L’ape musicale

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Elena, la non-tragedia

di Emanuele Dominioni

Al Teatro Nazionale di Genova va in scena Elena di Euripide nell'allestimento che raccolse gli onori della cavea greca di Siracusa la scorsa estate, con la fastosa regia di Davide Livermore, protagonisti Laura Marinoni, Sax Nicosia e Giancarlo Judica Cordiglia.

GENOVA 11 ottobre 2020 - Oltre a farci riconsiderare la natura stessa della grande epopea troiana, Elena di Euripide, andata in scena nel 412 a.c. in un'Atene in piena crisi politica, ci induce a riflettere sull'essenza stessa della tragedia come genere codificato e portatore di valori/forme stilizzate.

Nel ginepraio narrativo post-bellico ispirato dalle vicende dei reduci alla guerra di Troia, di Elena sposa di Menelao abbiamo, rispetto agli altri illustri compatrioti, poche notizie. Colei che in origine fu causa del grande conflitto e responsabile prima delle altrui dis-avventure acquista però con questa tragedia una nuova vita e un ruolo diverso.

Secondo la versione euripidea, Elena, mai approdata a Troia se non in forma di fantasma con cui Paride crede di giacere, è invece trasportata in Egitto da Ermes. Qui, sotto la protezione dell'ormai defunto re Proteo, tenta di sfuggire alle richieste di matrimonio del nuovo faraone Teoclimeno. Grazie al sopraggiungere di Menelao, naufrago e reduce dal conflitto troiano, e con l'aiuto della sorella del faraone, la veggente Teonoe, i due finalmente riuniti riescono a fuggire dall'Egitto alla volta di Sparta.

L'agile e accattivante traduzione di Walter Lapini riesce a far fronte ai molti problemi che il testo euripideo porta con sé in termini di reiterazione narrativa, e ampollosità lessicale, cogliendo l'ambivalenza stessa di un dramma che, oltre a essere di una modernità sconvolgente, ispira altresì alle più audaci e creative riletture.

Elena (un'affascinante Laura Marinoni) riveste sì i panni della più bella del mondo - dono fatale che in suo furore le fece il cielo, per dirla con Verdi - ma vivendo questa condanna con ironica e (all'arrivo del suo sposo) pragmatica modernità. È lei che, nonostante sia vittima della tragedia di Troia e del suo successivo esilio, trova una via di fuga, orchestrando tutto e surclassando sia l'eroe di turno Menelao ( Sax Nicosia) sia il fato nefasto in cui pare intrappolata da tempo ormai immemore.

Davide Livermore coglie appieno le svariate possibilità drammaturgiche che una non-tragedia come questa offre sul piano teatrale e scenografico, e, con l'aiuto di una macchina scenica sofisticatissima e una brillante compagnia di attori, ci regala uno spettacolo totale denso di immaginifici spunti.

Come accade morfologicamente per la Grecia, tutto è sorretto, si fa per dire, da uno specchio di acqua in cui i protagonisti sono in qualche modo intrappolati e dimenano gli splendidi costumi firmati da Gianluca Falaschi, trovando nelle suggestive proiezioni e nelle splendide luci di Antonio Castro una cornice eloquentissima.

La vicenda viene riletta in un gioco baroccheggiante costituito da una miriade di riferimenti visivi che definiremmo genericamente attuali, ma che mostrano soprattutto la grande creatività di Livermore nel rivisitare gli archetipi e nel comunicare oltre il testo.

Il regista tiene a sottolineare gli aspetti spesso farseschi della vicenda che lo stesso Euripide d'altronde rimarca con assiduità. Il carattere assurdo della guerra di Troia scatenata in questo caso da un fantasma, il ricongiungimento dei due amanti dal sapore quasi da telenovela, l'inganno teso a re Teoclimeno, imparruccato e di una ingenuità disarmante.

Onnipresente è la musica, come già era ai tempi dell'autore stesso. Si va da riferimenti all'opera, al Jazz, fino alle danze barocche e al pop, in un gioco di citazioni che oltre a valorizzare i diversi toni della vicenda, sottolineano quella duplicità semantica che rende questa tragedia una svolta nella storia del teatro.

Doveroso segnalare l'instancabile performace del coro costituito da Bruno di Chiara, Marcello Gravina, Django Guerzoni, Giancarlo Latina, Silvio Laviano, Turi Moricca, Vladimir Randazzo e Marouane Zotti.

Uno spettacolo da non perdere.

foto Federico Pitto

 

 


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