L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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La Nona in un solo movimento

 di Francesco Lora

Concerto per la notte dell’ultimo dell’anno all’Opera di Firenze, con la monumentale sinfonia di Beethoven. Tempi dilatati e uniformi nella direzione di Jurowski, schiacciante prova di bontà italiana nel Coro del Maggio.

FIRENZE, 31 dicembre 2015 – Un concerto per la notte dell’ultimo dell’anno, con un programma nazionalpopolare ma di spessore; esauriti i tavoli per la cena di gala nel foyer, ma non – e a decine – i posti del teatro dell’Opera. Le musiche eseguite sono il monumentale blocco della Sinfonia n. 9 in Re minore di Beethoven, affidata al braccio e alla mente di Vladimir Jurowski. La sua è una lettura differente da quella pregustata. Sotto la sua direzione, l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino è guidata ad ampie gettate di legato e a tempi dilatati e uniformi, non senza incappare in difficoltà di sostegno del fraseggio e in qualche comica distrazione dei fiati. Il polittico in quattro movimenti sembra così divenire un’unica e continuativa pala, un solo movimento in quattro sezioni, con uno stesso carattere e un’agogica affine dal primo brano in forma sonata allo scherzo, e dall’Adagio al conclusivo e camaleontico Finale. Su quest’ultimo conviene soffermarsi, per una lode alle risorse del teatro e per una considerazione più generale.

Il tallone d’Achille di ogni esecuzione della Nona, a qualsiasi latitudine, è curiosamente vincolato non tanto allo strumentale quanto al canto. Siccome s’ha da intonare le strofe tedesche di Schiller, il riferimento immediato delle istituzioni e dell’uditorio è ai cantanti di madrelingua o a quelli, perlopiù scandinàvi, assorbiti nell’orbita tedesca dal punto di vista artistico e commerciale. Ma Beethoven – è noto – si preoccupava più delle ragioni del testo scritto in sé che dell’agio tecnico del cantante nell’eseguirlo. Nessun aiuto all’interprete e anzi pretese oltre l’usato. Con l’aggravante che oggi, con scuole di canto europee più separate nei principii di quanto non avvenisse nell’Ottocento, proprio la formazione mitteleuropea lascia alquanto a desiderare: non nel gusto calligraficamente perseguito, ma spesso nel materiale e soprattutto nella tecnica. Gli interpreti scelti come riferimento risultano dunque bombe a orologeria o palloni a valvola lenta, sia che si tratti dei quattro solisti, sia che si tratti degli artisti del coro.

Alzi la mano chi ha avuto la rara fortuna di ascoltare un’Ode alla gioia dove il soprano non si trovasse con il fiato spezzato sulle note tenute, dove il contralto non stonasse la parte interna credendo di farla franca, dove il tenore non s’impiccasse sul passaggio di registro e dove il basso non gridasse ingolato e rozzo invocando amici da osteria. Poi, per esempio: a Vienna si è celebrata, gli scorsi 10-14 novembre, un’integrale sinfonica beethoveniana da delirio, con Simon Rattle e i Berliner Philharmoniker; tutto è filato liscio – e più che liscio – finché il Singverein der Gesellschaft der Musikfreunde in Wien, cioè il coro che d’abitudine si affianca alle grandi orchestre nel Musikverein, non è per sventura entrato a prestare la propria opera nel Finale della Nona. Ci s’intenda: si tratta di uno tra i migliori cori austriaci; ma ciò non basta a esentarlo dall’esiguità e dall’approssimazione di un suono povero di timbro, colori, volume, piglio e tenuta. La pronunzia sarà stata imperfettibile, l’intonazione pure, ma il superbo castello musicale si è sfaldato.

A Firenze v’è stata una dimostrazione del cattivo e una dell’ottimo. Cattivo il quartetto dei solisti, appunto poiché selezionato tra millantati specialisti: il soprano Camilla Tilling, il mezzosoprano Anke Vondung, il tenore Daniel Kirch e il baritono Thomas Johannes Mayer incarnano puntualmente lo stereotipo sopra impostato. Ma il Coro del Maggio Musicale Fiorentino, preparato da Lorenzo Fratini, è una meraviglia che fuor d’Italia ci si sogna: stupenda somma di timbri, colori a volontà e d’istinto, escursione dinamica fra estremi, comunicativa e accento e impeto, appoggio e sostegno del suono come da tecnica sana, conscia e generosa. Se qualche passo non ha intonazione perfetta, ciò è perché la massa si espone senza timidezza; se la sezione dei tenori talvolta erompe, ciò è perché lo squillo è solido e gagliardo. Al cospetto di tanta italianità che preme, l’asservimento alla fonetica tedesca, fatta di fruscii e schianti, finisce quasi per infastidire; e l’eretico pensiero balza alla mente: dov’è finita la versione ritmica italiana di tradizione?