L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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L’oro e il Reno

 di Francesco Lora

Schumann e Wagner formano il programma presentato da Janowski e Wiener Symphoniker, con mestiere esperto e prestanza tecnica. Funzionale la presenza della Foster, Brünnhilde in carica a Bayreuth.

VIENNA, 20 dicembre 2015 – A tenere insieme il programma del concerto nel Konzerthaus, replicato l’indomani nel Musikverein, sono le acque e il tesoro del mitico fiume germanico: il Reno, evocato nella Sinfonia in. 3 di Robert Schumann – la “Renana”, appunto – e scenicamente percorso e agente in una selezione dalla Götterdämmerung di Richard Wagner, consistente nel viaggio di Sigfrido, nella marcia funebre e nell’immolazione di Brünnhilde. Comune denominatore è anche la strada interpretativa, forte di una stessa tradizione esegetica e prestanza tecnica. Il materiale è quello dei Wiener Symphoniker, l’orchestra cadetta troppe volte oscurata – fama, discografia, presenza internazionale – dai contigui Philharmoniker. Ma la sontuosità del legato, il decoro dei legni e lo scoppio degli ottoni non sono inferiori. Il temperamento, piuttosto, non è lo stesso e indomabile, ma a ripagarlo – va ricordato che i Philharmoniker rifiutano un direttore stabile e spesso suonano senza degnare il podio di uno sguardo – è l’umile disposizione a collaborare con il concertatore.

Quest’ultimo, nell’occasione, è Marek Janowski, che accorpa Schumann e Wagner in un unico discorso sul tardo Romanticismo tedesco visto ancora con gli occhi di metà Novecento: suono denso e fosco con improvvisi e poderosi lampi dorati, tempi indugianti sostenuti in orchestra senza calo di tensione, escursione dinamica ampia ma senza virtuosismi ed estetizzazioni. Un modo di far musica franco e solido, con mente lucida anche senza essere geniale, mano esperta e ingredienti di prima qualità.

Occorre invece deporre le pretese circa il soprano invitato a intonare la scena finale della Götterdämmerung. Catherine Foster è dal 2013 – e lo sarà ancora in questo 2016 – la Brünnhilde titolare del Festival di Bayreuth. Grazie a questa scrittura si è illustrata a livello mondiale dopo un decennio di prime parti nella provincia britannica e tedesca. Nondimeno, si conferma con schiettezza nel proprio grado artistico: una professionista dalle spalle forti benché non sovraddotata dalla natura né agitata da un vero carisma. Si fa largo tra i professori d’orchestra abbigliata poco più che in confortevole tuta da casa, prende posto accanto al podio, ha la benvenuta dignità di cantare a memoria, attacca le prime battute con voce fredda e poco sonora, permane in quello stato di difesa per diversi minuti; l’espressione è frattanto sempre accurata e mobile, mai elettrizzante e sorprendente; solo nelle ultime battute il volume si fa importante e l’accento autorevole, dove però l’orchestra è già pronta a scatenarsi nell’iradiddìo del Reno, vorticosamente deciso a uscire dal suo letto e a riprendersi il suo oro.