposizione del tema principale è, così, morbidissima, rotonda come una pesca matura; l’uso della pedaliera è appena accennato; l’atmosfera soffusa fin quasi allo sfibramento del suono. Insomma, le caratteristiche precipue – a tutti note – del pianismo di Lupu, che riesce a giocare magnificamente con i colori. Lupu, inoltre, esegue un’ottima cadenza. Peccato che la coordinazione con l’orchestra non sia ovunque perfetta. Non tanto il suono, ottimo: ma proprio la coordinazione. Luisi non sembra riuscire, almeno in ogni sezione, a seguire Lupu (o, viceversa, può darsi sia Lupu che non s’adatti sempre a Luisi?). Un’agogica, quella tenuta da Luisi, che tende – diciamolo pure – a rilassarsi. Il gusto di Lupo meglio s’incontra con l’ethos musicale dell’Andante (II): il soffuso tema principale è porto con squisita, urbana soavità. L’effetto cullante degli accordi della mano sinistra, congiunti ai pizzicati degli archi, avvolgono pienamente quella melodia lunga, lunghissima, belliniana, eseguita dalla destra: Luisi e Lupu sono, questa volta, perfettamente d’accordo. L’inizio dell’Allegro vivace assai è caratterizzato da una piccola cadenza – non sempre inserita nelle esecuzioni – suonata da Lupu, che la esegue a fil di suono, indugiando; poi si esplode nel liquido addensarsi delle aggraziate noticine. Il finale è degno di un’eccellente esecuzione mozartiana. Il pubblico invade di applausi il palco: Lupu è quasi imbarazzato. Va e viene, quasi sornionamente. Poi ripartono grandi applausi, anche incitati dall’orchestra. Dopo essere rientrato di nuovo, infine, regala il bis rituale: una seducente e rilassata esecuzione dell’”Arpa eolica” di Chopin (Studio op. 25 n. 1). Il pubblico romano ha grandemente elogiato Lupu forse più per la fama mondiale, per la particolare esperienza di una sua esecuzione, che per la resa in sé del concerto, che sarebbe potuto riuscire certamente meglio. In tal senso, trovo perfetta epigrafe a questa esecuzione del rumeno quanto scritto da Michele Napolitano (sul magazine on line del portale Treccani) qualche anno fa a commento di un concerto a Santa Cecilia: «da tempo, salve rade eccezioni, Lupu insiste su un repertorio circoscritto a pochi autori, non registra più dischi, le sue esibizioni pubbliche assomigliano in modo sempre più evidente a soliloqui (sempre più desolati, sempre più cupi e rassegnati) destinati in partenza a consumarsi nell’istante, nell’hic et nunc della performance, col risultato che i suoi concerti - ben al di là delle intenzioni dello stesso Lupu, temo - hanno preso in modo crescente ad apparire assimilabili (in questi termini vengono del resto sempre più spesso presentati) a una sorta di esperienza mistica, afferente assai più alla sfera dell’illuminazione, della rivelazione, che non a quella dell’argomentazione, del pensiero».

Nel secondo tempo, Fabio Luisi deve vedersela con la gargantuesca Quarta sinfonia di Bruckner. Ancora, la fortuna non gli è proprio favorevole, proprio nel I movimento: il corno entrante sul vapore d’archi, che apre a echi romantici (l’effetto ricercato è quello di uno Jagdhorn), stona sensibilmente. Luisi si riprende e porta il magma orchestrale al giusto grado di climax prima di confluire nel tema più rilassato, che interpreta con una certa ironia – non so quanto condivisibile da Bruckner. Il mistico, monumentale movimento non è affar facile per un direttore: Luisi, poi, in taluni passaggi risulta addirittura esangue, astenico. È nell’Andante (II) che Luisi si riprende sensibilmente, portando a dovuto compimento sonoro l’effetto nostalgico della tavolozza timbrica, lievemente turbata da un qualcosa di inespresso e pur incombente. Ora, nello Jagd-Scherzo (III), la vitalità di Luisi può manifestarsi appieno, ben tornendo le ondate fanfaristiche di gusto paesanamente militare – peccato che il trio, bucolico, di atavica dolcezza, avrebbe potuto essere più vissuto. Nel Finale, Luisi è bravo a far emergere la forte vena energetica che pervade la partitura, che torna a farsi mastodontica; energia che freme dai pulsanti pizzicati delle compagini basse degli archi e vibra di risonanza negli archi alti. Potente è l’evoluzione finale, dove gli archi si irrigidiscono in campiture sonore ferree e gli ottoni si sfogano: grandi accordi terminano la partitura. Applausi sinceri anche per Luisi.